Utilizzando il nostro sito web, si acconsente all'uso dei cookie anche di terze parti.


Il tramonto della cittadinanza di Nadia Urbinati

on .

LA CITTADINANZA europea, il progetto politico più coraggioso di cui é stato capace il vecchio continente, subisce i colpi della crisi economica in due sensi: per gli effetti elefantiaci che le strutture euro-burocratiche hanno in tempi in cui ci sarebbe bisogno di coraggiose scelte politiche comunitarie; e per gli effetti regressivi causati dalla rinascita dei nazionalismi. La debolezza della politica comunitaria alimenta indirettamente la propaganda dei confini. A soffrire gli effetti di questa spirale perversa sarà la cittadinanza europea, quel nucleo di diritti civili e politici che hanno aperto spazi enormi alla creatività e alla libertà. Le grida ringhiose di Salvini e alcuni governatori delle regioni del Nord contro rifugiati e profughi avranno effetti perversi sulla cittadinanza europea. La quale si è sviluppata proprio sul diritto di movimento: diritto non solo di uscita, già contemplato nelle costituzioni democratiche, ma di entrata, ovvero diritto di emigrare. Il Trattato di Roma stabilì le condizioni di questa libertà fondamentale, perfezionata dai successivi trattati, e fece del continente uno spazio aperto, senza steccati, senza dentro e fuori. Qui sta l’embrione della cittadinanza sovrannazionale, del cosmopolitismo democratico; l’opposto é la cittadinanza identificata all’appartenenza nazionale, che chiude ed esclude.

L’Unione europea è nata su una premessa rivoluzionaria, simile a quella che portò alla genesi della cittadinanza nazionale con la Rivoluzione francese. Se nel 1789 la nazione conquistò lo stato, dal Trattato di Roma in poi prese avvio un processo più compiutamente universalista e più coerente con i principi del 1789, perché propose di disarticolare la cittadinanza dalla nazionalità per farne espressione piena dei diritti della persona.
Si trattó di una rivoluzione silenziosa, che marciò attraverso trattati e abiti giuridici e mutó gradualmente il modo di concepire lo spazio di vita. La cittadinanza europea dissocia i due paradigmi che hanno segnato, nel bene e soprattutto nel male, la storia della cittadinanza moderna: ovvero la cittadinanza come assoggettamento alla legge dello stato e la cittadinanza come espressione di identità nazionale. Come ha scritto Ulrick Preuss, la “cittadinanza europea può essere considerata come un passo ulteriore verso un nuovo concetto di politica simultaneamente dentro e fuori la cornice di significato tradizionale che le diede lo stato-nazione”. Cittadini degli stati membri e cittadini di un ordine post-nazionale: questa doppia identità rafforza le nostre libertà e ci assegna più poteri.

È l’immigrazione quindi la pietra di paragone per valutare la cittadinanza europea. In questi anni di destabilizzazione dell’ordine regionale in molte parti del globo e di impoverimento di un numero crescente di popoli, le frontiere sono tornate a essere il luogo della politica identitaria e le ragioni delle nazioni hanno ripreso forza contro le ragioni delle persone e della libera circolazione. Non ci si deve illudere dicendo che la chiusura delle nostre frontiere riguarda i non europei. Questo é un argomento sofistico: saranno anche i cittadini europei a subirne le conseguenze. E le recenti contestazioni di Schengen hanno un significato sinistro poiché se il bisogno della difesa dei “nostri” territori contro “gli altri” si fa strada, allora tra gli altri ci finiranno prima o poi anche coloro che provengono dagli stati membri, per esempio i più bisognosi di muoversi per cercare lavoro ed emigrare.

Insieme all’euro-burocrazia, dunque, la questione dell’immigrazione sta cambiando la natura del progetto europeo perché mette in moto gli unici soggetti di decisione politica al momento esistenti, ovvero gli stati nazionali. Con la contestazione di Schengen riprende forza la cittadinanza etnica e con essa la politica si riposiziona pericolosamente verso ragioni di esclusione. La cittadinanza torna a prendere i colori delle etnie, a usare i linguaggi della purezza da preservare dalla contaminazione con gli stranieri. Rispolvera il gergo del populismo crudo e di pancia che alimenta le retoriche semplicistiche della destra etno-fascista.

Come contro altre minoranze in passato, i populisti di oggi si appellano alla cittadinanza “nostra” per censurare tutto quel che la macchia. Fanno della cittadinanza un’arma di esclusione. Con la lungimiranza che veniva dal ricordo vivo delle sofferenze della guerra e delle persecuzioni, il Trattato di Roma aveva messo alla base del futuro la libertà di movimento. I destini della nostra libertà, negli stati membri come in Europa, sono ancora oggi aggrappati alla forza di quella libertà. L’immigrazione é dunque una sfida alle ambizioni progressiste e democratiche dell’Europa perché mentre nessuno può mettere in dubbio la ragionevolezza della necessità di regolare i flussi migratori nei nostri paesi, non tutti sono convinti che questa regolamentazione debba avvenire nel rispetto dei diritti fondamentali e della dignità delle persone. Per sconfiggere sul nascere la propaganda etno- fascista dei populismi di destra, occorre che l’intera comunità europea si impegni, non alcune regioni o alcuni stati membri; poiché, appunto, la questione della libertà di movimento é un bene di tutti i cittadini europei.

Nadia Urbinati
Lunedì 15 giugno 2015 Repubblica

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna