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In difesa della bibliodiversità di Annamaria Tagliavini

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Riceviamo e pubblichiamo l'intervento di Annamaria Tagliavini sulla necessità di valorizzare la bibliodiversità bolognese. Articolo pubblicato sul Corriere della Sera - Bologna il 26 novembre 2011

Mi pare molto opportuna la proposta avanzata da Fulvio Cammarano sulle pagine di questo giornale, di convocare gli «Stati generali delle biblioteche». Regione, Comune, Università e istituzioni culturali dovrebbero aprire un confronto per disegnare il futuro di uno straordinario patrimonio culturale oggi pesantemente minacciato dalla crisi economica, ma da sempre oggetto nel nostro paese di un’atavica diffidenza, ben sintetizzata dal celebre aforisma tremontiano, cioè che con la cultura non si mangia.

Peccato davvero non vivere nel Somerset dove, come ci ha raccontato Cammarano, un giudice ha annullato i tagli imposti dalla pubblica amministrazione alle biblioteche, riconoscendo con questo che “il sistema bibliotecario in sé non può essere considerato un lusso, ma un servizio produttivo, per chi ha il dovere di pensare in termini di investimento nel futuro”. Nel Somerset evidentemente l'accesso al sapere da parte del maggior numero di cittadini viene considerato risorsa fondamentale della vita di una comunità.

A Bologna non possiamo davvero lamentarci delle dimensioni del patrimonio bibliotecario, soffriamo piuttosto la difficoltà di mettere proficuamente a sistema una realtà così ricca e varia, per darci obiettivi utili e condivisi, evitando sprechi e sovrapposizioni.

Non solo infatti le biblioteche sono tante, ma sono molto, molto diverse tra loro. Ci sono le universitarie altamente specialistiche ad uso di studenti e studiosi, quelle comunali di quartiere dove pensionati e studenti universitari si contendono tavoli e sedie ma anche l’immensa Sala Borsa e l’Archiginnasio. E che dire di veri gioielli nascosti ai più come la biblioteca del Consiglio Regionale o la risorta biblioteca dell’IBC?

Esistono anche eccellenti biblioteche private, come quelle del Mulino e del Gramsci, poi quelle miste private-pubbliche come la Biblioteca delle Donne in partnership tra Comune e Associazione Orlando che è insieme specialistica e generalista, e come un’autentica «piazza del sapere» è anche luogo di attività che vanno dalla formazione informatica, ai corsi di lingua italiana e di scrittura creativa, alle più diverse forme di «cittadinanza attiva». E il Cabral che è specialistica ma comunale? E il Parri? E non è finita qui.

Gli Stati Generali potrebbero costituire uno strumento efficace per valorizzare questa «bibliodiversità» bolognese e provare a trasformarla, come nel Somerset, in un fruttifero investimento.

Annamaria Tagliavini
Fonte: Corriere della Sera - Bologna, 26 novembre 2011

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