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Su per la discesa di Giancarla Codrignani

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Ai tempi del mitico '68 uscì negli Stati Uniti un libro sulla scuola americana intitolato "Su per la discesa": mi è sempre rimasto in mente come metafora politica, vista l'esperienza costantemente pagata a quell'ottimismo della volontà che ci fa credere meno faticoso del reale il prezzo di andare contro corrente.

Esperienza così prevalentemente femminile da far pensare che la quotidianità ci faccia sempre e solo pedalare in salita. Esempio? Hillary Clinton: soprattutto le ragazze debbono tenerla presente per la (loro) storia. La chiamiamo "Clinton", come se non si chiamasse Rodham. Le "mogli" in carriera ritengono che sia una furbata fare le coniugate dell'uomo importante e anche Hillary ha scommesso sul consenso di cui godeva Bill. La cosa era discutibile: il Presidente, che è pur stato il miglior statista della recente storia americana, non solo ha pagato cara la debolezza di aver mentito in tribunale, ma ha lasciato nell'opinione pubblica, in particolare femminile, la sgradevole memoria di un comportamento miserando e dell'umiliante indulgenza a cui costrinse la moglie. Decisa a correre in proprio, Hillary fu connivente con lo staff del partito e si avvalse dell'assidua presenza dell'illustre consorte nella campagna elettorale. E' vero che il sostegno maritale va bene per le americane che fanno le torte, sostengono le opere caritative della parrocchia e seguono le telenovelas (e votano repubblicano); ma attraverso le democratiche era possibile dare a tutte le americane l'orgoglio di poter, finalmente, governare. Non era prevista la sfida genere/razza, per giunta comprensiva di quella generazionale: e così con la moglie sessantenne del presidente bianco le donne si sono fatte sconfiggere da un giovane Obama nero, a prescindere dai contenuti dei programmi, all'interno dei quali il popolo nero avrebbe trovato di che guadagnare più con lady Rodham che con il leader populista di colore.
Continueremo, dunque, ad essere tutte delle "vice" e a fare la seconda parte nella coppia universale simbolica, senza aver neppure esercitato pressioni a favore del nostro genere e di una mai realizzata parità. Di fatto negli Usa abbiamo confermato il modello unico e il ruolo femminile si è fatto di nuovo incastrare da quello di moglie. Su per la discesa...

Al ritorno dalle ferie toccherà anche a noi sperimentarci. In Italia va ancora peggio, visto che non siamo certo esaltate nelle prestazioni istituzionali. Le veline non saranno ontologicamente riprovevoli, ma rappresentano un ruolo femminile non proprio degno di essere "rappresentativo" in un Parlamento. Neppure ai tempi di "Cicciolina" (per chi se ne ricorda) ci trovavamo a così basso livello, perché la Staller era stata eletta, sia pur da gente antipolitica che voleva irridere il'istituzione. E neppure ai tempi della Pivetti, che cercò di recitare una parte quasi edificante su uno scenario che non prevedevamo dovesse ospitare farse e tragedie.
Purtroppo dietro ogni questione d'immagine è in gioco la sostanza. Una sostanza fatta di penalizzazioni che toccano e toccheranno soprattutto gli interessi delle donne che da sempre definiamo non corporativi, ma, al contrario, fonte di vantaggi sociali comuni. Sarebbe grave, proprio nel corso di una crisi che già ora - e ancor più nel prossimo inverno - è destinata a colpire duramente, perdere una risorsa (così ci chiamano con terminologia ipocrita) utile per guidare con minor danno le trasformazioni. Saranno in gioco in primo luogo lavoro e famiglia.

Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha votato all'unanimità nel giugno scorso la condanna dello stupro come "tattica di guerra". La dichiarazione è importante, anche se le Nazioni unite hanno appena scoperto le dimensioni "inesplicabili" delle violenze "degli ultimi conflitti" (che per la nostra conoscenza della storia sono pratica secolare). Comunque, si tratta di un riconoscimento importante. Tuttavia, se lo stupro diventa atto e crimine di guerra, il riconoscimento non significa sicurezza per le donne perché la guerra è più vasta e investe la famiglia. Il governo italiano indica nell'immigrazione "la" causa dell'insicurezza di vita attuale e produce paura indotta. L'immigrazione, infatti, fa parte del quadro, ma sono le società "del benessere" che hanno investito nel denaro e nel successo e, nel momento dell'impoverimento, reagiscono con la regressione nella violenza, sempre latente nella storia e costante soprattutto nell'istituzione famigliare a danno di donne, anziani e minori. Le donne vengono picchiate, violentate e uccise da mariti, compagni e amici e nessun'autorità li colpevolizza e prende loro le impronte digitali preventivamente.
Ma "la famiglia" è oggetto di rinnovata attenzione: tutti chiedono aiuti per il suo benessere; in realtà si può finire in braccio alla politica dei sussidi. Le donne che vanno a fare la spesa sanno che non è l'Ici generalizzata che aiuta la famiglia, se si perdono i servizi. E i servizi si perderanno, perché i Comuni non potranno metterli in bilancio senza risorse e perché, se non si fa riferimento ad una famiglia in cui abbia valore la componente femminile, ai cultori del neutro parrà accettabile che i servizi li produca la donna. E' come il velo per le immigrate: molte di più avrebbero le chiome al vento se non ci fosse un uomo che le vuole coperte. Analogamente non sarà il compagno della sinistra - lasciamo perdere che, anche per quel che lo riguarda, ha abbandonato i programmi per poco nobili lotte di potere - che metterà nelle priorità il problema dei "nidi" o che difenderà l'occupazione femminile. Con le tutele (l'assenza di tutele) attuali per le precarie sarà più vantaggioso dimettersi da lavori meno remunerativi delle spese che comporta la cura della famiglia.

I diritti che non si difendono si perdono. Saremo ancora destinate a "subire"? Le crisi non hanno mai favorito chi è svantaggiato e fanno capire perché producono regressione in chi, a qualunque livello, è subalterno. Che le donne siano ancora subalterne come soggetti politici lo mostrano elementi perfino folcloristici delle cronache estive. In Spagna Bibiana Aido, ministra per le pari opportunità, ha aperto una polemica istituzionale sul linguaggio di genere: in Parlamento, se i maschi sono "membri", le donne saranno "membre". Nel lessico italiano la guida pubblicata nelle edizioni parlamentari nei primi anni Ottanta del secolo scorso - a cura della non dimenticata (speriamo) Alma Sabatini - non si registrava un'audacia del genere. Eppure molte di noi dicono le individue, le soggette. Ci sono state reazioni negative, anche di donne; ma va menzionato Alfonso Guerra che ha ridicolizzato la collega, ma ha anche dichiarato che "non ci si deve inginocchiare davanti a una qualsiasi che si dica maltrattata".
Da noi, negli stessi giorni, per la prima volta, un tema della maturità è stato dedicato alla cultura delle donne, ma non ha suscitato interesse. E nessun giornale si è chiesto se stia bene che a scuola i ragazzi non siano tenuti a sapere che cosa sia "il genere". A Gloucester, nel Massachusset, diciassette ragazze di quindici anni si sono fatte mettere incinte contemporaneamente con il patto segreto di non menzionare il padre e di godere insieme di una libera maternità. Le loro madri e nonne manifestavano per la libera scelta abortiva, loro sono state la consolazione del movimento per la vita .
In altra parte del mondo Al Zawahiri, il numero due di Al Qaeda, ha richiamato le donne islamiche a badare ai figli e a soddisfare le esigenze dei mujahiddin in lotta e a non fare le terroriste e le martiri. Le donne hanno reagito: anche noi abbiamo il diritto di diventare kamikaze perché la jihad non è un monopolio dei maschi...

Effetti della globalizzazione? certamente sì. Ma il confronto con situazioni diverse fa capire che se le donne che hanno guadagnato dignità, autonomia, diritti non tengono la frontiera, abbiamo da perdere tutte. Non sarà facile. Ma resistere è la sola cosa che dobbiamo a noi stesse e a tutte. Quindi settembre rappresenta un momento strategico. E' in atto un bisogno di rinnovamento e di ricomposizione della politica; nuove forme partitiche si stanno organizzando; il governo pone il paese in sempre maggior tensione. Anche noi, in quanto cittadini, siamo interessate a impegnarci responsabilmente. Attente, però, a non dimenticare di essere cittadine, al femminile. Il soggetto neutro non è solo pericoloso in sé: potrebbe diventare una tentazione (purtroppo già sperimentata).

(NoiDonne - settembre 2008)

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