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Stiamo diventando intolleranti? - di Giancarla Codrignani

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Stiamo diventando isterici? Il vivere in un'epoca di transizione non giustifica le spinte emotive, sempre autolesioniste. La Chiesa cattolica ha organizzato una manifestazione nazionale per sostenere i diritti della famiglia cristiana? Ne ha il diritto.

Hanno diritto anche i laici (tra i quali i cattolici che distinguono l'appartenenza di fede dalla responsabilità di essere cittadini) di esprimersi? Certamente sì, soprattutto se argomentano le proprie ragioni.

I temi posti dalla Chiesa riguardano quella famiglia all'interno della quale più che la natura (e se la "natura riproduttiva" la lasciassimo agli allevamenti zootecnici?), la cultura fa sentire le trasformazioni della storia. Cerchiamo dunque di analizzare, per essere propositivi.

La famiglia non sta bene. Possiamo ricordare i dati della recente "indagine conoscitiva sulle condizioni sociali della famiglia in Italia" della Camera dei Deputati e leggervi cose significative sulle difficoltà in cui versano queste famiglie, diventate il più rilevante ammortizzatore sociale destinato a scaricare le difficoltà sulle spalle delle donne. Sono prevedibili, come sostegno, i soliti benefici fiscali, quando ben più importante per il benessere generale sarebbero i servizi. Tuttavia, c'è di peggio, perché la maggior parte della delittuosità sommersa si verifica al suo interno: maltrattamenti alle donne e ai figli, stupri (è tale anche la violenza maritale), femminicidi (il neologismo vale ormai non solo per il Messico che l'ha inventato), la maggior parte dei casi di pedofilia.

Non mi so spiegare perché la Chiesa non abbia approfittato della disputa sulle libere convivenze per avviare un rinnovato impegno pastorale e dare nuovo senso al carisma del matrimonio e della genitorialità: si sarebbe scontrata subito con i problemi delle convivenze degli stessi cattolici integrali e dell'omosessualità dei credenti (che la "Gaudium et spes" non nomina come devianza) e avrebbe constatato che alla base della vita di coppia c'è, molto più di un tempo, non l'irresponsabilità, ma il rifiuto della contrattualità nella relazione d'amore.

Sappiamo che l'amore è difficile e può non stabilizzarsi: la società deve attenzione alle donne e agli uomini che cercano di realizzare il loro progetto e la Chiesa può essere di aiuto, se non impone vincoli che neppure i fondamentalisti seguono. Perché non l'ha fatto in forma collaborativa e, soprattutto, rispettosa dell'autonomia del politico? Il sospetto che le interessasse di più il condizionamento e la stabilità del governo Prodi è forte. Se delle donne - le più interessate perché più offese dai poteri sia laici che religiosi - lo hanno detto, senza violenza, con parole anche forti, pubblicamente, ci si innervosisce? Staremo mica diventando anche intolleranti?

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