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Menzogne e verità: sulle nudità del potere di Marina Calloni

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Una riflessione di Marina Calloni (pubblicata su Caffé Europa) "sulle 'verità delle donne', sulla crisi della democrazia rappresentativa e della mobilitazione collettiva.

Una fiaba...
«Molti anni fa viveva un imperatore che amava tanto avere sempre bellissimi vestiti nuovi, tanto da usare tutti i suoi soldi per vestirsi elegantemente. (…)
Nella grande città in cui abitava ci si divertiva molto; ogni giorno giungevano molti stranieri e una volta arrivarono due impostori: si fecero passare per tessitori e sostennero di saper tessere la stoffa più bella che mai si potesse immaginare. (..) E i vestiti che si facevano con quella stoffa avevano lo strano potere di diventare invisibili agli uomini che non erano all'altezza della loro carica e a quelli molto stupidi.
“Sono proprio dei bei vestiti!” pensò l'imperatore. Con questi potrei scoprire chi nel mio regno non è all'altezza dell'incarico che ricopre, e insieme riconoscere gli stupidi dagli intelligenti. Sì, questa stoffa dev'essere immediatamente tessuta per me!" e diede ai due truffatori molti soldi, affinché potessero cominciare a lavorare. (…)
Tutti in città sapevano che straordinario potere avesse quella stoffa e tutti erano ansiosi di scoprire quanto stupido o incompetente fosse il loro vicino. (…) L'imperatore volle vederla personalmente mentre ancora era sul telaio. (…)
“Non è magnifique?” esclamarono due bravi funzionari. (…) "Come sarebbe!" pensò l'imperatore. "Io non vedo nulla! È terribile! sono forse stupido? O non sono degno di essere imperatore? È la cosa più terribile che mi possa capitare". “Oh, è bellissima!” esclamò “ha la mia piena approvazione!” (…) L'imperatore consegnò ai truffatori la Croce di Cavaliere da appendere all'occhiello, e il titolo di Nobili Tessitori. (…) Giunse l'imperatore in persona con i suoi illustri cavalieri, e i due imbroglioni sollevarono un braccio come se tenessero qualcosa e dissero: “Questi sono i calzoni; e poi la giacca - e infine il mantello!” e così via. “La stoffa è leggera come una tela di ragno! si potrebbe quasi credere di non aver niente addosso, ma e proprio questo il suo pregio!”. (…)“Sì, anch'io sono pronto” rispose l'imperatore. “Mi sta proprio bene, vero?” (…)
E così l'imperatore aprì il corteo sotto il bel baldacchino. La gente che era per strada o alla finestra diceva: “Che meraviglia i nuovi vestiti dell'imperatore! Che splendido strascico porta! Come gli stanno bene!”. Nessuno voleva far capire che non vedeva niente, perché altrimenti avrebbe dimostrato di essere stupido o di non essere all'altezza del suo incarico.
“Ma non ha niente addosso!” disse un bambino. “Signore, sentite la voce dell'innocenza!” replicò il padre, e ognuno sussurrava “Non ha niente addosso! C'è un bambino che dice che non ha niente addosso!” E l'imperatore, rabbrividì perché sapeva che avevano ragione, ma pensò: "Ormai devo restare fino alla fine". E così si raddrizzò ancora più fiero e i ciambellani lo seguirono reggendo lo strascico che non c'era».

Gli abiti nuovi dell’imperatore
Mediante narrazioni trasfigurate e popolate da folletti irriverenti, animali parlanti e personaggi di fantasia, le fiabe, i racconti e anche le parabole evangeliche nella loro finzione vogliono significare verità nascoste o negate seppur nell’evidenza. Esopo e Fedro fanno dire agli animali cose che gli umani non avrebbero mai ammesso. I miti della Grecia antica evocano passioni indicibili. Le parabole del Nuovo Testamento aiutano a comprendere gli ambivalenti sentimenti umani per giungere alla verità della salvezza. Le fiabe, come quelle dei fratelli Grimm, sprigionano paure che i bambini devono saper superare, se vogliono crescere. Le novelle di Hans Christian Andersen rimandano piuttosto all’immaginario di rapporti subalterni di potere e alle esperienze di diversità marginali.
Gli abiti nuovi dell’imperatore è una fiaba pubblicata dallo scrittore danese nel 1837, come parte della raccolta "Fiabe, raccontate per i bambini". Ma ad oltre un secolo dalla sua edizione, il racconto continua a dire cose che andrebbero ascoltate anche dagli adulti. Ci parla infatti di un imperatore assai vanesio, preoccupato della sua immagine, fissato dall’estetica dell’abbigliamento, determinato a far bella figura a tutti i costi. Ma ci parla anche di un regno costituito più da sudditi che da cittadini uguali, più da adulatori che da persone schiette, più da servitori stupidi che da cittadini intelligenti.
È un luogo dove il divertimento è assicurato; dove si fanno magie; dove ci sono imbroglioni dalle tecniche del raggiro, apparentemente sofisticate. C’è la rivalità nell’ubbidienza al capo e la corsa alla stigmatizzazione del deviante che non crede a ciò che viene imposto. Ci sono le bugie dette per paura di perdere l’incarico; ci sono improbabili sondaggi per distinguere gli stolidi dagli intelligenti; ci sono molti soldi spesi per lavori inutili; ci sono cariche date a chi non le merita; ci sono aiutanti più realisti del re che fortificano la menzogna e si prodigano in consigli ingannevoli per mantenerla in vita. C’è la pressione dell’ubbidienza; c’è la piaggeria umiliante; c’è la messa in scena sfarzosa del potere da parte del governante, seguito da baldacchini e servitori. C’è il conformismo di chi è privato della libertà di un pensiero originale; c’è l’opportunismo del guadagno individuale.

