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VII Forum di Sbilanciamoci! L’impresa di un’economia diversa. Di Gioia Virgilio

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Il contro-forum di Cernobbio del 5 settembre contro la grande crisi, provocatoriamente svolto in concomitanza e vicino a quello dei politici ed economisti “governativi”, ha coinvolto 50 associazioni, 22 relatori (con interventi brevi) e attirato circa 200 partecipanti.

Agli interventi sulle politiche da parte di accademici, economisti e sindacalisti alternativi, sono seguite testimonianze, esperienze e proposte che esprimevano il punto di vista della società civile. Chi dell’associazione “Orlando” era interessata alle “Altre economie” era già andata nel 2007 al V Forum della stessa Campagna Sbilanciamoci, tenuto a Marghera, dove il contesto era internazionale e gli interventi e la discussione duravano più giorni alla presenza di circa 80 relatori e 400 partecipanti.

A Cernobbio quindi un forum di tono minore rispetto al passato, anche se i temi lanciati sono sempre attualissimi e stimolanti, così come descritti nei documenti distribuiti sulla crisi economica: 10 esempi e 15 bluff di politiche insufficienti e sbagliate e 15 mosse per uscire dalla crisi con un nuovo modello di sviluppo, basato su 5 principi, 5 nuove iniziative economiche e sociali e 5 modi per trovare le risorse. Mi ha colpito, così come nello scorso Forum, la sparutissima presenza di contributi femminili, sia come relatrici che come interventi nel dibattito. Eppure le economiste ci sono e parte del movimento femminista è interessato ed elabora sulle nuove economie alternative al modello capitalistico, neoliberista. Perché gli organizzatori non sollecitano e non si preoccupano di invitare queste donne ad esprimere loro punti di vista?

A dire il vero, fra i collaboratori che hanno redatto i rapporti disponibili al convegno (“La finanziaria per noi”, “Libro Bianco 2008” e “Come si vive in Italia”) figurano componenti femminili, ma queste non sono emerse come protagoniste nella proposizione e nella conduzione del dibattito. Ciò impressiona, anche considerando che, fra le proposte di dettaglio per la finanziaria 2009 di Sbilanciamoci, compaiono, relativamente alle Pari opportunità e politiche di genere, punti specifici sul gender auditing, sui centri antiviolenza, sui consultori e sulle donne immigrate. Da una campagna non governativa di 50 associazioni contro la grande crisi ci si aspetterebbe invece un coinvolgimento prioritario di una parte della società - quella femminile - che maggiormente risente della disoccupazione e dei tagli nelle politiche sanitarie e del welfare. Al contrario, sembra perpetuarsi la solita “messa sotto silenzio” che diventa “il silenzio delle donne”, economiste e non.
Nello stesso recente appello/intervento, comparso su “Repubblica”, firmato dai 16 economisti in risposta agli attacchi di Tremonti riguardo alla sua accusa di non aver previsto la crisi e di aver anzi accettato o esaltato le degenerazioni che la provocarono, figurava solo una donna, peraltro col medesimo cognome di un altro firmatario (parente?).

Ritornando ora ai temi del contro-forum, si rimanda all’articolo pubblicato da “Il Manifesto” del 5/9/09 di Giulio Marcon e Mario Pianta, dal titolo “40 miliardi e 15 mosse contro la grande crisi” che riassume i contenuti dei cinque principi per cambiare le politiche, delle cinque nuove iniziative economiche e sociali e dei 5 modi per trovare i soldi che servono, 40 miliardi, appunto per il 2010 e 2011.
Qui preme ricordare, innanzi tutto, l’unico intervento della economista ambientale Carla Ravaioli sull’economia insostenibile. Ha criticato il modello di sviluppo che si identifica in una crescita illimitata, mentre l’impresa di un’economia diversa deve valutare i limiti della crescita. Occorre una riconversione ecologica dell’economia, poiché il rapporto tra l’economia e la natura è cambiato nei due secoli: si sono infatti bruciate le riserve di carbone e di idrocarburi, create con molti secoli e si è alle prese con lo smaltimento dei rifiuti solidi e gassosi. La produzione delle armi è l’unica industria che “tiene”, pari al 3,5% del PIL mondiale, cifra peraltro ritenuta inferiore al dato reale. E’ necessario invece considerare l’importanza della natura mineraria, vegetale ed animale e non ignorare la crisi degli eco-sistemi. Esempi positivi di contrasto all’attuale modello di sviluppo sono rappresentati dal movimento della green growth (crescita verde) e dalla riduzione dell’orario di lavoro, cui la stessa rivoluzione tecnologica contribuisce nel senso di “liberare” ore di lavoro.

