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Resoconto sul seminario Donne e memoria della Settimana internazionale di Dialogo a Srebrenica

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Donne e memoria, un’incontro teso e intenso alla Dom Kulture di Srebrenica: in una grande sala che nei giorni dell’assedio, quando la città brulicava di migliaia di profughi, era precario rifugio per tanti di loro. Dietro il tavolo un gruppo di donne, che raccontano la propria storia: Nura Begovic (Srebrenica), Valentina Gagic (Sre-brenica), Liliana Radmanovic e Cesarina Asioli (Bologna), Alma Salkic (Bratunac), Maria Paz Venturelli Cea (Cile-Bologna). A sollecitare i loro racconti Lalla Golfarelli dell'Associazione Orlando di Bologna.

L’emozione di parlare in quel luogo, in quella città, è di tutti. Una sedia rimane vuota per rendere visibile l’assenza di chi non c’è più. L’attenzione è rivolta da parte di tutti al tempo lungo: al prima, quando la guerra era di là da venire, poi agli anni del conflitto, dei beni perduti, dei tradimenti, e infine alle difficoltà del presente, alle speranze e al futuro. Quelli che seguono sono solo degli appunti, incompleti come tutti gli appunti e segnati dalle sensibilità del redattore.

I primi ricordi sono rivolti agli anni di pace, quelli che corrispondono all’infanzia o alla prima giovinezza delle donne intervenute: anni in cui Srebrenica e le altre città della ex-Jugoslavia appaiono con gli occhi di ora come luoghi di tranquilla felicità, dove si poteva credere nelle persone e dai quali non vi erano motivi per andare via. Quegli anni emanano un profumo di serenità e nei sogni di un presente così diverso ispirano un’immensa nostalgia. Anche se non può mancare qualche ombra: da quel mondo così ricco di bei ricordi è pur emerso improvvisamente il demone della guerra. E ancora: la memoria di quel bene finisce ora per dare quasi più dolore del ricordo traumatico del male vero.
Ma come è stato possibile che quella realtà all’apparenza così tranquilla fosse tutt’a un tratto sconvolta? Non ci sono vere risposte, se non per dire che qualcuno deve aver preparato il disastro. Le armi sono comparse d’un sol colpo. Qualcuno deve averle senz’altro procurate; anzi, non sembrano esservi dubbi su chi sia stato anche se c’è come un’esitazione a pronunciare nome e cognome. D’altra parte allora nessuno, fra la gente comune, si rese ben conto di come tutto cominciò.
Si discute dei primi sintomi del cataclisma, di come allora fosse difficile individuarli. Solo adesso sembra possibile riconoscerli; o magari neppure adesso. La gente comune che comincia a dividersi; la paura che inizia a divenire il sentimento dominante: quello più pericoloso, sotto l’impulso del quale si commettono i delitti più terribili. Il sarto che inizia a perdere qualche cliente, i caffè che cominciano a distin-guersi perché a frequentarli sono gruppi diversi. E poi già nel ’92 la società che subisce oramai spaccature verticali; i messaggi minatori prima sussurrati ma dopo poco espressi senza esitare: “andate via, voi e tutte le vostre famiglie!”. Fino a un attimo prima sembrava impossibile che si potesse essere scacciati, ma poi è successo. Qualcuno mostrava di avere tutto il potere dalla sua e gli altri neppure più la possibilità di sottrarsi al ricatto della vita. Il male è scoppiato in poche notti. C’è un detto bosniaco che recita: “La neve non è caduta per coprire le colline, ma perché ogni bestia potesse lasciare le sue tracce”: e in affetti da quel momento si è visto di che natura fosse ognuno.
Neppure a Belgrado era così facile riconoscere i segni premonitori. Anche se là tutto è iniziato molto prima. Già nell’86-87, quando ci si salutava, ci si baciava non più due volte soltanto, ma tre. Sembrava una moda, ma era un segno nefasto. I tele-giornali cominciavano a spandere menzogne evidenti: che la colpa di tutto era degli sloveni, pronti in ogni momento a derubare i serbi. Molti fino ad allora avevano creduto alla televisione, e allora perché non continuare a credere? Poi le menzogne venivano ripetute più e più volte: a quel punto non ci si credeva più ma si rimaneva comunque segnati. Che i dentifrici sloveni, di migliore qualità, fossero stati prodotti sfruttando i serbi era una evidente impostura, ma come si faceva a comprarli sotto gli occhi della gente del proprio quartiere? Poi la situazione precipitò, nei più consapevoli cominciò a crescere l’ossessione per i morti, per tutti i morti. Fino al momento in cui apparve chiaro – racconta Liliana - che da dentro la Serbia non pareva più possibile fare alcunché per fermare la mano di poteri troppo grandi, dentro e fuori la ex-Jugoslavia; e allora sembrò inevitabile fare le valige, prendere i figli e andare via, in Italia. Non era più possibile farsi trattare da ustascia traditore solo perché si faceva tutto il possibile per combattere la guerra.
Un altro punto di vista è quello di chi arrivava da fuori, dall’Italia appunto, con bei progetti e qualche risorsa ma senza conoscere granché la situazone. E allora guar-dava, ascoltava e metteva per forza di cose da parte i progetti preferendo porsi al servizio di chi viveva direttamente le conseguenze della guerra. Anche così è nato il gruppo di Amica a Tuzla.