“Ormai devo restare fino alla fine"
Nella fiaba c’è poi un imperatore (non un semplice re) che si guarda allo specchio e si vede nudo: è solo, ma non vuole ammetterlo. C’è infine un uomo cosparso dal ludibrio pubblico che non vuol accettare la vergogna della situazione: deve quindi “restare fino alla fine”, mentre i suoi sottoposti sono costretti a continuare a reggere non solo ciò che non c’è (lo strascico), ma soprattutto quello che non c’è più. Infatti, non solo la reputazione, l’onore e la credibilità sono persi, bensì il suo potere è stato messo in crisi. I sudditi si sono trasformati in un pubblico di cittadini che esprimono liberamente il proprio parere. L’imperatore è solo di fronte alla propria nudità. Lo sua risposta? Nonostante rabbrividisca, poiché “sapeva che avevano ragione”, tuttavia fa finta di nulla. In fondo: the show must go on! La sua vita deve continuare a recitare quel copione che si era dato, senza alcuna interferenza o accidente di percorso.
Inutile spiegare la parabola contenuta nella favola di Andersen: ci parla dei nostri giorni e delle questioni di casa nostra. Tuttavia, se nella fiaba il finale è molto verosimile (la continuazione di una recita diventata imbarazzante), per quanto ci concerne non siamo per nulla certi che il nostro governante abbia coscienza della propria nudità o che si sia reso conto come/ perché il popolo (e non più i servitori, gli adulatori e la plebe senza diritti) non stia più indistintamente dalla sua parte. È diventato oggetto di derisione. Nella fiaba sull’imperatore, l’assecondamento ad una realtà artefatta per interessi personali cede infatti di fronte all’imprevisto ostacolo della verità. La rappresentazione scenografica del potere collassa di fronte all’espandersi incontrollato di voci che gridano all’unisono: “C'è un bambino che dice che l’imperatore non ha niente addosso!” Tuttavia, a differenza della beffa evocata nella fiaba allegra di Andersen, gli scenari politici e sociali che si prospettano nel nostro Paese sembrano essere ben più drammatici. L’imperatore si denuda non solo per un suo ridicolo narcisismo, ma per mostrare il suo “vero volto”, spietato e sovvertitore di quei poteri costituzionali di cui certo i sudditi al tempo dell’imperatore non godevano.
Questo mi pare il punto cruciale su cui val la pena soffermarsi: il rapporto tra verità e libertà. Non solo il bambino dice la verità, ma soprattutto scompiglia una parata esibizionistica che nelle intenzioni del governante non avrebbe dovuto presentare sorpresa alcuna. E l’imbarazzante ostentazione delle nudità sessuali dell’imperatore su un corpo non più giovane sembra essere un dettaglio privo di importanza. Il bambino rappresenta invece l’imprevisto: ciò che non-doveva-accadere perché nonpianificato. È come un’acuminata scheggia che sfugge dal controllo di chi doveva sorvegliare (e punire) sulla buona riuscita della parata, che in realtà era una provocatoria offesa nei confronti di un pubblico, che non era certamente composto da guardoni. E qui le metafore, similitudini e allegorie fra finzione e realtà potrebbero continuare all’infinito, proprio per l’intrinseca verità che costituisce il senso delle narrazioni.

Il bugiardo e l’imprevisto
Se Andersen connette l’affermazione della verità all’innocente incoscienza del bambino, nel nostro caso il proferimento della verità va connessa a certe prese di posizione che indicano una consapevole presa di posizione da parte di donne. In tutta la recente vicenda che riguarda Berlusconi, ci sono infatti due elementi che andrebbero a mio parere sottolineati. Il primo riguarda l’imprevisto, ovvero un fatto inimmaginabile e casuale che modifica gli scenari di una sorte scontata e provoca un rabbioso sentimento di tradimento: “Sono stato preso in giro, tradito.” Il secondo concerne la dialettica fra verità e menzogna in politica, ovvero quando/come viene reso palese un fatto occultato come falso. E sappiamo che Berlusconi – grande pianificatore e stratega preventivo – proprio non sopporta ciò che non può essere posto sotto il suo controllo. Nelle recenti vicende, ci sono in effetti state tre donne che – seppur in modo diverso e per ragioni molto differenti – hanno detto la verità, facendo perdere il controllo a Berlusconi e facendolo uscire allo scoperto, in modo da mostrare non solo le sue povertà e nudità umane, ma soprattutto le sue falsità che lo inducono ad usare l’arma dell’intimidazione.
È infatti proprio l’imprevisto che delegittima il bugiardo in politica. Come ricorda Hannah Arendt nel suo noto saggio del 1972, ciò che rende così attraente l’inganno fino a un certo punto è che:
“esso non entra mai in conflitto con la ragione, perché le cose potrebbero essere andate veramente così come dice il bugiardo. Le menzogne sono spesso più plausibili, più attraenti per la ragione di quanto non lo sia la realtà. Dal momento che il bugiardo ha il grande vantaggio di saper in anticipo cosa l’ascoltatore desidera o si aspetta di sentire. Colui che mente ha preparato la sua storia per il pubblico consumo, ben attento a renderla credibile, mentre la realtà ha la sconcertante abitudine di metterci di fronte all’imprevisto, per cui appunto, non eravamo preparati.” (Arendt, La menzogna in politica, Marietti, 2006, p. 13)
E negli ultimi mesi la vita di Berlusconi sembra essere cosparsa proprio da fatti inattesi.