Un accenno infine ad altri interventi che hanno ripreso i temi proposti dalla Ravaioli e che rispecchiano approfondimenti su cui le donne pensano, dibattono e scrivono da tempo.
In primo luogo gli argomenti dell’ecologia e dello sviluppo dei beni relazionali. Gianluigi Salvador (Movimento per la decrescita felice) ha sottolineato il problema della mancanza di energie fossili e che la natura e la biodiversità costituiscono la nostra ricchezza. Di fronte al caos climatico è importante preservare il territorio, senza “coprirlo” con opere tipo la TAV. Non basta la sobrietà nell’utilizzo delle risorse e dei consumi, ma bisogna creare un nuovo paradigma di sviluppo secondo le leggi della natura e della termodinamica. Strumenti positivi sono la autoproduzione su filiera ”corta”, cioè provenienza italiana dei prodotti, e lo scambio di beni non mercificati, quali i beni relazionali (assistenza, salute, partecipazione). Sergio Giovagnoli (Responsabile Politiche Sociali dell’ARCI) si è soffermato su una nuova idea di welfare, basata sull’investimento in beni relazionali, sulla diffusione delle buone pratiche nel terzo settore, sulla segnalazione di nuovi bisogni da parte dei cittadini anziché delle istituzioni. Marco Lorenzini (Associazione per la sinistra Como) ha parlato di problemi ambientali come diritti esigibili e della necessità di collegare le questioni della natura con i problemi sociali. Sul controllo della filiera di produzione si è espresso anche Marco Servettini (Associazione Isola che c’è) che ha narrato l’esperienza, a Como, del GAS del Fotovoltaico costruito interamente in Italia, cioè di un gruppo di acquisto per pannelli fotovoltaici, creando relazioni di fiducia e piccole comunità ecologiche sostenibili, in grado di ricucire varie pratiche simili per creare un nuovo modello di sviluppo. Roberto Romano (Sbilanciamoci.info) ha puntualizzato sulla domanda ambientale: i pannelli solari sono prodotti fuori dell’Italia, perché il nostro paese non ha saputo convertire la propria produzione, non riuscendo il tessuto produttivo ad intercettare la domanda ambientale di tecnologie per energie rinnovabili e a stimolarla, così come invece è avvenuto in Germania. Occorrerebbe quindi incentivare la specializzazione produttiva in beni strumentali e intermedi, ad alto contenuto tecnologico e richiedenti perciò investimenti in ricerca e sviluppo, anziché verso beni di consumo (es. automobili, mobili in legno) per i quali non c’è interesse ad investire in ricerca e sviluppo.

Infine, un tema assai evocato è stato quello della diminuzione di reti relazionali, amicali, associative, di saperi che portano ad una perdita di convivenza democratica, non permettendo la capacità, come è stato detto, di “sognare” e di nuove visioni. Tale erosione delle relazioni/reti, del welfare è uno degli effetti devastanti che provengono dalla crisi.
Concludo, a commento dei temi lanciati dal contro-forum, che il movimento delle donne sceglie di continuare, in tempo di crisi, a confrontarsi sull’uso di strumenti come le statistiche ed i bilanci di genere, e, più in generale, a perfezionare l’analisi di genere ed a costruire un discorso pubblico alternativo a quello dominante.

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