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DOnne e TEcnologie: Una DOTE per l'Italia. L'intervento della Sottosegretaria Beatrice Magnolfi

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Pubblichiamo l'intervento che la Sottosegretaria Beatrice Magnolfi ha tenuto al convegno DOnne e TEcnologie - una DOTE per l’Italia a Roma il 7 marzo 2008.

Beatrice MagnolfiDi fronte alla crisi italiana, di innovazione si parla anche troppo.
Le parole si consumano, soprattutto quando vengono usate in maniera generica e senza collegarle a ricette definite e convincenti.
Per uscire da questa genericità, bisogna chiedersi: innovazione si, ma quale? In quali settori? Puntando su quali risorse? Con quali politiche pubbliche?
Oggi qui vogliamo affermare che un grande serbatoio di innovazione è rappresentato dalle donne di questo paese, una risorsa enorme e sempre più qualificata, che finora è andata in parte sprecata. E vogliamo affermare che un'altra grande leva di cambiamento è quella delle tecnologie digitali, su cui l'Italia, nonostante abbia ricominciato a crescere del 2% annuo, è ancora indietro rispetto alla media europea in quasi tutti gli indicatori.
Donne e tecnologie della conoscenza erano i due grandi obiettivi di Lisbona, che rischiano di essere mancati dal nostro paese e per questo serve un grande scatto di consapevolezza.
E vogliamo anche dire che una congiunzione fra queste due leve della crescita sarebbe un enorme moltiplicatore per ambedue.
Questa è la tesi del nostro incontro, che voglio anticipare a costo di sciupare la suspence. Una tesi a supporto della quale le donne e le tecnologie della rete Internet rappresentano i due fattori di cambiamento e di innovazione più importanti per il Paese.

La relazione tra questi due fattori è ancora caratterizzata da luci ed ombre.

Partiamo dai dati sull'uso delle tecnologie e il digital divide di genere.
Secondo gli ultimi dati ISTAT, le ragazze italiane in età adolescenziale, in quella generazione, cioè, che viene chiamata degli Internet native hanno pienamente raggiunto i loro coetanei maschi nell utilizzo della rete.
Il divario tra uomini e donne in relazione all uso del pc e di Internet è ancora assai contenuto fino ai 34 anni, ma si accentua progressivamente dai 35 in poi, raggiungendo il massimo tra le persone di 55-59 anni (oltre 16 punti percentuali di differenza).
Questo incoraggia una visione ottimistica per il futuro e soprattutto mette in rilievo la funzione parificatrice della scuola e dell istruzione.
Ma mette in luce che il divario generazionale è assai più accentuato fra le donne che fra gli uomini.
A questo si intreccia il divario sociale: infatti, le donne fuori dal mercato del lavoro sono anche escluse dall accesso alla rete, indipendentemente dall età.
Le casalinghe occupano in assoluto l ultima posizione fra chi utilizza la rete: sono solo il 10, 9% al centro-nord e l 8% al sud.
Evidentemente c è un nesso fra questi fenomeni.

Si sommano due esclusioni, dalla rete e dal mercato del lavoro, l'una è al tempo stesso causa ed effetto dell'altra.
Ecco perché occorre interpretare l'Anno europeo dell'e-inclusion come una grande occasione a favore del lavoro femminile, che è uno dei primi motori se non il primo dello sviluppo del paese.

Ma quale lavoro? Ci sono nuovi lavori legati alle tecnologie digitali che possono rispondere alla domanda di occupazione femminile?
La commissaria europea Viviane Reding, in occasione dell 8 marzo 2007, ha affermato che entro il 2010 il settore ICT in Europa registrerà un deficit di 300.000 figure professionali qualificate, evidenziando il rischio che le giovani donne non riescano a rispondere a questo nuovo segmento di domanda del mercato perché scarsamente presenti nelle lauree informatiche.
Fa impressione il fatto che la segregazione formativa in Europa non solo è elevata, ma è perfino aumentata rispetto agli anni precedenti: le laureate in informatica sono passate dal 25% del 1998, al 22% del 2006. In Italia le iscritte nel 2006/2007 sono il 14% del totale, con un calo di quasi cinque punti percentuali rispetto al 2001/2002.