Il primo caso si riferisce alla richiesta di divorzio da parte della moglie Veronica Lario, eventualità assolutamente non contemplata dall’interessato. Eppure tale decisione non può essere ridotta a mero inconveniente. Il terremoto si era da tempo profilato all’orizzonte, anche se la miccia è casuale. Come noto, il 28 aprile Veronica legge la notizia della partecipazione del marito al compleanno di una diciottenne di Casoria, Noemi Letizia. È l’elemento decisivo che la fa propendere per la fine del matrimonio:
“Non posso stare con un uomo che frequenta minorenni”. “Ho cercato di aiutare mio marito; ho implorato chi gli sta accanto di fare altrettanto, come si farebbe con una persona che non sta bene.”
La reazione non si fa attendere. Dalle familiari poltrone di Porta a Porta, il 5 maggio 2009 Berlusconi afferma “È una menzogna”; la moglie “gli deve delle scuse”, che però non arriveranno mai, forse anche per le inoppugnabili prove in sue mani. Da allora, le menzogne saranno le fedeli compagne quotidiane del Cavaliere, con l’aiuto di rassicuranti aiutanti del non-è-così-come-si-dice. Eppure le avvisaglie inviategli dalla moglie erano chiare fin da tempo: la lettera pubblicata su Repubblica il 31 gennaio 2007 in cui Veronica riteneva che alcune affermazioni fossero lesive della sua dignità di donna, per le quali chiedeva “pubbliche scuse”. Poi arriva la email inviata all’Ansa il 27 aprile 2009 in cui Veronica ritiene che le scelte fatte dal marito a proposito delle candidature di donne al Parlamento Europeo siano un “ciarpame senza pudore”. Come poteva allora la situazione volgere nel verso voluto da Berlusconi? Si trattava evidentemente di una realtà per lui inaccettabile perché non conforme ai suoi piani.
“Il divorzio è un fatto privato“. Ma “ho gestito la situazione con una certa classe. E per questo motivo gli ultimi sondaggi dicono che c’è stato un aumento della mia popolarità.“ (France 2, 6-5-2009)

La banalità del vero
In maggio diventa pubblico un secondo caso eclatante. Fa infatti capolino sulle pagine dei giornali l’indagine che da anni (dal 2004) alcuni magistrati di Bari stanno conducendo sulle dubbie attività dell’imprenditore Giampaolo Tarantini. I fatti sono noti: si tratta di una serie di accuse che vanno dalla corruzione, allo spaccio di stupefacenti fino al favoreggiamento della prostituzione, che coinvolgerebbero anche Berlusconi per via degli incontri con gruppi di ragazze pagate a Villa Certosa in Sardegna, a Palazzo Grazioli a Roma e in altre località amene. E qui entra in scena Patrizia D'Addario che dopo aver rilasciato le sue deposizioni ai magistrati, il 17 giugno in un’intervista al Corriere della Sera afferma di essere stata per due volte a Palazzo Grazioli e di essere stata per questo pagata da Tarantini. Il premier non le avrebbe però dato la “busta” pattuita, nonostante la notte trascorsa insieme.
Sebbene Palazzo Grazioli rimandi nella plasticità delle sue forme e nella proporzione delle sue dimensioni allo splendore della storia rinascimentale, gli arredi delle sue stanze ci raccontano oggi tutt’altre storie. Gli interni – come recentemente fotografati e ricordati – sembrano essersi piuttosto trasformati nel set di un film porno-soft degli anni Settanta. C’è un casting che recita parti ben definite nell’abbigliamento e nelle espressioni: tutte le ragazze devono essere vestite in nero, avere un trucco leggero e chiamare l’ospitante “Papi”. Il padrone di casa è dunque regista ed attore (camuffato) ad un tempo:
“Ho lavorato a teatro e mi intendo di trucco. Ne aveva addosso davvero tanto. E lo faceva sembrare arancione, così che quando rideva si potevano vedere tutte le rughe", ricorda Patrizia D’Addario in un’intervista al Sunday Times (21 giugno 2009).
E fa anche capolino il pudore della escort:
“Ballammo di fronte a tutti. Mi teneva stretta. Ma mi colpì il fatto è che lo facesse davanti a tutti." (Sunday Times, 21-6-2009).
