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Qualità della ricerca, equilibri di genere e riforma degli statuti di Paola Govoni

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Riceviamo e pubblichiamo un intervento di Paola Govoni sul tema statuto/pari opportunità: Qualità della ricerca, equilibri di genere e riforma degli statuti: riportare le università italiane nelle classifiche internazionali. Una proposta

Da ormai un anno la comunità dei circa 60.000 docenti universitari italiani è alle prese con la revisione dello statuto del proprio ateneo. Nelle ultime settimane, con l’avvicinarsi della data in cui l’operazione deve essere portata a termine, com’è ovvio, non si parla d’altro, perché lo statuto sancisce i poteri che regolamentano gli atenei. In Italia i rapporti tra donne e potere - una relazione che si consolida una volta raggiunto il top della carriera - sono uno dei numerosi indicatori che pongono il paese nel fondo delle classifiche internazionali dei paesi più avanzati. Sarà dunque interessante vedere come i nuovi statuti affronteranno il tema delle pari opportunità, perché da quelle scelte si avranno indicazioni precise circa i modelli che le comunità universitarie si saranno date e dunque circa i loro obiettivi futuri.

Regolando i poteri interni all’ateneo, lo statuto organizza la vita di comunità che possono essere anche molto popolose, com’è nel caso dell’Università di Bologna, dove lavoro: circa 80.000 studenti e studentesse, 2.931 tra docenti, ricercatrici e ricercatori e 3.048 tra personale tecnico e amministrativo (Per questi e altri dati relativi all’Università di Bologna, si veda il sito del Centro di studi sul genere e l’educazione del Dipartimento di educazione dell’Università di Bologna, CSGE). La revisione dello statuto non è dunque un’operazione rivolta a una élite, ma a una comunità allargata i cui scopi sono la formazione delle nuove generazioni e la ricerca. Educazione e ricerca sono gli strumenti sui quali si è di più investito nel mondo cosiddetto occidentale negli ultimi tre secoli per lo sviluppo e l’innovazione di società che si sono date come obiettivi la felicità e la democrazia. Se metà della popolazione è discriminata per ragioni non relative al merito, ma al sesso di appartenenza, come avviene in molti settori professionali in Italia, ricerca inclusa, è evidente che la felicità e la democrazia, di conseguenza il rendimento di quelle società sono gravemente compromessi. La letteratura sul tema è ormai sterminata in ogni settore, e comparando la situazione dell’Italia con quella di paesi di analoga ricchezza pro-capite, il forte ritardo del paese sul tema delle cosiddette pari opportunità è ormai sotto gli occhi di chiunque. Occupandosi di educazione dei giovani, l’università è e deve essere il luogo dove - anche - quel ritardo, fino ad ora ignorato, deve essere affrontato con decisione. Non c’è bisogno di inventare nulla di nuovo. Basta guardare, con modestia e coraggio, a quello che hanno fatto i colleghi e le colleghe di altri paesi: nessun vincolo giuridico lo impedisce.

La modifica all’art. 51 della Costituzionedice infatti che: “Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizione di uguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tal fine la Repubblica - qui sta il punto interessante - promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini” (corsivo mio, Senato della Repubblica 2002). I docenti universitari lavorano in assoluta libertà e autonomia, non fosse che dalla cosiddetta legge Ruberti del 1989, e, beneficiando ˗ si suppone ˗ di esperienza internazionale e competenze, si trovano nelle condizioni più favorevoli per promuovere con appositi provvedimenti le pari opportunità all’interno dei nuovi statuti, procedure utili per favorire quel salto di qualità che in alcuni paesi le università hanno compiuto già da decenni.

Per richiamare l’attenzione sul ruolo che, insieme, gli equilibri di genere e la qualità della ricerca e della didattica, dovrebbero avere quali strumenti per migliorare le performance complessive dell’università, fornirò qualche dato relativo all’ateneo bolognese, per evitare generalizzazioni inopportune in un intervento breve come questo.