Un prima indicazione che possiamo assumere è quella di incoraggiare in ogni modo l'accesso delle ragazze alla lauree informatiche.
A una situazione di emergenza occorre rispondere con misure forti:
  • Specifiche azioni di orientamento rivolte alle giovani donne, sia da parte delle università, sia da parte delle imprese;
  • politiche di sgravio della tassazione universitaria per quelle coraggiose che intraprendono questo tipo di studi;
  • iniziative culturali nei territori volte a combattere lo stereotipo tecnologie = maschio, che è una variante ancora più radicata di quella percezione diffusa che in generale rende complicato il rapporto fra donne e scienza.
Dalle ricerche più attente che un manipolo di studiose vanno conducendo su questo tema, si evince chiaramente che perpetuare tali stereotipi produce una spirale perversa, ovvero l'esclusione produce altra esclusione.
Le addette alle Ict in Italia sono solo il 14% del totale, un dato che ancora una volta ci colloca agli ultimi posti nell Unione Europea. Questo significa che, a dispetto della neutralità che spesso viene attribuita alla tecnologia, i software che danno vita alla rete sono realizzati quasi esclusivamente dagli uomini.
Secondo Ann MacIntosh, docente di Digital governance all università di Leeds, intervistata da Leda Guidi, c è bisogno di uno sviluppo del software più orientato al genere, più focalizzato sui contenuti, e meno orientato alla possibilità di smanettare solo per dimostrare cosa sa fare lo sviluppatore, prestando maggiore attenzione all usabilità.
Il lato maschile della tecnologia, insomma, si rifletterebbe nella qualità del software e accentuerebbe il divario di genere.

Al di là dei settori professionali più specialistici, siano essi hardware-core o software-core, dove è richiesta una formazione specifica, le competenze delle donne in rapporto alla Rete possono essere un veicolo di inclusione per molte altre professioni e in generale per la conciliazione fra famiglia e lavoro, che è uno dei più gravi ostacoli al raggiungimento degli obiettivi di Lisbona.

Se in Italia siamo ancora fermi, secondo i dati del 2006, al 46,3%, penultimi in Europa e se 7 milioni di donne italiane in età lavorativa sono fuori dal mercato del lavoro ( nel mezzogiorno infatti il tasso di occupazione delle donne tra 25 e 34 anni è del 34,7% contro il 74,3% del Nord), una delle cause risiede nell impossibilità di conciliare tutte le sfere della vita.
Agli orari di lavoro, percepiti dalle donne come poco flessibili (il 70% di loro sceglie il lavoro part time in modo volontario), si deve aggiungere il lavoro di cura dei figli e degli anziani che pesa, nel nostro Paese, quasi esclusivamente sulle donne: più di 5 ore al giorno, contro 1 ora e 35 minuti degli uomini.
Da molti anni in Italia si parla di telelavoro, fra mille diffidenze e pregiudizi.

Grava sul telelavoro il sospetto che possa recare una dequalificazione di chi lo pratica, un ostacolo alla carriera o, per quanto riguarda le donne, un veicolo di nuova marginalizzazione e chiusura nel ruolo domestico.
Insomma, c è il sospetto che le telelavoratrici siano una specie di casalinghe di ritorno, oppure che l intreccio fra gli impegni familiari e lavorativi divenga ancora più perverso perché quasi mai le donne dispongono, per dirla con Virginia Wolfe, di una stanza tutta per sé .
Nel recente Memorandum fra governo e sindacati sul pubblico impiego il Telelavoro è finalmente tornato fra gli obiettivi condivisi; così è avvenuto nella Direttiva per le carriere femminili nella P.A. firmato dai ministri Nicolais e Pollastrini, a cui ho lavorato personalmente con l'aiuto di alcune dirigenti motivate.
Oggi nella P.A. l'unica unità di misura certa per valutare il risultato è il tempo che si trascorre fisicamente in ufficio. Se la diffusione del telelavoro potesse aiutarci nello sforzo di trovare altri indicatori, più qualitativi e meno quantitativi, più dinamici e differenziati, capaci di misurare davvero il merito e di diffondere la cultura del risultato, solo per questo sarebbe una grande rivoluzione, oltre che un sollievo per tante donne.
Quando il criterio è davvero meritocratico, le donne non hanno bisogno di azioni positive.

Il tempo è un grande fattore di discriminazione nel lavoro.
Il 25% delle donne getta la spugna dopo il primo figlio, dopo il 2° l'area della rinuncia sale al 40%.

Anche il divario retributivo e di accesso alla carriera è da mettere in relazione con il tempo.
Un recente sondaggio realizzato da Lineaedp Ict-professioni e carriere 2007 ci dice che anche nelle aziende di informatica solo il 13% delle donne percepisce redditi superiori a 50mila euro: la percentuale è di dieci punti più alta per gli uomini.
Straordinari, incarichi aggiuntivi, premi di produzione non sempre sono legati al merito, ma più spesso alla disponibilità di tempo.

