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Un'altra storia sulla Commissione regionale per le pari opportunità in Emilia-Romagna

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Molte questioni politicamente rilevanti sono state sollevate da chi si è espresso pro o contro la candidatura di Silvia Noè alla Presidenza della Commissione regionale, ma io vorrei riprendere le sollecitazioni di quelle che si sono concentrate sul tipo di organismo di cui stiamo parlando e sul fatto che esso non è attivo da molti anni ((vedi lettera di Grazia Negrini nella mailing-list di “Orlando”) ) e, se pur presente nel nuovo statuto regionale del 2005, non sia stato regolamentato (vedi articolo di Milly Virgilio).

Intanto è bene ricordare che proprio l’Emilia-Romagna fu la prima regione in Italia che istituì nel 1985 la commissione (Delibera del Consiglio Regionale n. 3122 del 27 marzo 1985 confermata con Legge Regionale n. 3/1986), anticipando addirittura quella nazionale che nascerà 5 anni dopo.
Certo, era molto tempo fa... quando gli echi dei movimenti degli anni ’70 erano forti... ma il nodo politico di fronte a noi mi sembra lo stesso, ovvero il rapporto donne - istituzioni.

Come si legge nel Primo Rapporto della Commissione Regionale Un’altra Emilia Romagna (1990) curato dalla sociologa Adele Pesce, recentemente scomparsa, «all’origine della commissione vi è un incontro di volontà, da un lato, delle associazioni e dei movimenti politici delle donne e, dall’altro, delle istituzioni». Furono questi soggetti che per mesi si incontrarono per discutere ruolo, compiti e modalità della commissione regionale. Laura Renzoni Governatori, allora presidente della commissione consiliare Scuola e Tempo libero, fu la garante di tale inedito processo che portò ad individuare «l’autonomia, la competenza e il pluralismo politico» come criteri per la nomina delle componenti.

Sebbene sia ormai più che urgente la necessità di riflettere ampiamente sullo stato di salute della machinery istituzionale nata sotto l’egida delle pari opportunità tra donne e uomini, sull’efficacia di organismi come le Commissioni nel trasformare le politiche e le pratiche delle istituzioni e sia auspicabile approfondire i caratteri e la funzionalità di altre configurazioni (cito solo la proposta di un Istituto di Strategie di Genere, quella di una Authority, ecc.); ciò che possiamo apprendere dalle parole delle donne che hanno avviato la loro fase costituente è che tali luoghi non sono nati per le « donne dei partiti senza una rappresentanza istituzionale» e che le politiche a cui sono deputati «non si determinano secondo logiche di schieramento partitico, ma per il consenso culturale e di merito che su di esse la ricerca, il dibattito, il confronto possono realizzare» (Un’altra Emilia-Romagna, 1990, 467).

Concludo con la speranza che l’attenzione dell’opinione pubblica femminile e femminista non si esaurisca nello smascheramento delle logiche di real politik (vedi Beppe Ramina sull'Unità), ma che si apra una nuova fase di sperimentazione politica che assuma, invece di obliare, quanto le donne hanno già realizzato di innovativo nel rapporto tra società e istituzioni e che, anzi, lo prosegua con capacità adeguate al tempo presente.

Lorenza Maluccelli

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