Tutti i presenti sapevano che i copioni erano stati previamente accordati, forse ad eccezione del padrone di casa che una volta tanto ha sperato che la finzione fosse realtà. Gioielli (“collane, ciondoli, anelli, braccialetti e altri ninnoli, quasi tutti a forma di farfalla”) che erano stati pensati come doni da offrire alle ospiti, si rivelano kitsch e preferibilmente scambiabili con soldi. Filmati con cui si vorrebbe celebrare lo sfarzo di un potere politico (alla Casa Bianca con Bush, al G8 e in campagna elettorale), vengono ritenuti dalle ragazze “mortalmente noiosi”. Infine, c’è il canto corale di “Meno male che Silvio c’è” che è evidentemente dettato da una sceneggiatura prestabilita, piuttosto che scelto sulla base delle reali preferenze delle astanti. Probabilmente questo ritornello serve al padrone di casa come training autogeno, rassicurante. Ma la sua solitudine e l’impossibilità di ammettere la sua vera condizione umana rimbalzano amplificati contro i muri di un’allegria costruita e pagata. Possibile che solo lui – che dovrebbe essere memore delle sue esperienze giovanili nel mondo dell’intrattenimento – non si fosse accorto della recita? L’ospitante cerca piuttosto di rafforzare il proprio egotismo, esercitandosi su un pubblico di donne che presume essere costituito da suddite supine, o comunque da persone incapaci di giudizio. Invece, i commenti fatti dalle signore durante e dopo la festa parlano piuttosto di un ben altro senso di autonomia, capacità di agire e responsabilità nei confronti delle proprie azioni. Ma la menzogna costitutiva di Berlusconi non vuole riconoscere neppure questo dato di fatto.
La verità della D’Addario è invece suffragata da foto e registrazioni, difficilmente confutabili.
Come testimonia in un’intervista rilasciata alla trasmissione Annozero, la sua condizione era nota a tutti:
“Con dignità ho detto di essere una escort, non ho nascosto nulla” fin dall’inizio. “Sono stata convocata dal giudice a dire tutta la verità. Io ho sempre registrato perché così mi sentivo più sicura da eventuali violenze, non perché volevo ricattare qualcuno, non ho mai pensato ad una cosa del genere". E ha aggiunto, “non mi vergogno di quello che ho fatto, di quello che ho detto. In Italia c'è la strumentalizzazione della donna. Ma a me importa solo del mio cantiere, liberate il mio cantiere." (Annozero, 1-10- 2009)
Maestro dell’inconfutabile confutabile, Berlusconi ritiene invece che questa sia una menzogna, una delle tante messe in giro da una stampa avversa, da giornalisti “farabutti”. Durante la conferenza stampa con Josè Luis Zapatero e nel rispondere ad un giornalista di El Pais, il premier ribadisce ciò che aveva già reso noto alla rivista Chi (24 giugno 2009): la sua innocente estraneità alla vicenda:
“Non esiste alcun giro di prostituzione. Anche questa è una calunnia. (…) Confermo che nella mia vita non ho neppure una volta versato un euro per avere una prestazione sessuale. Per chi ama conquistare, la gioia e la soddisfazione più bella sono la conquista. Se tu paghi, mi domando, che gioia ci potrebbe essere?” (La Maddalena, 10 settembre 2009).
Barzellette (sessiste e razziste), canzoni (con luoghi comuni), gaffe (offensive) e scuse improbabili (“È stata una battuta di spirito abbastanza conosciuta e di largo consumo", come nel caso Bindi Sofia, 16-10, 2009) hanno la stessa funzione dei messaggi commerciali e degli spot pubblicitari. Hanno infatti l’effetto di incidere sulla costruzione della realtà, inoculando nella mente degli individui immagini che diventano poi immaginari collettivi. In tal modo vengono rafforzate e perpetuate forme di violenza simbolica.
Berlusconi le aveva davvero pensate tutte, ma che la sua crisi politica e il calo di consenso tramite i sondaggi potesse essere determinata da donne, proprio questo non lo aveva contemplato. Al massimo, traslocava le donne a suo piacere da luoghi privati a cariche pubbliche, rivendicando poi un improbabile riserbo sulla sua intimità.
“Noemi, quando la vedremo in politica, alle prossime regionali”? «No, preferisco candidarmi alla Camera, al Parlamento. Ci penserà Papi Silvio» (Corriere del Mezzogiorno, 28 aprile 2009).

Primus e basta
Arriviamo dunque al terzo caso, che viene strumentalizzato da Berlusconi per avvallare la tesi del complotto e dell’accerchiamento a suo danno, con il chiaro intento di capovolgere a suo favore un clima apparentemente ostile. La sconfitta deve essere cioè trasformata nel principale motore, capace di attivare una legittimazione plebiscitaria del suo potere. Le due sentenze emesse dal Tribunale di Milano sul Lodo Mondadori (3 ottobre 2009) e dalla Consulta (7 ottobre 2009) a proposito della Legge Alfano, riaprono processi mai conclusi e tolgono l’immunità al Presidente del Consiglio. Ma le modalità di espressione e i concetti adottati dalla difesa racchiudono un’evidente insidia per le istituzioni repubblicane.
Si tratta di uno slogan che viene sempre più spesso fatto circolare e che – conoscendo l’abilità di Berlusconi nella persuasione commerciale – deve mettere in allarme. Con il refrain “Il presidente del Consiglio dovrebbe essere rispettato visto che è l'unica carica eletta dal popolo” si cerca la legittimità del potere politico come direttamente derivante dall’“elezione del popolo”. E qui non dobbiamo sottovalutare ciò che famosi scienziati sociali ci hanno insegnato a proposito della valenza che “comunità immaginate” hanno nella vita quotidiana delle persone e nell’immaginario collettivo. Eminenti linguisti ci hanno inoltre dimostrato che le parole sono cose e come tali possono influenzare le azioni. Se questo è il caso, allora la menzogna istituzionale introdotta da Berlusconi può acquisire tanto il significato di verità nella comunicazione ordinaria, quanto il valore pragmatico per una possibile mobilitazione plebiscitaria da parte di soggetti coinvolti.