La prima bozza di revisione dello statuto bolognese introduce una novità sul fronte degli equilibri di genere così espressa: “Nella nomina dei componenti del Consiglio di Amministrazione (CdA) deve essere rispettato il principio costituzionale delle pari opportunità tra uomini e donne nell’accesso agli uffici pubblici. In particolare, tra gli otto membri nominati dal Senato Accademico, devono essere presenti almeno due donne e almeno due uomini”.

E' noto che, ispirandosi a un paese come la Norvegia, che ha approvato una legge che impone almeno il 40% di donne nei CdA, negli ultimi mesi in Italia si è discussa una legge che avrebbe dovuto introdurre la soglia del 30% nei CdA. Nel mondo universitario, intanto, già da tempo l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (ANVUR) prevede la presenza di “almeno due donne e due uomini” nella propria commissione, costituita di sette membri. Lo scorso 2 maggio 2011 quella scelta debole ha puntualmente prodotto questi risultati per la costituzione del nuovo comitato: la nomina di cinque uomini, tra i quali il Presidente, e due donne.

Suppongo che la commissione preposta alla revisione dello statuto dell’Università di Bologna abbia adottato il modello dell’ANVUR e non quello offerto dalle università del nord d’America e del nord d’Europa che, nel complesso, funzionano meglio di quelle italiane.

Prendiamo in esame una delle molte classifiche internazionali che ogni anno “testano” le università, quella stilata secondo i criteri del Times Higher Education (THE). Si tratta di una classifica che, com’è noto, ogni autunno elenca le migliori prime 200 università del mondo. É una classifica severa e che molti criticano (tipicamente quando ne sono esclusi), ma che resta la più ambita. Com’è tristemente noto, da un paio d’anni nessuna università italiana compare in quella graduatoria.

In ogni caso, uno dei dati più interessanti di quella classifica è che nell’edizione del 2010, quattro dei Rettori delle prime sei università del mondo erano donne: Harvard University (1° in classifica), California Institute of Technology (2°), Massachussetts Institute of Technology (3°), University of Princeton (5°) e University of Cambridge (6°). Credo che nessuno metta in discussione la qualità della ricerca e della didattica prodotte da quegli atenei che hanno adottato da tempo le azioni positive, cioè interventi a sostegno delle minoranze, tra le quali le donne. Le azioni positive possono includere le quote riservate ma, trattandosi di pratiche messe a punto da comunità che hanno scelto il merito come criterio per autoregolarsi, sono soprattutto procedure di valutazione piuttosto complesse applicate al momento del reclutamento e per l’attribuzione di fondi per la ricerca.

Per comprendere il “potere” che hanno ormai assunto le questioni di genere in alcune di quelle università, è interessante richiamare il noto episodio che ha avuto come protagonista l’università stabilmente prima in classifica, la Harvard University, dove Rettore è Drew Gilpin Faust, una storica, succedutasi all’economista Lawrence Summers.

Nel gennaio del 2005 in un discorso pubblico Summers insinuò che tra le diverse ragioni all’origine delle difficoltà delle donne a raggiungere il top della carriera nelle professioni scientifiche, ci potesse essere, nelle sue parole: “What I would call different availability of aptitude at the high end” (Summers 2005). Quell’”aptitude” scatenò un’immediata reazione di docenti, studentesse e studenti e Summers fu costretto a dimettersi.

E' noto che la Harvard University, alma mater, tra gli altri, di J.F. Kennedy e B. Obama, è una università privata che è stata tra i principali finanziatori dei candidati democratici alla Casa Bianca. E, infatti, fino a pochi mesi fa Summers era direttore del National Economic Council per il presidente Obama. In altre parole, e naturalmente schematizzando, Summers non è stato costretto a dimettersi a causa di uno scontro ideologico tra diversi schieramenti politici con interessi di parte da difendere. All’italiana, insomma. A Cambridge la sollevazione contro Summers, uomo di grande potere, si è giocata in nome del rispetto dell’uguaglianza tra donne e uomini ed è stata possibile perché da quelle parti l’uguaglianza tra donne e uomini, così come tra appartenenti a religioni e etnie differenti, sono valori forti e condivisi. Si tratta di un patrimonio comune conquistato duramente e faticosamente, continuamente rinegoziato e monitorato. D’altra parte, la ragione per la quale da decenni si tenta - non sempre riuscendoci - di portare a una parità di presenze femminili e maschili ai vertici della carriera nel campo della ricerca, non è solo di natura democratica e ideale, ma forse, a questo punto, soprattutto economica: numerosi indicatori dimostrano ormai in modo inequivocabile che si tratta di un elemento che favorisce concretamente e in fretta una migliore qualità complessiva della ricerca e della didattica e che, riducendo gli sprechi - formare Ph.D. che non fanno carriera è, com’è ovvio, fallimentare -, ne migliora anche la gestione amministrativa.

