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A proposito della presidenza della Commissione Pari Opportunità della Regione Emilia Romagna

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La possibile designazione di Silvia Noè come presidente della Commissione Pari Opportunità della Regione Emilia Romagna, da istituirsi nel prossimo settembre ha sconcertato molte di noi. Silvia Noè ha espresso pubblicamente e decisamente la propria visione della famiglia – basata sulla relazione tra un uomo e una donna -, dei limiti severi da porre alla libertà di scelta nelle preferenze sessuali e su temi attorno a cui abbiamo pensato e agito in coscienza: l’interruzione della gravidanza, la possibilità di scegliere il proprio destino di persona malata attraverso il testamento biologico.

Contro la sua presidenza “Rete Laica” ha promosso una raccolta di firme, che tuttavia ha posto un medesimo interrogativo, in chi ha aderito e in chi non lo ha fatto.

L’interrogativo è ovvio: è opportuno, giusto sottoscrivere una raccolta di firme contrarie a una donna? Le domande non sono retoriche: nascono dalla consapevolezza che può esistere trasversalità femminile. I movimenti di donne e i femminismi la hanno ricercata. Molte donne la hanno realizzata in diverse circostanze al di là di opzioni ideali e steccati ideologici. Circostanze talvolta relative alle cosiddette materie eticamente sensibili - perfino in ordine all’aborto molte donne cattoliche rispettarono l’autodeterminazione femminile - e non solo su terreni in apparenza più facili da condividere. Ad esempio, la violenza contro le donne, vedi la legge n. 66 del febbraio 1996, che riconobbe dopo 20 anni di iter la violenza sessuale come delitto contro la persona e non come reato che offende morale e società; o, più di recente, la difesa attiva della dignità dei corpi-mente femminili abusati dai media e nella vita pubblica e politica. Citiamo, intenzionalmente, il testo di un uomo ora negli scaffali delle librerie: Suburra. Sesso e potere: storia breve di due anni indecenti di Filippo Ceccarelli. Ma come non nominare le analisi e le denunce di donne diverse e diversamente posizionate, a partire da Sofia Ventura e Ida Dominijanni per includere Alessandra Bocchetti, Miriam Mafai, Michela Marzano, Pina Nuzzo con l’UDI nazionale, Flavia Perina, Chiara Saraceno, Barbara Spinelli, Nadia Urbinati e tantissime altre, tra cui l’Associazione “Orlando”? L’acutezza e la perseveranza di alcune ha chiarito che non si tratta di origliare e fare la morale ai sex games maschili, ma di cogliere un salto di qualità, di scala nell’uso delle donne che investe la sfera pubblica al di là delle personali disposizioni sessuali di questo o quel politico o amministratore.

Vi sono, però, serie ragioni per il balzo sulla sedia che tante di noi hanno fatto alla lettura del nome proposto per quella carica, non senza ironia su “questi partiti” e su “donne e uomini politici” che paiono non cambiare mai.
Ne enumeriamo alcune. La trasversalità è frutto di interazioni culturali e di pratiche politiche costruite insieme da donne non di scambi di cariche e prove di alleanze che non comportano la presa d’atto e il coinvolgimento di culture e storie differenti.

Esiste, di fatto, una bisecolare tradizione culturale e politica di donne, nota e frequentata in altri paesi talvolta anche da uomini di governo, cui ci si dovrebbe riferire quando si parla di materie come le pari opportunità, che ne sono un esito non unanimemente accolto da ogni parte femminista. Una cultura che è innanzitutto cultura della libertà delle donne e della loro capacità di autodeterminazione, prima che cultura dei diritti civili. Il punto non è di poco conto: gran parte della cultura femminista non ritiene e non ha ritenuto l’aborto un diritto, né un dovere la denuncia della violenza subita, affidandosi in ogni caso alla scelta di ciascuna singola. Sono prospettive, quella femminista e quella dei diritti, che nei movimenti femministi, lesbici e gay hanno interloquito per l’affermazione di spazi di libertà, di ridefinizione dei rapporti di potere tra i sessi, di rispetto delle differenze nelle sfere personale, civile, economica e politica. Peraltro, hanno prodotto aperture e risultati che, con ombre, luci e parzialità, sono riconosciuti nella legislazione regionale. Proporre una donna, pur stimabile, che a tale elaborazione e tradizione, è apertamente avversa, pare davvero un’operazione di dubbio coraggio e gusto.

Esiste, lo sappiamo, un altrettanto consolidato costume delle forze politiche del Paese di conferire ruoli e funzioni di secondo piano alle donne, nonché di farne pedine di scambio in pattuizioni in cui soprattutto devono tornare i conti e le distribuzioni.
Abbiamo sognato? Non è possibile cambiare? Eppure ci pareva che potesse essere fatto un passo avanti: anche la nostra Regione e il suo Comune capoluogo avrebbero qualcosa da ripensare sugli anni recenti di indecenza.
Non sarebbero utili e doverose prospettive innovative e adeguate a società complesse in cui soggettività e ragioni plurali meritano attenzione? La scelta delle persone non dovrebbe farne conto?

Fernanda Minuz / Raffaella Lamberti

Link per firmare l'appello indetto da Rete Laica:
Silvia Noè Presidente della Commissione Pari Opportunità? No, grazie!

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