Questa strategia comunicativa è stata pienamente adottata dai due difensori di Berlusconi nel corso del dibattito alla Consulta. Sostiene Ghedini:
"La legge è uguale per tutti, ma non necessariamente lo è la sua applicazione."
Incalza Pecorella: "Con le modifiche apportate alla legge elettorale, il Presidente del Consiglio non può più essere considerato uguale agli altri parlamentari, ossia non è più primus inter pares, ma deve essere considerato primus super pares".
Fa loro eco Berlusconi da Benevento l’11 ottobre:
"Non si può insultare un premier eletto dal popolo." Tanto più che per autodefinizione: “Non soltanto a mio giudizio sono il miglior presidente del Consiglio che si possa reperire oggi. Io ho verificato tutto quello che han fatto gli altri presidenti del consiglio nella storia e credo che non ci sia nessuno a cui io mi debba sentire inferiore. Al contrario.” (Roma, 9-10- 2009)
La verità è un’altra, come ha ribadito la Consulta, seguendo i dettami liberali della Costituzione repubblicana, ovvero che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge (art. 3) e che una legge ordinaria non può sovvertire il patto fondamentale (art. 138). Ma la verità costituzionale è anche che “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri” (art. 92.). Il che significa che - a partire dalle preferenze espresse nelle elezioni - è stato Napoletano ad affidare l’incarico a Berlusconi e ministri. Possibile che avvocati tanto accorti abbiano potuto incorrere in errori istituzionali così grossolani e che Berlusconi sia stato colto da amnesia, tanto da non ricordarsi del giuramento fatto al Presidente della Repubblica? Se l’affermazione plebiscitaria del premier è palesemente falsa, la sua declamazione sta trasformandosi in realtà oggettiva, attraverso il viatico dei mezzi di comunicazione di massa che riproducono in diverse forme - scritte, visuali e auditive - lo stesso messaggio, dando concretezza alle parole. E la ripetizione provoca assuefazione nei confronti di un’idea figurata, riaffermata ed enfatizzata in ogni circostanza. Alla fine, lo slogan acquista la stessa potenza di convincimento che hanno i messaggi commerciali a livello subliminale.
È quindi evidente che l’intento del refrain è ben più sottile e pericoloso: inoculare nella mente (soprattutto) dei telespettatori la figura e il corpo di chi li rappresenterebbe per acclamazione diretta. E sappiamo che la dittatura e l’autoritarismo si sono sempre venuti a declinare attraverso il corpo del maschio politico, auto-affermantesi come virile e capace di conquista. La sessualità è costitutiva di ogni forma di populismo plebiscitario: riuscire a sedurre uomini e donne per ridurli all’obbedienza, credendo di essere immuni di fronte a qualsiasi pericolo e impuniti di fronte a ogni reato. La responsabilità delle colpe ricade però unicamente sul “popolo”, dal momento che il leader è il popolo, con cui però si identifica solo all’occorrenza.
Il “popolo è con me”, sostiene Berlusconi. Oggi “abbiamo il consenso del 68% degli italiani e c'è il Popolo della libertà. Insomma, di diverso ci siamo noi».

Da Via del Plebiscito alla via per il presidenzialismo plebiscitario
La menzogna ha sempre un fine. Quella usata dagli avvocati difensori e da Berlusconi serve come mezzo verbale per avvalorare una tesi contraria ai presupposti normativi dello Stato di diritto liberale che sostiene la supremazia della legge su decisioni plebiscitarie. Se nell’antica Roma il plebiscitum aveva dapprima indicato un diverso peso decisionale nella distinzione classista fra il popolo e la plebe (concilia plebis), in età moderna il plebiscito acquista il significato di acclamazione di piazza, senza che si passi attraverso modalità procedurali e deliberazioni di tipo parlamentare. Il liberalismo politico si costituisce piuttosto come affermazione e garanzia delle libertà fondamentali, per cui le procedure sono atte a garantire i cittadini contro l’arbitrio e l’ingerenza dei governanti. La legittimità democratica si fonda certamente sulle libere scelte dei cittadini e sulla possibilità di revocare gli eletti, ma anche su una continua interazione col “basso” che deve controllare il corretto funzionamento dell’esercizio del potere e il rispetto dei mandati istituzionali. Per questo, la Costituzione della Repubblica Italiana era stata concepita come “rigida”, proprio per evitare quell’ibrido letale che per 20 anni aveva decretato la convivenza fra lo Statuto Albertino del 1848 e la dittatura fascista. Ma l’attuale Costituzione italiana si sta dimostrando fragile di fronte ai tentativi di trasformarla e svuotarla dall’interno, secondo un’inedita versione postmoderna del presidenzialismo plebiscitario.
Forse tale aspettativa è anche connessa ad un fattore logistico: la residenza romana di Berlusconi, il famoso palazzo Grazioli, è sito proprio in Via del Plebiscito accanto a Piazza Venezia: facile che gli siano balenate ben altre visioni di folle acclamanti.
