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2 ottobre: Giornata della Nonviolenza 2010 - Per la salvezza del futuro di Giancarla Codrignani

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Viviamo tempi abbastanza particolari, in cui certa è l'inevitabilità di profondi cambiamenti, anche antropologici; meno certe le direzioni di marcia che imboccheremo come società. Avvertiamo la positività potenziale di molti diritti che si sono affermati almeno giuridicamente, anche se non ancora per tutti, di tanta ricerca scientifica, della ricchezza della comunicazione e delle nuove tecnologie.

Ma non è detto che saremo così bravi da "essere all'altezza": è quasi palpabile la percezione della violenza, quella palese e aggressiva, ma ancor più quella latente e subdola che ovunque insidia la convivenza e la democrazia. Perfino il linguaggio politico si esprime ormai solo nella rissa e ignora l'argomentare. Inadeguati e ammutoliti i rapporti familiari che ammettono offese, percosse, stupri, pedofilia, uccisioni. False e intempestive esigenze di giustizia insidiano anche le religioni e portano la passione e la fede fuori dal livello simbolico a farsi azione rivendicativa e divisione con esiti eversivi, settari, razzisti.

Forse anche in noi che vorremmo essere nonviolenti rimbalzano tentazioni di radicalismi che ci impediscono di vedere i limiti di tutti e, quindi, anche nostri. Ho già detto che i computer meno aggiornati continuano a sottolineare in rosso la parola "nonviolenza": dobbiamo renderci conto che è già gran cosa che siamo meno isolati degli antichi profeti. Ma per essere totalmente coerenti bisogna testimoniare di più e in modi nuovi (da cercare perché neppure io so bene quali possano essere) Penso all'obiezione di coscienza e all'incapacità di capire che, una volta che il soldato è diventato un professionista, non possiamo limitarci ad assistere alle trasformazioni dei sistemi d'arma e alla partenza dei droni senza pilota azionati da un soldato che senza emozione ripete le mosse di quando giocava alla playstation e manda bombe sulla popolazione civile. E' una parola non gradita, ma dovremmo "studiare" di più per non limitarci alle pur necessarie iniziative simboliche.

Celebriamo il nostro Gandhi, che amiamo per quello che sappiamo di lui, ma che è sempre più lontano nel tempo, soprattutto per i giovani, ai quali risulta difficile coglierne l'esemplarità. La conoscenza della spiritualità di Gandhi non è immediata, potremmo perfino percepire come limite la sua scelta di castità a trentasei anni e domandarci se questo grande uomo sia stato davvero giusto con la moglie, da cui confessa di aver imparato la nonviolenza per la sua sottomissione alla propria giovanile intemperanza e nonostante lei abbia affrontato il carcere e, nel 1946, sia morta dopo un digiuno. Dico questo non per limitare il valore di Gandhi, ma perché non credo nella venerazione totalizzante. I grandi che ci hanno preceduto hanno consegnato la loro eredità perché venisse portata oltre in altri modi e diventasse dinamica.

Capitini voleva che non ci definissimo mai "militanti", ma "persuasi". Persuasi che vale la pena, ma non solo nei gruppi in cui ci troviamo fra noi e, forse, ci consoliamo. Bisogna alzare la voce, usare la fantasia e i mezzi del nostro tempo per far emergere lo scandalo della nonviolenza e farla diventare metodo non (solo) perché virtuosa, ma perché necessaria per la salvezza del futuro.

Giancarla Codrignani - La Nonviolenza in Cammino, 25 sett. 2010
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