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Donne senza confini: il canto per la libertà di Ngawang Sangdrol

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In collaborazione con il blog Donne senza confini di Federico Bastiani, pubblichiamo il resoconto dell'incontro con Ngawang Sangdrol.

Ngawang SangdrolOrmai sono anni che seguo i diritti umani, ripetutamente violati in ogni angolo della terra, anche nei così detti "paesi civilizzati", ed è dal 1999, quando ero ancora alle prime armi, che seguo la storia della monaca tibetana Ngawang Sangdrol.

Amnesty International l'aveva adottata come prigioniera di coscienza ovvero una persona alla quale pur manifestando pacificamente le proprie idee, viene negata la libertà e come nel suo caso, condannata a 21 anni di carcere per aver gridato in pubblico "Tibet libero".

Il Tibet rivendica la propria indipendenza dalla Cina dal lontano 1950, anno in cui fu illegalmente invaso ed il loro leader spirituale e politico, il Dalai Lama, costretto all'esilio in India.

La particolarità della storia di Ngawang sta nell'età in cui è entrata in prigione, 13 anni, e nella sua condanna lunghissima. Lessi il libro di Philip Broussard e Danielle Laeng "La prigioniera di Lhasa". Venni a conoscenza delle dure condizioni in cui la giovane ragazza versava. La lettura del libro mi rattristò molto ed allo stesso tempo mi creò inquietudine, mi sentivo impotente, cosa si poteva fare per aiutare Ngawang?

Le scrissi diverse lettere indirizzate al carcere di Drapchi dove era detenuta, che probabilmente non ha mai ricevuto, però volevo farle sentire che là fuori il mondo si stava preoccupando per lei. Entrai in contatto con Paolo Pobbiati, coordinatore Asia di Amnesty International, il quale mi informava periodicamente sul destino di Ngawang. Email di speranza e distensione politica fra Tibet e Cina, si alternavano a notizie tragiche, condanne a morte, condizioni di salute precarie della giovane monaca tibetana oppure l'inquietante silenzio dal carcere di Drapchi.

Nel frattempo la storia di Ngawang fece il giro del mondo. Io nel mio piccolo mi sono preoccupato di scrivere articoli per far conoscere la sua storia, città come Firenze le hanno conferito la cittadinanza onoraria, a Bologna si sono svolte manifestazioni per il Tibet e per Sangdrol.

Il 17 ottobre 2002 la notizia della sua scarcerazione ha destato uno scalpore relativo, la mobilitazione internazionale aveva sortito i suoi effetti. Ngawang era libera e pronta a chiedere asilo polito negli Stati Uniti.

Martedì 22 febbraio ho avuto l'emozione di incontrare personalmente a Bologna la piccola monaca tibetana, la prima prigioniera politica che ho personalmente adottato. La Sala Farnese del Comune di Bologna era gremita di gente, ragazzi e persone adulte, un pubblico variegato per ascoltare la testimonianza di Ngawang Sangdrol.

Una donna minuta, fisico gracile ed una voce sottile, potrebbero dare la sensazione di una donna debole ma sapendo la sua storia mi è venuto da chiedere dove e come ha trovato la forza per affrontare le più atroci torture durante gli anni di prigione. Alla mia domanda risponde subito "la mia fede nel Dalai Lama e le poche preghiere buddiste che conosco. Non ero al corrente di quanto il mondo stesse facendo per me e per questo vi sono infinitamente grata".

Se la storia di Ngawang ha avuto un lieto fine, non lo è stato per molte sue compagne di cella morte di stenti. Sono ancora numerosi i prigionieri politici in Tibet. La Cina non intende assolutamente concedere l'indipendenza al Tibet ed, anzi, sta perfezionando la propria strategia neo colonialista.

Il governo cinese concede vantaggi economici ai propri cittadini che intendono trasferirsi in Tibet. Nel 2007 sarà completata la linea ferroviaria ad alta velocità per collegare più comodamente il Tibet alla Cina. Si vuole lentamente cancellare la storia del popolo tibetano.

"Oggi in Tibet", dice Ngawang Sangdrol, "anche per diventare monaca devi superare un esame delle autorità cinesi per verificare l'idoneità...". Chiunque diffonda la cultura tibetana subisce il destino di Ngawang. Lei ha subito un incremento della pena solo per aver cantato una canzone tibetana.

Purtroppo le prospettive per il Tibet non sembrano buone ed anche il Dalai Lama ha preso atto della dura linea politica cinese. E' di pochi giorni fa la notizia che il Dalai Lama stia vagliando la possibilità di non rivendicare l'indipendenza ma una semplice "autonomia". Sappiamo bene che autonomia nel vocabolario cinese significa solo rimandare un destino già segnato. Anche Hong Kong dovrebbe godere di autonomia rispetto alla Cina da quando non è più sotto il dominio britannico ma lentamente e culturalmente sta diventando cinese.

Ngawang dichiara di non essere politicamente preparata su questi temi ma condivide la strategia del Dalai Lama che deve oggi preoccuparsi della sorte e dell'incolumità del suo popolo. Viene chiesto alla monaca cosa possiamo fare per aiutare il Tibet. "Parlare del mio popolo, scrivere, attuare pressioni sul vostro Governo affinché a livello internazionale vengano presi in esame i nostri problemi". La realtà è ben diversa.

La Cina, una grande potenza economica, è membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, non dobbiamo dimenticarlo. Il suo peso nello scacchiere internazionale è rilevante e se la scelta sarà economia o diritti umani, di certo non verrà scelta la seconda. Recentemente il nostro Presidente della Repubblica Ciampi, si è recato in Cina con una delegazione di nostri imprenditori. Seppur Ciampi abbia sempre mostrato sensibilità verso i diritti umani, stavolta, "casualmente", non ha fatto riferimenti alla situazione dei diritti umani in Cina né ha riconosciuto un "problema Tibet". Anzi, è andato nella direzione opposta facendosi promotore dell'abolizione sull'embargo della vendita di armi.

Ngawang non si scoraggia affatto e continuerà a girare per il mondo portando il suo messaggio di amore e speranza, quello che ha trasmesso alla platea bolognese che l'ha salutata con un lunghissimo applauso.


In collaborazione con Donne senza confini

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