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Bocciate le quote rosa: i poli si scusano, delusione ed amarezza fra le donne

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Il clima è quello di una cocente sconfitta. La bocciatura delle “quote rosa” - l’emendamento della legge elettorale che chiedeva una rappresentanza delle donne in Parlamento - ha lasciato l’amaro in bocca a molti e polemiche ed accuse hanno preso il posto delle aspettative.

Donne in politicaSotto il fuoco delle rivendicazioni c’è la ministra per le pari opportunità, Stefania Prestigiacomo, di cui da più parti, a sinistra, si reclamano adesso le dimissioni. Ma Prestigiacomo si dice “con la coscienza a posto” e se la prende con “un Parlamento che è maschilista in maniera trasversale”. Deplora, la ministra, quella che definisce “una sconfitta per le donne” sulla quale, dice, “sono prevalse le ragioni dello scontro politico di schieramento”.

Il “maschilismo” del parlamento torna sulla bocca di molte deputate: “la politica, hanno detto ieri, è cosa loro e tale deve restare”, commenta amara l’esponente della Margherita Rosy Bindi, parlando di “sfregio alla Costituzione, ai principi di uguaglianza dell'articolo 3 e dell'articolo 51 sulla rappresentanza femminile nelle istituzioni”. "Che vergogna e che pena. Ma ora la pena non serve. Servono invece la rabbia, lo sdegno e la condanna che sapranno esprimere le donne italiane, e gli uomini di buona volontà, nei confronti di questa destra e questo governo da qui alle prossime elezioni. Non ci faremo intimidire e non ci faremo da parte": questa l’opinione della senatrice della Margherita Marina Magistrelli, intervenuta nella questione inerente il voto di ieri alla Camera sulla legge elettorale con relativa bocciatura delle quote rosa. Non bastava – ha aggiunto - il mercimonio delle percentuali: il 20%, il 25%, una su quattro, una su tre, il 30% assolutamente no perché è possibile, meglio il 50% perché tanto non si fa. Non bastava l'insulto della multa: un tot di euro in meno per ogni donna in meno. Non bastava infischiarsene dell'articolo 51 e dell'articolo 3 della Costituzione, e figuriamoci delle direttive europee. Non bastava ignorare qualunque fastidioso riferimento ai diritti di cittadinanza politica e di rappresentanza di genere. C'è voluto il voto segreto, e mai potrà essere giustificato lo sparuto e spaurito drappello anche del centrosinistra che lo ha richiesto, anche se si sa che l'ipocrisia e la stupidità sono sempre trasversali – ha concluso -, per permettere ad una maggioranza fino allora militarizzata e obbediente di sbriciolarsi in non meno di 180 franchi tiratori".

Di “decenza nazionale” e di “omosessualità sociale dei maschi” parla invece la deputata del Prc, Elettra Deiana: “persino nel Parlamento afgano stanno meglio di noi. Almeno – ricorda Deiana - laggiù alle donne è riservato il 25%”. Indignata anche l’ex ministra e deputata dei Ds, Giovanna Melandri che sottolinea l’incostituzionalità della legge elettorale per mancato rispetto dell’articolo 51. “La destra italiana – ha commentato - non ha potuto “sopportare” nemmeno una norma, alquanto offensiva, che prevedeva unicamente sanzioni pecuniarie per chi non candida le donne. Chiedo alle donne della destra, amichevolmente – ha concluso Melandri - di riflettere con noi sulla loro sconfitta”.

Annamaria Parente, responsabile del Coordinamento nazionale Donne Cisl, ha dichiarato: “La bocciatura delle quote rosa in Parlamento di ieri sera, è una sconfitta per la democrazia italiana, per tutti, per gli uomini e per le donne del nostro Paese. Non è quindi il momento di uno scontro tra le donne. Pensiamo che tutto il parlamento, a maggioranza maschile, avrebbe dovuto avere a cuore un principio cardine della democrazia, lasciando per un momento da parte il gioco politico e di schieramento. Sarebbe stata una vera conquista trasversale, civile, democratica. Come sindacato continueremo a batterci, anche al nostro interno, perché la questione femminile sia definitivamente risolta”. Proteste ed amarezza che coinvolgono anche le donne fuori dal Parlamento: “debbo constatare - ha affermato la consigliera di Parità della Calabria, Marisa Fagà - che la Camera dei Deputati della Prima Repubblica, quando, nel '93, approvò il principio di pari opportunità per facilitare alle donne l'accesso alle cariche elettive, fu senz' altro lungimirante. Il nostro Paese era all'avanguardia ed in Europa pochi erano i parlamenti che avevano legiferato in materia. Oggi, viviamo un momento di oscurantismo culturale che ci preoccupa e che - ha concluso Fagà - fa arretrare il nostro Paese a livelli nel '93 inimmaginabili”.