Tra i modelli adottati dall’Università di Bologna per rivedere il proprio statuto per quanto concerne un più equo equilibro tra presenze femminili e maschili nella vita di ateneo, non sembrano dunque al momento aver giocato un ruolo forte gli approcci seguiti dalle numerose università del nord d’America e d’Europa - in questo caso, in primo luogo le università scandinave -, dove gli equilibri di genere sono presi molto sul serio. D’altra parte, la stessa Commissione preposta alla revisione dello statuto bolognese è presieduta dal Rettore, un uomo; dieci docenti - nove uomini e una donna; il Prorettore alle sedi decentrate - un uomo; due studenti - entrambi uomini;, tre membri del personale tecnico-amministrativo - due donne e un uomo; e il Direttore generale della formazione della Regione Emilia Romagna - una donna. Totale: dodici uomini e tre donne; tra queste, una sola docente.

Si può obiettare che la presenza femminile in un organo così importante rifletta la presenza femminile nella docenza e a capo di dipartimenti e facoltà. É così, a testimonianza dell’enorme spreco di risorse economiche cui accennavo.

Infatti, il sorpasso delle laureate sui laureati è avvenuto a Bologna più di venti anni fa e a livello di dottorato di ricerca le iscritte hanno superato da anni gli iscritti (nel 2010 le donne erano il 51,2% degli iscritti ai dottorati, con ottime performance nei settori tecnico scientifici). Sono dati in linea con l’andamento nazionale. Tuttavia, quelle note e ottime performance delle studentesse non si sono proiettate negli ultimi venti anni nella carriera universitaria.

Può darsi che in molti siano convinti che, sebbene le donne dimostrino da più di venti anni di essere studiose migliori degli uomini a livello di laurea e di dottorato di ricerca, un problema di aptitude impedisca loro di proseguire nella carriera universitaria. Altri, invece, potrebbero pensare che è questione di tempo: le donne hanno avuto accesso all’istruzione superiore più di recente, dunque, impiegheranno più tempo a imporsi nel mondo accademico. Nel primo caso, rimando alle performance delle università presenti nel top della classifica del THE e che hanno adottato le azioni positive. Nel secondo caso, i dati bolognesi relativi a ricercatori, associati e ordinari scorporati per sesso e età, dimostrano in modo inequivocabile che anche per quanto concerne l’ultima generazione di studiosi e studiose, quelli che hanno conseguito il dottorato negli ultimi venti anni, cioè in un contesto di presenza femminile complessiva superiore al 50%, permangono forti discrepanze di genere già al primo passaggio di carriera (dati CSGE). D’altra parte, a livello nazionale, prendendo ad esempio il settore delle Scienze filosofiche, storiche, pedagogiche e psicologiche (Area 11), i dati MIUR 2009-2010), dicono che le donne sono il 29,6% degli ordinari: se si considera che in quel gruppo disciplinare le laureate erano circa il doppio dei laureati già nell’anno accademico 1946-47, è facile intuire che, perché si arrivi a un pieno riconoscimento della qualità del lavoro delle donne, aspettare non basta.