In generale nelle imprese, secondo i dati di una ricerca presentata lo scorso gennaio da McKinsey, le donne che ricoprono posizioni di vertice raggiungeranno nel 2035 appena il 4%, se non saranno adottati correttivi.
Nelle imprese Ict, mi capita spesso di partecipare a convegni con i rappresentanti delle maggiori aziende italiane e multinazionali, ma il tavolo dei relatori, a differenza di oggi, è quasi sempre tutto maschile.

Sempre la stessa ricerca sottolinea però come avere più donne ai vertici delle aziende sarebbe auspicabile non solo dal punto di vista dell equità di genere, ma soprattutto perché è economicamente vantaggioso.
Il dato più rilevante in questo senso è relativo alla leadership: le donne hanno uno stile differente dai colleghi uomini. Dalle interviste risulta che in tutte le imprese nelle quali c'è una maggior presenza femminile ai vertici - almeno il 30% dei senior manager - l'organizzazione del lavoro è più armonica e rispettosa dei valori aziendali, con più attenzione all'ambiente di lavoro, più coordinamento e controllo, più orientamento verso l'esterno. Ma anche un miglioramento dei processi decisionali. Risultato: le imprese che hanno più di 2 donne membri del board o dei comitati esecutivi, sono quelle che hanno una performance economico-finanziaria migliore rispetto a quelle guidate da soli maschi.

Nonostante questi vantaggi, se continuano ad esserci così poche donne ai vertici delle aziende, è perché il modello di impresa dominante risulta ancora molto distante da quello femminile: in quanto richiede disponibilità totale di tempo e di presenza e sopratutto una capacità di crescita lineare e costante, senza interruzioni di percorso.
Per queste ragioni, per una donna il costo sul piano personale per il conseguimento della leadership è ancora elevatissimo. Su circa 900 top e middle manager intervistati (metà uomini e metà donne), solo l'11% delle donne risulta sposata con figli, rispetto al 53% dei colleghi maschi.
Buone le notizie sul fronte delle imprese a titolarità femminile. Secondo i dati dell Osservatorio dell Imprenditoria femminile 2007 di Unioncamere, il tasso di imprenditorialità femminile italiano degli ultimi cinque anni risulta il doppio di quello maschile: dal 2003 al 2007 il numero di imprese a proprietà femminile è cresciuto di quasi il 6%, portando il numero delle imprese guidate da donne a 1,2 milioni. Queste aziende sono più diffuse al Centro-Sud, operano preferibilmente nel commercio, in agricoltura e nei servizi alle persone, dove guidano 1 impresa su due, ma soprattutto crescono due volte più della media nazionale. Quest ultimo dato dimostra come, nonostante le difficoltà di ingresso per le donne, le imprenditrici raggiungono risultati migliori dei loro colleghi uomini, nelle attività indipendenti.

A questo proposito, è il caso di rilevare come parecchie nuove iniziative imprenditoriali finanziate dalla Legge 125 sull'imprenditoria femminile e dalle nuove misure previste dal governo, ad esempio quelle messe in campo dal ministro Melandri come sostegno alle idee innovative dei giovani, riguardano le tecnologie della rete.
C è un pullulare di nuova imprenditorialità delle donne nel settore Ict. E anche di nuovi mestieri.

Bloggers, webmasters, responsabili di portali di informazione e di servizio, coordinatrici di community on line, produttrici di contenuti multimediali, nuove protagoniste del web 2.0 si affacciano in un mondo del lavoro che è profondamente investito dal vento nuovo della società dell informazione. Senza considerare tutte quelle imprese al femminile nel settore manifatturiero o addirittura agricolo che hanno trovato nella rete un nuovo modello aziendale, non solo per quanto riguarda la promozione e il marketing, ma per l intero sistema di impresa.
Stanno crescendo reti di donne tematiche, che veicolano contenuti di genere. Claudia Padovani ne ha fatto il censimento sull ultimo numero del Secolo della Rete, che è appunto dedicato a Un alto genere di tecnologia.
Women.it, Womennews.net, Dol s, Mammeonline, Women on work, Technedonne.it e molti altri, a formare un patrimonio di conoscenza e di cultura sui temi del rapporto fra donne e tecnologie, che dovrebbe essere più riconosciuto e trovare maggior rilievo e isibilità sui siti isituzionali.
Alcune di loro saranno protagoniste dei racconti di questa mattina.