E qui veniamo ad un ultimo imprevisto che altera l’umore del premier, soprattutto per il fatto di non essere riuscito a se-durre, nel vero senso etimologico latino del portare-con-sé, il Presidente della Repubblica. Il che significa che Napolitano avrebbe potuto essere corrotto o influenzato. Il 6 ottobre 2009, alla notizia della bocciatura della Consulta, il Primo Ministro sbotta:
"Il Presidente della Repubblica aveva garantito con la sua firma che la legge sarebbe stata approvata dalla Consulta, posta la sua nota influenza sui giudici di sinistra della Corte". Ma poi, riprendendosi, esclama: "IO VADO avanti, con o senza Lodo Alfano. (…) Queste cose qua a me mi caricano, agli Italiani li caricano. Viva Berlusconi!".
Ma qui c’è un altro evento che fa perdere le staffe a Berlusconi: la verità delle donne, l’”anello debole”, dove mostra le sue fragilità costitutive, attraverso un’ostentata violenza e volgarità sessista. E ciò non è certamente dettato dal conflitto fra pancia e ragione, ma dal suo intero modo di essere.
Teatrino di Porta a Porta del 7 ottobre: l’offesa all’onorevole Rosi Bindi parte dal leghista Castelli in un’incalzarsi di voci e battute: “Castelli: Ma questa qua parla sempre. Ma non lo so io, ma perché parli sempre?
Bindi: Sì, Perché dico la verità, perché ti scoccia. Ricordatevi della Lega forcaiola, delle reti Fininvest che davano aiuto ai magistrati. Castelli: Lei è una zitella petulante…”
In chiusura, al telefono, il premier interviene:
“Bindi: Sono gravissime le affermazioni che ha fatto oggi.
Berlusconi: Sento parlare la Signora Bindi: è sempre più bella che intelligente.
Vespa: La prego, Presidente, La prego.
Berlusconi: No, non mi preghi Mi sono stancato di essere cortese con persone che sono sempre scortesi con me. Quindi, Rosi Bimbi, non mi interessa nulla di quello che Lei eccepisce.
Bindi: Presidente, sono una donna che non è a sua disposizione.
Castelli: Non abbiamo dubbi sotto questo punto di vista.
Bindi: Le affermazioni che Lei ha fatto questa sera sotto il profilo costituzionale e verso il Presidente della Repubblica sono gravissime.
Berlusconi: Ma Lei vedrà che gli Italiani la pensano in una maniera diversissima da Lei. Va bene?
Bindi: Lo vedremo Presidente.”

Al di là della legge, al di qui bel bene e del male
“L’uomo di un’epoca di dissoluzione, sovvertitrice di razze, il quale incarna come tale l’eredità di una multiforme origine, cioè istinti e criteri di valore antitetici (…) in lotta tra loro e raramente pacificati – un siffatto uomo delle tarde civiltà e delle luci velate sarà in media un uomo piuttosto debole: il suo profondo desiderio è che abbia fine, una buona volta, la guerra che lui stesso è.” (Nietzsche, Al di là de bene e del male, ed. it. 1981, p. 89) È Berlusconi la sua stessa guerra, dal momento che causa conflitti senza però riconoscerne la paternità? Sarebbero infatti i giudici a perseguitarlo e non lui ad aver commesso colpe perseguibili. Sarebbe la stampa a vessarlo e non lui a infrangere le regole auree della libertà di espressione e di informazione, rifiutandosi di rispondere come uomo politico a domande dal significato pubblico. Ma di che tipo è la “guerra di Berlusconi”?
Nelle sue opere, Friedrich Nietzsche aveva cercato di definire la fisionomia dell’”uomo di un’epoca di dissoluzione”, a partire dalla convinzione che “il problema della vita è la volontà di potenza”. È questo il caso del nostro premier, in cui la volontà di potenza copre l’intero spetro della vita umana, dall’ambito sessuale, a quello economico, mediatico e politico? Senza dubbio, la sua mentalità polarizzante mira a radicalizzare i conflitti piuttosto che a trovare soluzioni mediante il loro superamento. L’attitudine allo scavalcamento degli ostacoli è del resto il leit motive esistenziale che ha da sempre accompagnato l’auto-definizione di Berlusconi come selfmade man, capace di avere la vittoria, prevaricando tutti i suoi oppositori (a cominciare dalla “comunità immaginata” dei comunisti – "io ho tutte queste cause perché sono il presidente del consiglio e rappresento un argine alla sinistra in Italia”, Roma, 9-10-2009) e tutti coloro che si imbattono lungo il suo cammino, senza preavviso.
La mentalità del resistere agli attacchi contro nemici perché si-è-in-guerra, è emersa con estrema forza nel corso dell’assemblea degli industriali di Monza e Brianza, tenutasi a Monza il 13 ottobre, in cui la forza del leder sarebbe determinata dalla resistenza:
"i colleghi europei mi hanno detto 'come sei duro', nessun leader europeo avrebbe retto ad attacchi simili. Ma non c'é attacco che tenga."
Berlusconi qui dice il vero, nel palesare la vera natura della sua politica: si tratta di un’azione fondata sull’insanabile dicotomia di amico e nemico. E “Il concetto di nemico è oggi il concetto primario in relazione a quello di guerra”, come ricordava Carl Schmitt nelle Categorie del politico, (ed. it, 1972, p. 193).
Le pedine sono ben disposte sulla scacchiera ed evidente è la loro funzione. Ci sono i nemici: la stampa: “C'è un giornale italiano che non ha avuto alcun limite nel gettare discredito su di me". “Io non ho mai attaccato nessuno. La magistratura: “il governo non attacca nessuno. (…) C'é una frangia militarizzata della magistratura che attacca me da 15 anni a questa parte. Questo vorrei che fosse chiaro."