Intervistata da Radio 24, non ha usato toni diversi la sindaca di Cosenza, Eva Catizone che ha parlato di “spettacolo indecoroso” evidenziando “una ostilità preconcetta nei confronti del cosiddetto ‘pericolo rosa’”. E’ un “record vergognoso” quello raggiunto dal Parlamento italiano secondo che ha bocciato “la possibilità di una dignitosa presenza di donne in politica e nelle istituzioni”, a parere dell'assessora alle pari opportunità della Regione Campania, Rosa D'Amelio, che ha evidenziato il rischio di mettere così “in pericolo tanti diritti conquistati con grandi sacrifici da parte delle donne”.

Reazioni a quanto accaduto in Parlamento non sono mancate anche da parte degli uomini. Da Bologna, il leader dell’Unione, Romano Prodi, parla di "una vera dimostrazione antifemminile e di paura che le donne assumano il ruolo a loro più appropriato”. La bocciatura delle “quote rosa”, segnala a parere del professore “l'insensibilità della Cdl a un nodo così importante della democrazia e della civiltà” e promette, una volta vinte le elezioni, che “le donne saranno rappresentate in Parlamento e nell'esecutivo in modo forte, come meritano”. Stesso orizzonte quello del segretario del Prc, nonché candidato alle prossime primarie, Fausto Bertinotti: “ci eravamo illusi, abbiamo sperato, - ha dichiarato ai microfoni dei cronisti - oggi ci troviamo di fronte all'ennesima ingiustizia. E dobbiamo vergognarcene. Ma non ci sentiremo tranquilli – ha proseguito Bertinotti – finché non avremo fatto qualcosa per cancellare quest'ingiustizia. Intanto ripartiamo dalla nostra proposta, che è quella di consentire ad un auspicato futuro governo dell'Unione di essere composto almeno dal 50 per cento da donne. Sperando – ha concluso - che non sia che l'inizio”.

Di “democrazia zoppa” e di “politica maschilista” parla il segretario dei Ds, Piero Fassino sostenendo che “c'è ancora molto da fare per aumentare la presenza femminile e ieri si è persa una occasione visto che sono stati respinti due emendamenti dell'opposizione, uno che prevedeva un 50 e 50 e un altro che prevedeva un 33%. La maggioranza – ha concluso Fassino - ha anche affossato un suo emendamento che prevedeva una donna su 4 dei candidati”. Decide di non perdere l’occasione di parlare anche il ministro della sanità, Francesco Storace, che rimprovera alla ministra Prestigiacomo “un eccesso di ardore” per aver condotto una battaglia che, secondo Storace, non deve essere fatta dalle donne. “Quando ero a capo della Regione Lazio – ha aggiunto il ministro a dimostrazione della sua teoria - abbiamo imposto con il nuovo statuto che un terzo degli assessori dovesse essere donna. E non ho fatto condurre alle donne questa battaglia - ha ricordato - mi sono alzato e ho chiesto ai consiglieri regionali di votare quell'emendamento”. Quindi, suggerisce ancora Storace, la proposta è quella di “rischiare un terzo passaggio parlamentare. Sarebbe una bella lezione alla sinistra molto arrogante – rincara il ministro della sanità - E li possiamo anche sfidare sul voto segreto”. Intanto, dalla parte di Storace, le donne della Cdl hanno ritirato l'emendamento sulle “quote rosa” relativo all'articolo 2, ovvero quello che riguarda il Senato. A rimanere sono pertanto due emendamenti dell'opposizione che introducono l'obbligo uno del 50% e uno del 33% di candidate donne. Se uno dei due emendamenti dovesse passare ci sarebbero quote rosa per le liste di candidati a Palazzo Madama e non, visto l’accaduto, per quelle di candidati a Montecitorio.

(DWpress)

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