La storia dei rapporti tra donne e istruzione superiore in Italia ci dice invece che, in una società come quella italiana, caratterizzata da scarsi investimenti nell’istruzione e nella ricerca e da una limitata mobilità sociale, nel corso del Novecento le donne sono state l’attore più dinamico, capace – pur in assenza di specifiche politiche di supporto – di conquistare un ruolo crescente e poi dominante come studentesse nell’istruzione superiore (Govoni 2009). Gli ultimi dati dicono che, a fronte di un preoccupante calo degli iscritti, la crescita delle iscritte continua, a conferma di una spinta sociale che non pare affievolirsi e che osservata nel lungo periodo appare a dir poco straordinaria. É evidente che, avere investito negli ultimi decenni cifre enormi per formare laureate e dottoresse di ricerca cui poi non si permette di restituire alla comunità – quella della ricerca scientifica in primo luogo – quanto potrebbero, non può che avere inciso negativamente sulla qualità delle università, conseguentemente sullo sviluppo e le capacità di innovazione del paese.

Non ci sono dubbi sul legame tra applicazione delle azioni positive e risposta in termini di rendimento sia dei singoli sia, di conseguenza, delle loro università. Il caso più recente e più bello è rappresentato dal Nobel nel 2009 a Elizabeth Blackburn e Carol W. Greider, il primo Nobel a un team femminile e afferente, com’è ovvio, a università dove le azioni positive sono state adottate con rigore e dopo lotte durissime negli anni settanta e ottanta: nel giro di pochi decenni in quelle università grazie alle azioni positive la situazione è cambiata radicalmente per le donne nella scienza, a tutto vantaggio delle loro istituzioni e dei loro studenti e studentesse (Abir˗Am 2010 e in corso di stampa).

Il punto importante, infatti, non si ripeterà mai abbastanza, è legare in modo indissolubile le azioni positive alla qualità del lavoro prodotto. I modelli vincenti da adottare ci sono, gli statuti sono ancora in fase di revisione e si è in tempo per accettare la sfida.

Paola Govoni - Sociologica

Bibliografia e sitografia di riferimento
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A. Alesina, A. Ichino, L'Italia fatta in casa. Indagine sulla vera ricchezza degli italiani, Mondadori, 2009.
P. G. Abir-Am, From “facing disaster” to the first team of women Nobel laureates: Historicizing Ellen Daniel, Elizabeth Blackburn e Carol W. Greider’s memoires, in P.Govoni, Z. A. Franceschi (a cura di), Lives in (the history of) science, in corso di stampa.
P. G. Abir-Am, Gender and Technoscience: A Historical Perspective, in “Journal of Technology, Management and Innovation”, 2010, Volume 5, Issue 1, pp. 152-165.
P. Govoni, «Donne in un mondo senza donne». Le studentesse delle facoltà scientifiche in Italia, 1877-2005, in «Quaderni Storici», 130, 1, pp. 213-248. http://www.mulino.it/rivisteweb/scheda_articolo.php?id_articolo=29715
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Catherine Hill, Christianne Corbett, Andresse St. Rose, Why so Few. Women in Science, Technology, Engineering, and Mathematics, AAUW (American Association of University Women), 2010 all’indirizzo www.aauw.org/learn/research/upload/whysofew.pdf
World Economic Forum, Global gender Gap 2010 all’indirizzo: www.weforum.org/issues/global-gender-gap
THE World University Rankings 2010 www.timeshighereducation.co.uk/world-university-rankings/2010-2011/top-200.html
M I U R - Ufficio di Statistica, L'università in cifre 2008, sito web ufficiale
Miur, Banca dati dei docenti di ruolo, statistica.miur.it/scripts/personalediruolo/vdocenti1.asp
Lawrence H. Summers, Remarks at NBER Conference on Diversifying the Science & Technology workforce, 2005 president.harvard.edu/speeches/summers_2005/nber.php
Senato della Repubblica, La modifica dell’art. 51 della Costituzione, dossier no. 152, 2002 www.camera.it/EventiCostituzione2007/files/Dossier_n.152.pdf
R. Palomba, La carriera imperfetta, Online Magazine della Società Italiana di Statistica, 11 giugno 2011, sis-statistica.it/magazine/spip.php?article203

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