Ci sono gli amici: la coalizione di governo: “esiste un grande partito in cui hanno trovato cittadinanza tutte le forze anticomuniste d'Italia.” Gli imprenditori: «voi che siete i creatori del benessere del paese, approfittate che c'è un collega al governo…”. La gente: “c'è un grande sostegno da parte degli italiani (…). Mi circondano capannelli di gente che mi mostra affetto.” (Monza, 13-9-2009)
Ma se la richiesta d’affetto e la pretesa di riconoscimento nel caso delle cene a Palazzo Grazioli potevano avere un significato personale, l’aspettativa di ricevere amore da parte del “popolo” perché si è buoni, appare un’affermazione non solo bizzarra, ma anche alquanto pericolosa in democrazia. Sono solo dittatori, tiranni e populisti che mischiano la sfera dei sentimenti amorosi con gli interessi politici, nel tentativo strumentale di avere benefici e di manipolare la volontà generale, basandosi sugli istinti. Seguendo la logica narrativa dei discorsi di Berlusconi, si giunge dunque all’ammissione della finalità dell’azione politico-mediatica: l’elezione diretta da parte del popolo, per acclamazione. Se è certamente vero che il politico democratico è scelto dai propri elettori tramite il libero voto, è altrettanto indubitabile che questi deve sottostare a regole e a limiti imposte da leggi e procedure. Nella testa di Berlusconi (come se fosse un giocatore di SIMCity) c’è invece il desideri di stravolgere tutto ciò: accanto ad un populismo affettivo si pone un paternalismo autoritario, che contraddice l’intera storia delle democrazie liberali.
Se Berlusconi mira ad andare al di là della legge, tuttavia – a differenza della teoria neitzschiana – egli rimane molto ben al di qua “del bene e del male”:
"La cosa migliore è essere amati e io faccio di tutto per essere amato, non solo dai media, ma da tutti. Io sono troppo buono e giusto e vorrei che me lo riconoscessero." (Sofia, 15-9-2009)

Populismo autoritario senza popolo
In un intervista rilasciata nel corso del suo viaggio in Bulgaria, Berlusconi viene ad esplicitare la sua idea di riforma politica. Il Primo Ministro – che verrebbe elevato al rango di Presidente della Repubblica – dovrebbe essere eletto direttamente dal popolo, sussumendo sotto di sé la sfera della giustizia (dai semplici pubblici ministeri fino alla Corte Costituzionale, ovvero coloro i cui ruoli non sono determinati da elezioni) e l’ambito produttivo (tenendo conto delle sue specifiche competenze in materia).
“Io sono, per esempio, per una riforma costituzionale che proprio prenda il toro per le corna, come usa dirsi, e che faccia del nostro Paese una democrazia vera, non soggetta al potere di un ordine che non ha legittimazione elettorale. E quindi qui c'è un grande lavoro da fare. Oggi se pensate bene a quello che sta succedendo, succede che una parte della magistratura molto politicizzata interviene con l’utilizzo della giustizia a fini di lotta politica e a poi su su fino all’ultimo organismo dello Stato che è la Corte Costituzionale, che praticamente pone in nulla le decisioni ad esempio del Parlamento. Ricordo una decisione del Parlamento, che a me pare assolutamente doverosa e giusta, è quella in base alla quale un cittadino sottoposto all’accusa di aver commesso un reato e giudicato da un tribunale della Repubblica e ritenuto innocente, non possa essere richiamato ancora da un pubblico accusatore in un'ulteriore fase di processo o magari ancora in un'altra fase che riguarda la Corte Costituzionale. Ora naturalmente per un pubblico ministero questo è il suo mestiere e normalmente succede che i pubblici ministeri quando non vedono accolta dai giudici giudicanti la loro tesi accusatoria, ricorrono in appello e se anche l’appello respinge la loro tesi ricorrono in Cassazione. Per loro è il mestiere, per un cittadino è la distruzione della propria vita per sé e per la propria famiglia.” (Berlusconi, Sofia, 16-10-2009)
La trascrizione fedele della dichiarazione fatta a Sofia da Berlusconi può far sorgere molte domande circa il benessere psico-fisico del premier.
Preferiamo invece continuare con un’analisi di teoria politica, proprio per sottolineare le enormità istituzionali contenute in queste affermazioni. Nel Leviatano, Hobbes concepisce lo Stato come determinato da un patto comune fra gli umani che cedono una volta per sempre i propri diritti al sovrano; questi deve d’ora in poi prendersi cura dei sudditi, senza mai più restituire loro i propri diritti.
“È connesso con la sovranità giudicare quali opinioni e dottrine sono avverse e quali favorevoli alla pace e, per conseguenza, in quali occasioni, fino a che punto e con quali uomini di fiducia parlare alle moltitudini, e chi deve esaminare le dottrine di tutti i libri prima che siano pubblicati.” (Hobbes, Il Leviatano, La Nuova Italia, p, 174.).