Anche nel settore pubblico vi sono presenze femminili importanti. Essere a capo dell'informatica di un ministero, come accade al ministero del Lavoro o della Pubblica Istruzione, oppure, fino a poco tempo fa, al ministero dei Beni Culturali, rappresenta una enorme opportunità per una manager pubblica.
Significa avere in mano una delle leve della riforma sostanziale della P.A.. Che non è l'informatizzazione, o almeno non soltanto. Ma è la capacità di scardinare, attraverso le tecnologie digitali, le vecchie prassi burocratiche, di rottamare le procedure cartacee, di reingegnerizzare i processi produttivi, per contenere la spesa pubblica e migliorare la qualità dei servizi. E una sfida formidabile che, chiunque governi questo paese, dovrà essere al centro dell azione di governo. Una sfida che noi abbiamo avviato e che deve continuare nell interesse dei cittadini e delle imprese.
E' una donna la responsabile del progetto della Carta di Identità elettronica del ministero degli Interni. Non un ingegnere, ma una Prefetto, che ha la passione di modernizzare il paese.
Questa stessa passione ho trovato in alcune donne che sono il pilastro delle reti civiche locali o sono amministratrici di comuni importanti, all avanguardia nell erogazione dei servizi on line. La rete civica di Milano, la rete Iperbole di Bologna, il grande portale di servizi di Roma a lungo curato da Mariella Gramaglia, la rete di Venezia e di Firenze e tante altre dei Comuni medi che il rapporto Censis ha chiamato Città digitali sono animati dall impegno di ricercatrici, dirigenti e assessore che hanno in comune alcune idee: come semplificare l accesso ai servizi pubblici, come rendere più trasparente e vicina l amministrazione, come favorire la partecipazione dei cittadini attraverso la piazza telematica.

Il recente benchmarking di Capgemini sulla disponibilità di servizi on line è abbastanza lusinghiero sul nostro paese: abbiamo recuperato alcune posizioni per numero e qualità dei servizi erogati in rete. Tali servizi raramente arrivano alla transazione o addirittura all e-democracy, più spesso si limitano a scaricare un modulo o a prenotare una visita, ma in ogni caso promettono di far risparmiare tempo ai cittadini e soprattutto alle cittadine che li sanno usare.
Le condizioni perché ciò avvenga sono due.
La prima è che vi sia un'alfabetizzazione di base per le utenti, come sta avvenendo in alcune realtà italiane soprattutto per iniziativa di comuni e province. Gli esempi di esperienze positive non mancano. Per citarne solo alcune, la Fondazione Mondo digitale nel Lazio, il progetto Portico a Bologna, la rete della provincia di Venezia.
Anche il governo ha avviato misure importanti.
Con il progetto Scuol@perta, il Dipartimento Innovazione Tecnologica ha aperto 500 scuole del sud e alcune decine del centro-nord all'innovazione digitale e ha coinvolto gli insegnanti nella produzione di contenuti didattici innovativi, che non si limitino a trasporre su una nuova piattaforma i vecchi moduli formativi, ma coinvolgano i giovani secondo nuovi paradigmi di apprendimento indotti dalla rete.
Introdurre Internet all interno della scuola è un impegno per noi prioritario, nella convinzione che in questo modo si crei un terreno paritario che porterà ad abbattere tutti i divari.
Il CNIPA sta lavorando ad un progetto sul digital divide rivolto in particolare alle donne, che mi auguro possa prendere il via nell'anno europeo dell e-inclusion.
Abbiamo pensato a un iniziativa che chiami le donne, in particolare del sud, a presentare idee innovative per l inclusione digitale, con un premio che non superi i 40.000 euro e che possa rappresentare una spinta alla diffusione delle Ict in quella fascia di popolazione che ne è più lontana.
Inoltre, in molte regioni italiane, attraverso i fondi CIPE si sono realizzati i centri di accesso pubblico ad internet che intendono ovviare alla scarsa diffusione di pc nelle famiglie. Il progetto ne prevede 600 nelle regioni del sud, presso enti pubblici, centri sociali, mediateche, ecc
Secondo il rapporto e-Family 2007 di Confindustria, cresce molto lentamente la diffusione di pc nelle famiglie, soprattutto quando non ci sono studenti, che è ancora al di sotto del 60%. Per questo è importante la capillarità dei centri pubblici di accesso ad Internet.

