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Raccolta adesioni per l'appello Libere nella vita, libere nella politica e l’ Italia cambia davvero

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Raccolta adesioni del Forum delle donne del Partito della Rifondazione Comunista perché "cambiare davvero l’Italia si può".

Vogliamo farlo a partire da quello che è già cambiato in noi stesse e nei rapporti privati e pubblici, tra donne e tra uomini e donne.

Cambiare davvero per noi significa innanzitutto incidere in profondità sulla miscela di liberismo ed integralismo autoritario che è il segno dominante della cultura e della politica del centrodestra.

Liberismo economico a vantaggio dei ceti più forti, più ricchi, privilegiati, favorendo rendite, speculazioni, affarismo ed illegalità; liberismo sociale favorendo il privato e demolendo il pubblico nei servizi, nella scuola ed università, nella sanità.

Integralismo autoritario nel contrapporre valori assoluti alle differenti scelte di vita libere e responsabili; nella pretesa arrogante di proibire, punire, discriminare in nome di un unico modello di famiglia, di sessualità, di relazioni affettive, di convivenza sociale; nell’innalzare frontiere contro le differenze, alimentando il conflitto di identità.

Al vertice di questo intreccio c’è la guerra, dove la logica dei rapporti di forza si coniuga a quella degli affari e l’una e l’altra si ammantano dell’ideologia dei valori di democrazia, diritti umani e civiltà occidentale da esportare nel mondo.

Gli effetti devastanti nella società sono allarmanti: si sono aggravate e diffuse le condizioni di disuguaglianza, precarietà, iniquità; e vi è una diffusa sfiducia, perfino un risentimento nei confronti delle istituzioni.

Ma vi è anche attiva e radicata la volontà di cambiamento. Si è espressa in movimenti e conflitti visibili, e sopratutto nelle scelte di tanti e tante che hanno dato corpo ad un altro modo di essere e fare società.

Le donne ne sono protagoniste, e vi imprimono, sempre più spesso ed in modi diversi, il segno del loro autonomo e differente punto di vista. Le recenti manifestazioni di Milano, Napoli, Roma, le assemblee autoconvocate in tante città rappresentano un punto di incontro di questa molteplicità di percorsi politici e di esperienze di vita.

Una vittoria dell’Unione il 9 e 10 aprile sarà importante per determinare un’ inversione di tendenza nella politica istituzionale e di governo. Ma è ai soggetti, alle loro pratiche, alle loro culture che noi affidiamo la speranza e la possibilità che l’Italia cambi davvero. Oggi come candidate, domani se elette, vogliamo assumerci la responsabilità di costruire con le donne i contenuti e i modi della politica. Nel rispetto e nella valorizzazione delle differenze, in primo luogo tra noi.

La parola femminile non c’è nel programma dell’Unione. Non ci riferiamo a contenuti o interessi femminili, “specifici ” . In assenza di parola femminile, tutto il programma, a cominciare dalle sue priorità (pace, lavoro, democrazia, cittadinanza, giustizia ) rischia di occultare la differenza tra i sessi e il modo in cui essa attraversa e segna ogni aspetto della vita, dunque ogni questione e scelta della politica. E’ un programma frutto di un confronto e accordo tra gruppi dirigenti politici, a forte prevalenza maschile. Da questo punto di vista è perfino un buon programma.

Ma c’è per noi oggi tutta intera la sfida di colmare quell’assenza, per indurre gli uomini a mettere in gioco la propria differenza.

A partire da alcune priorità.

Il ripudio della guerra
L’esplicito richiamo nel programma all’art.11 della Costituzione è un impegno a costruire soluzioni politiche ai conflitti, alternative alla guerra. Un impegno che non può fermarsi al rifiuto della guerra preventiva, né considerarsi compiuto con il ritiro unilaterale delle truppe dall’Iraq. Chiede un coinvolgimento attivo nelle aree di conflitto e di guerra, in primo luogo in Medio Oriente, in rapporto con le popolazioni. La prospettiva di operare per la pace preventiva indicata nel programma dell’Unione non è realistica se la politica è ridotta a rapporti di forza, a lotta per il potere e per l’ appropriazione delle risorse, a dominio e controllo sulle vite. E se non si va alla radice della violenza, affrontando i nessi che legano nella storia e nell’immaginario la sessualità all’esercizio della forza, la reificazione del corpo femminile alla violenza nella vita quotidiana, la negazione della differenza sessuale alla lotta virile tra amico e nemico nella politica.

Costituzione e democrazia
Come è scritto nel programma “ non proponiamo una grande riforma costituzionale semplicemente perché non ve ne è alcun bisogno”. Il disegno di revisione del centrodestra non è solo estraneo al costituzionalismo, E’ la vera carta di identità del centrodestra, perché riproduce il suo sistema materiale di governo e la sua concezione della politica. In questa campagna elettorale se ne parla troppo poco, rinviandone al referendum la cancellazione. Ma non basterà il ripristino del testo costituzionale per contrastare l’emergenza democratica prodotta da una pratica di governo, fondata sulla concentrazione del potere, sul dispotismo di maggioranza e sul populismo. Vi è bisogno di attuare la Costituzione, ricostruendo la sfera pubblica, oggi annullata dalla scena mediatica, riqualificando la rappresentanza, rimuovendo gli ostacoli alla partecipazione attiva alla politica.