Questa visione anti-liberale del potere politico, privo di parlamento, viene questionata dalla rivoluzione francese viene che afferma piuttosto una concezione dei diritti umani come inalienabili e inderogabili, ovvero non cedibili ad altri. Il liberalismo pluralista si fonderà quindi sulla compatibilità delle differenze e sulla distinzione fra i tre poteri fondativi dello Stato. Ma questa tradizione non sembra appartenere alla storia di Berlusconi, così come non sembra neppure seguire la tradizione autoritaria a là Hobbes, la cui legittimità si fondava sulla presenza dei sudditi. Paradossale: nel discorso fatto a Monza pure il popolo sembra scomparire: non c’è più né come insieme di cittadini che possiedono uguali diritti e la libertà di deliberare, né come sudditi che ubbidiscono. Rimane solo lui: con pieni poteri e con la facoltà di decidere su cosa possa essere inteso per “bene comune”…..
“Noi tutti insieme porteremo l’Italia fuori da questa crisi e la faremo avanzare nella strada del benessere. Per la democrazia e per la libertà 'ghe pensi mi'. Arrivederci.” (Monza, 13-9-2009)

Di che “pasta” è fatto Berlusconi?
Se molti osservatori avevano messo in luce una certa perdita di controllo da parte di Berlusconi, si devono ricredere. Non è soltanto furioso e in preda alle sue comprensibili rabbi e neppure sta perdendo la sua proverbiale abilità manipolatoria. Ciò che sta invece emergendo man mano con fragore è l’avanzante e concitata ansia comunicativa nel diffondere l’idea e la strategia politica per conseguire la riforma costituzionale. Berlusconi sembra dunque intenzionato da una parte di mettere sempre più a fuoco il suo potere politico, secondo l’iperbole vittimistica dell’essere “in assoluto il maggior perseguitato dalla magistratura di tutte le epoche, di tutta la storia degli uomini in tutto il mondo, perché ho subito più di 2500 udienze e ho la fortuna, avendo lavorato bene nel passato e avendo messo da parte un patrimonio importante, di aver potuto spendere più di 200 milioni di euro per consulenti e giudici, avvocati.” (Roma, 9-10-2009). 13 Dall’altra metterà in azione i più svariati piani – anche tragici, temo – per avvalorare le sue tesi e distogliere l’attenzione del pubblico da questioni scottanti. In tal modo, verrà avvallata la tesi della necessità che il popolo ha di essere protetto dal capo. E di fosche strategie dell’emergenza e del terrore è piena la storia dell’Italia repubblicana.
Berlusconi parte dunque dalla ferita narcisistica per affilare l’azione politicomediatica di difesa-offesa: “non-sapete-chi-sono-io e cosa-posso-fare“.
“Mi difenderò io stesso anche nelle aule del tribunale, facendo esporre al ridicolo gli accusatori e mostrando agli Italiani di che pasta sono fatti loro e, se mi consente, di che pasta sono fatto io.” (8 ottobre 2009)
Se non ci è ancora dato di sapere qual sarà il finale di questa sceneggiatura politica, ci è invece ben noto un copione già realizzato in forma di film. Si tratta della scena finale, in cui Silvio Berlusconi (interpretato da Nanni Moretti) si reca nell'aula di un tribunale per assistere alla lettura della sentenza che lo vede coinvolto in un processo. È solo, senza più la corte ammiccante di alleati e adulatori. Viene condannato. Ma nonostante ciò, nell’uscire dal Palazzo di Giustizia avverte i giudici dell’insurrezione del popolo che lo aveva eletto: non avrebbe certo accettato quella condanna “persecutoria” nei suoi confronti. Parla coi giornalisti; ha il viso cupo. Nel frattempo arriva un gruppo di sostenitori acclamanti, che contro i giudici che stano uscendo dal palazzo cominciano a scagliare oggetti vari, tra cui bombe Molotov. Intanto sullo sfondo si vedono ardere alcuni roghi appiccati dai sostenitori, a segno di una rivolta popolare in corso (Il Caimano, 2006). Per quanto ci concerne, potremmo però avanzare un diverso finale:
l’apparizione di una massa di persone indigenti, diseredate e inferocite, che vagano per un’Italia ormai desolata e improduttiva: incendiano tutto ciò che capita loro sotto mano, ma anche chiedono conto al loro “eletto” degli errori fatti e delle menzogne sostenute.
Ma esiste un qualche nesso fra immaginario filmico e realtà? Le riprese degli attacchi terroristici dell’11 settembre a New York avevano indicato un’inquietante analogia fra l’immaginario distruttivo rappresentato in molti film hollywoodiani e la realtà che stava cancellando la vita di migliaia di persone. Nel caso italiano, mostrerà Berlusconi – come succede nel Caimano - il suo “vero” volto, ovvero la pasta di cui è fatto? Se non ci è dato ancora sapere come finirà, è sicuramente vero che - come era accaduto per il vezzoso imperatore -, il Premier ora “è nudo”. Sarà forse dovuto anche al fatto che sta recitando così tante parti al punto che potrebbe entrare in una confusione tale da non essere più d’accordo neppure con se stesso e da scambiare se stesso per il proprio nemico o con ciò che non esiste. Ma la fedeltà assoluta al suo Ego lo porta a mantenere salda la finzione come verità, poiché pensa che così il suo potere rimarrebbe inalterato. Se solo il popolo avesse il coraggio di vedere la vera verità! La percezione collettiva cambierebbe, mentre la scena finale scadrebbe nel grottesco, come per la conclusione della fiaba di Andersen: “si raddrizzò ancora più fiero e i ciambellani lo seguirono reggendo lo strascico che non c'era”.

Marina Calloni
In: Caffè Europa, 13-10-2009

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