La seconda condizione è che i servizi funzionino davvero. Troppi lavori in corso sui siti, troppi interfaccia poco amichevoli o addirittura ispirati al percorso burocratico. E soprattutto una scarsa funzionalità del back office, con livelli di interoperabilità e cooperazione applicativa ancora insufficienti. Stare in fila di fronte ad un computer è peggio che fare la coda allo sportello.
Il patrimonio dei siti e portali della P.A. italiana è imponente: 1025 siti solo nella P.A. centrale.
Il CNIPA ha avviato un censimento sistematico dei siti e portali pubblici per verificarne la trasparenza e l efficacia dal punto di vista del servizio. E anche per verificare il rispetto della legge sull accessibilità per i disabili, che è una delle più avanzate d Europa, ma spesso non è applicata neppure nei ministeri. Troppo spesso sul web pubblico prevale l'uso vetrina, non può essere la funzione esclusiva di questi straordinari strumenti di accesso ai servizi e di partecipazione.

In questa legislatura, in particolare con le due ultime Leggi Finanziarie, le misure adottate a favore delle donne sono state numerose. Ve ne cito alcune:
  • la possibilità di sgravi fiscali e contributivi per l assunzione di donne nel Sud con oltre 600 milioni di euro nel triennio 2008-2010;
  • lo stanziamento di risorse per favorire prioritariamente l imprenditoria e l occupazione femminile;
  • risorse significative inserite nel protocollo sul welfare per la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro (sono già stati spesi 40mln di euro nel 2007 per finanziare, tra l altro, progetti per la sperimentazione di forme di flessibilità dell orario di lavoro, part-time, telelavoro);
  • l'aumento dei servizi alla famiglia (asili nido) con 770 milioni di euro nel triennio per raggiungere gli obbiettivi di Lisbona;
  • l'estensione dei congedi parentali ai lavoratori iscritti alla gestione separata (co.co.pro. e simili).
Questo è un 8 marzo di passaggio per la politica italiana. Uno spartiacque fra due stagioni.
Credo che la stagione che ci aspetta non potrà fare a meno di proseguire lungo questa strada, anche arricchendola da un più marcato impegno sullo sviluppo del rapporto donne e rete. Anche a questo vorrei che fossero destinate le cospicue risorse per la società dell informazione fondi FAS- che, per opera del nostro governo, saranno disponibili nei prossimi anni.
Le tecnologie Ict e in particolare la rete hanno introdotto una forte discontinuità rispetto al passato, in tutti i settori e anche nelle nostre vite. Di fronte a questa ondata di cambiamento sono possibili due atteggiamenti: adeguarci perché obbligati a farlo, oppure fare politiche coraggiose per sfruttare fino in fondo le opportunità che si schiudono a favore della risorse femminili e della crescita economica del paese.
Insomma, Internet può:
  • realizzare davvero la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro, promuovendo telelavoro e jobsharing;
  • accompagnare e sostenere il passaggio a modelli organizzativi a rete più congrui per le società complesse;
  • promuovere stili di leadership non fondati sul principio di autorità, ma sulla capacità di coinvolgere la squadra verso gli obiettivi comuni, stimolando la cooperazione più che la competizione e soprattutto sostituendo il merito a logiche di cooptazione;
  • aiutare le donne a risparmiare tempo per l adempimento degli oneri burocratici mediante lo sviluppo dei servizi di e-government;
  • aprire alle donne una serie di nuovi orizzonti professionali legati a Internet e, in particolare, al web 2.0, ai social network e alla produzione di contenuti multimediali.
Più donne che sanno usare la rete, più professioniste della rete, più donne che decidono le politiche per le Ict, sia nel pubblico che nel privato.
Non tanto in nome delle Pari Opportunità, ma di opportunità di innovazione per un paese che ha bisogno di un cambiamento profondo.
Scrive Leda Guidi: Quando le donne riescono a superare le barriere che le inducono all autoesclusione, quando prendono confidenza con la tecnologia tanto da appassionarsi...allora, emerge una naturale consonanza tra rete e genere femminile.
Non voglio cadere nell ideologia, ma l'esperienza concreta mi dice che davvero questa consonanza c è, con la matrice stessa della rete.
Le donne sanno unire una forte specializzazione professionale a una costante attenzione al fattore umano, sono abituate alla gestione della complessità, sono più orientate ai bisogni delle persone, sanno utilizzare le nuove tecnologie in maniera non solo tecnocratica. Sono portatrici di nuovi modelli organizzativi, meno gerarchici, più incentrati sulle relazioni e sulle connessioni tra i vari nodi, caratterizzati da flessibilità e creatività e quindi più in grado di intercettare e raccogliere le istanze emergenti , che provengono dal basso.
Modelli meno competitivi e più cooperativi, Stili di leadership più software e meno hardware.
Dunque, più moderni.

Questo è il mio punto di vista. Sono molto interessata ad ascoltare il vostro.

Grazie.

Beatrice Magnolfi

Roma, 7 marzo 2008

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