Libertà di decidere del proprio corpo
La netta prevalenza di astensioni al referendum non può essere interpretata come un giudizio favorevole sulla legge. Lascia del tutto impregiudicata la volontà del Parlamento. Se davvero non si vuole un voto sulla Vita, questa legge deve essere abrogata.
Il paradosso di questa legge è il fatto che assume in pieno il nocciolo essenziale del discorso scientifico-tecnologico ammantato di fondamentalismo cattolico. E’ in nome di una presunta verità biologica che vengono affermati i diritti del concepito: alla vita, all’identità genetica, ai genitori biologici. Ed è su questo che si è avuta la convergenza sulla tutela della Vita fin dal suo inizio con la conseguenza inevitabile di negare la libertà e responsabilità femminile. Ma non può che essere la donna a decidere se accettare o no un concepimento come inizio, non solo biologico, di un essere umano. Riconoscerlo vuol dire porre un limite preciso all’intervento sulla legge per l’aborto, come sui consultori e sulla procreazione assistita.

Cittadinanza universale sociale sessuata
Perché il dibattito sull’immigrazione assuma un significato non neutro occorre che si dia spazio alla parola delle donne, alle loro pratiche, alla loro capacità di attraversare confini e frontiere dentro e fuori l’Europa: la cittadinanza di residenza, che noi siamo impegnate a costruire anche nei social forum europei, non può non tener conto che i generi sono due e che l’universalismo dei diritti va coniugato con la differenza sessuale e la molteplicità delle differenze. Per questo è importante che il diritto di asilo comprenda le violazioni della libertà femminile.
In questo contesto si possono superare le ideologie identitarie in cui soprattutto le donne hanno rischiato di trasmettere attraverso le comunità familistiche i valori dell’etnicismo patriarcale.

Una scuola pubblica laica che valorizzi le differenze
La scuola pubblica, laica, in cui convivono e si confrontano quotidianamente ragazze e ragazzi di culture e religioni differenti, è condizione imprescindibile per una cittadinanza critica e consapevole

Libertà di convivere
I Pacs, o in quale altro modo si voglia definire il riconoscimento di relazioni amorose, sessuali, di convivenza, eterosessuali o omosessuali non inventano la pluralità delle unioni, danno risposta a problemi concreti: la reversibilità della pensione, l’assistenza in caso di malattia, il diritto alla successione e a non perdere la casa, la tutela in caso di separazione.
I diritti delle persone non risolvono molti di questi problemi e non rispondono all’esigenza di dare la stessa dignità pubblica alle diverse forme di convivenza. Non si vede quale danno questo possa fare.
Siamo convinte che il bisogno di condivisione pubblica delle relazioni non possa ridursi al riconoscimento giuridico. E che la libertà di convivere, di sperimentare nuove relazioni, nuovi legami affettivi non possa avere la famiglia come unico modello di riferimento. Ma non vediamo quale danno possa fare alla famiglia estenderne i diritti e le garanzie .

Libertà nel lavoro
Sul lavoro il programma dell’ Unione ha un indirizzo di riforma. Tanto più pesa l’assenza di una lettura sessuata, attenta ai grandi mutamenti che le donne hanno portato in tutti i lavori. Così come mancano i nessi con la riproduzione, a partire dal lavoro di cura, e di conseguenza con la presenza delle immigrate.
Per le donne giovani precarietà significa molto spesso impossibilità di scegliere se divenire madri. Ed il sussidio economico spesso non è una soluzione alla difficoltà di combinare aspirazioni e progetti di vita.
Ma la questione più importante e difficile è quale lavoro per chi e per quale vita? Dietro la frammentazione dei tipi di contratti, dei tempi e delle attività vi sono infatti complesse strategie di vita che non si lasciano ridurre ad una misura comune.
Il nostro intento è quello di aprire un dibattito che affronti il tema del rapporto tra nuove condizioni di lavoro e diritto a nuove forme di reddito.

Con la presenza delle donne è la politica a guadagnarci.
In questi ultimi mesi si è avuta una grottesca rappresentazione di misoginia maschile nei tentativi, falliti, di inserire nella nuova legge elettorale le cosiddette “quote rosa”.
Sulle quote le valutazioni possono essere le più diverse: c’è chi le ritiene indispensabili, chi le giustifica, anche se non convincono, perché un Parlamento, così sfacciatamente monosessuale risulta insopportabile, chi le ritiene inefficaci, perché diventano un mezzo di cooptazione da parte degli uomini, chi le rifiuta perché confermerebbero l’immagine di un sesso debole e secondo.
A prescindere dal giudizio sulle quote noi riteniamo che sia simbolicamente rilevante l’ ambizione femminile di agire anche nella politica istituzionale la propria autonomia, più dell’affermazione giuridica del “politicamente corretto” .
La decisione di Rifondazione comunista di eleggere il 40% di donne, collocando le candidate in posizione strategica nelle liste è un segno di riconoscimento dell’autorevolezza delle donne, ma soprattutto è il risultato di una concreta pratica politica dentro e fuori il partito.

Chi volesse aderire all'appello, può inviare una mail, segnalando nome e cognome a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.



Prime firmatarie:
  1. Imma Barbarossa (Forum delle donne)
  2. Maria Luisa Boccia (candidata al senato - Lombardia)
  3. Giovanna Capelli (candidata al senato - Lombardia)
  4. Rita Corneli (Forum delle donne)
  5. Elettra Deiana (candidata alla camera - Lazio 2)
  6. Cinzia Dell’Aera (candidata alla camera - Sicilia 2)
  7. Titti De Simone (candidata alla camera - Emilia Romagna)
  8. Daniela Dioguardi (candidata alla camera - Sicilia 1)
  9. Erminia Emprin (candidata al senato - Marche)
  10. Mercedes Frias (candidata alla camera - Toscana)
  11. Lidia Menapace (candidata al senartao - Abruzzo e Friuli V/G)
  12. Linda Santilli (Forum delle donne)
  13. Titti Valpiana (candidata al senato -Veneto)

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