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Un ricordo di Tina Anselmi - Elda Guerra

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Oggi Tina Anselmi se ne è andata. In questi giorni di preoccupazione per la sorte di tante donne e tanti uomini, ho voluto ricordare - pur consapevole dei trabocchetti della memoria - le due volte in cui l’ho incontrata perché ho provato spesso per lei un sentimento di stima e ho ammirato più volte la sua immagine pubblica, l’unica che mi è stato dato conoscere.

La prima è stata a Nairobi, alla Conferenza e forum mondiale delle donne del 1985. Ero andata per Orlando insieme a Adele Pesce. In modo assai sconsiderato e ingenuo rispetto a eventi mondiali avevamo prenotato solo il volo. Quando arrivammo era impossibile trovare dove dormire. Tina Anselmi era alla guida della delegazione ufficiale della Conferenza. Ne facevano parte, tra le altre, una deputata per il PCI, Romana Bianchi e Renata Livraghi come esperta del lavoro delle donne. In quanto appartenenti alla delegazione, avevano una bella stanza all’Intercontinental e noi, per fortuna conoscevamo da tempo Renata per i tanti incontri, seminari, scambi intercorsi sul tema del lavoro che appassionava Adele e per un certo periodo anche me. Immediatamente decisero di ospitarci prima clandestinamente poi ufficialmente. La stanza divenne così fitta che per raggiungere il mio letto dovevo letteralmente attraversare quello delle altre: d’altra parte ero la più piccola e la più agile.

Tutte le mattine la delegazione italiana si vedeva nella hall e nei momenti informali anche noi sedevamo intorno a Tina Anselmi che raccoglieva anche la nostra opinione. L’ultimo giorno ci fu un ricevimento ufficiale all’ambasciata italiana e Tina ci volle tutte: delegazione governativa e donne delle NGO. Non avevamo un vestito adeguato e pensate faccia e capelli dopo dieci giorni intensissimi di dibattiti, incontri, riflessioni, manifestazioni... Comunque facemmo del nostro meglio. Tina Anselmi ci accolse sorridente sulla porta dell'ambasciata. Certo a lei proprio non importava. Anzi la sentii suggerire a una donna allora politicamente importante, assidua frequentatrice del quadrilatero della moda milanese, quasi un'ambasciatrice in quel di Nairobi, di andare a Castelfranco Veneto dove in un magazzino (aperto anche la domenica) avrebbe potuto trovare ottimi tailleur a prezzi scontati. L’elegante signora non colse l’ironia della battuta in un luogo dove la miseria ci aggrediva appena fuori dal cerchio degli hotel di lusso sul breve percorso per il Campus universitario, malgrado il dispendio di forze e la repressione messa in atto dal governo keniota per circoscrivere l’area della Conference.

La seconda volta l’incontrai a Bologna a un convegno di storia negli anni Novanta, forse in occasione di un qualche anniversario per la conquista del voto. Non ricordo bene. Ma ricordo che ci parlò del suo essere stata ministro della Repubblica in anni di grandi riforme. Con lei ministro della sanità fu varata, oltre la 180 e la legge per l’istituzione del sistema sanitario nazionale anche la 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. Raccontò che per lei non fu cosa leggera apporre la sua firma come ministro e quelle parole mi colpirono perché evocava un conflitto personale, su cui tanti dopo avrebbe potuto tacere. In ogni caso ci disse esisteva un dovere istituzionale e per quello che poté, nel breve periodo in cui rimase ancora ministro, si adoperò perché quella legge non fosse disattesa.

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