Ma l’attenzione maggiore dei vari interventi è sul dopo o, più esattamente su ora. E’ forte la proiezione in avanti, una tensione verso il futuro carica di un non meno forte senso di responsabilità. Alla base di tutto una consapevolezza fondata sull’esperienza diretta del dolore – “il dolore non ha identità etniche” sottolinea Valentina -. Anche se non tutto emerge dagli interventi con la stessa chiarezza: c’è come una sorta di pudore di sé e degli altri, insieme alla difficoltà a trovare le parole giuste per esprimere l’inesprimibile e ancora alle esitazioni di chi non si sente completamente libero di fronte a un nemico sentito come ancora presente e pronto, forse, a rialzare la testa.
Alma racconta del suo ritorno a Bratunac, quando dopo 10 anni trovò quasi d’improvviso nella casa che stava per essere ceduta, nel cortile dove aveva trascorso l’infanzia con il fratello perduto durante la guerra, il luogo in cui potere forse riconciliare il presente e il passato; dove fare una scelta di pace fondata su un amore capace di superare se non l’odio almeno il dolore. La casa e intorno persone per bene cui dare e da cui trarre energie; e Bratunac, la città da non lasciare mai più per avere la forza ogni anno di passare oltre il mese di maggio, con tutti i suoi lutti, le offese subite e il ricordo della perdita definitiva di ogni cosa del passato, anche del più banale degli oggetti. Anche Nura parla del bisogno di ritornare alla propria città, del suo ritorno a Srebrenica luogo d’amore in grado di riconnettere un passato vissuto oramai solo in sogno e l’inevitabile discorso sulla guerra. Il senso di appartenere a una comunità, la ripresa di un dialogo con gli altri sulle cose della vita quotidiana sembrano offrire una nuova possibilità. Anche se non è per tutti così. Per altri – è il caso di Liliana – contano di più le persone e può non esserci un luogo dove tornare, perché in fondo è abbastanza casuale il posto dove capita di nascere.
All’origine di tutte le scelte vi è in ogni caso un dato inevitabile di sofferenza, di dubbio, di incertezza. Laddove oramai non ci sono più lacrime per piangere o si è definitivamente perduta la fiducia di poter azzardare spiegazioni di quanto è successo. Qualcuna esprime il dubbio che non si sia ancora pronti ad affrontare con sufficiente libertà il futuro; un’altra intervenuta, di fronte a chi ha perso tutto, manifesta quasi vergogna per non essere stata costretta dalla sorte a piangere morti in famiglia. Ma il nemico primo da combattere sembra essere la solitudine. Da soli si può poco. Il gruppo può dare energie e può svolgere una vera e propria funzione terapeutica. Ancor più conta la capacità di costituire delle reti di comunanza, di solidarietà. Le reti possono svilupparsi spontaneamente o per iniziative specifiche intese magari a renderle più stabili e a superare quindi l’aleatorietà di troppe iniziative di aiuto.
Nell’ambito di quelle reti alle donne spetta in ogni caso il ruolo di protagoniste. Quasi mai esse si trovano a poter chiedere e tanto meno ottenere giustizia per le umi-liazioni subite. Gli stupri non vengono mai puniti e resta solo la sofferenza. A questo si aggiunge che negli anni di guerra a morire sono stati soprattutto gli uomini e la perdita di un figlio, di un padre o di un marito ha finito per sovrastare con la sua traumatica durezza ogni residua velleità delle donne di chiedere qualcosa per sé. Una debolezza strutturale che Maria Paz riannoda al machismo della società cilena, alla difficoltà di ottenere giustizia per sé come per gli altri. Essere figlia di uno scomparso, per di più di nazionalità italiana, l’ha costretta a tentare un processo dai riscontri quanto mai labili e difficili da riconoscere sul piano giuridico. Così come è difficile per un profugo o per una profuga come lei veder riconosciuta in una forma meno che aleatoria la sua sofferenza di persona dotata di un’identità puramente interstiziale. Il protagonismo delle donne è forse anche una reazione a quelle tante debolezze. Ma esso riuscirà ad esprimere tutte le sue potenzialità solo a condizione che sappia superare i confini della sfera privata e conquistare un peso effettivo in quella pubblica. A questo puntano le organizzazioni di donne affermatesi nel dopoguerra, per come esse rivendicano la necessità di partorire e formare non già dei guerrieri, ma dei lavoratori o per la crescente attenzione da esse manifestata alle prospettive che attendono i più giovani. Non manca in questo senso un chiaro richiamo al realismo. Si parla di lavoratori perché il lavoro rimane la questione decisiva per ragioni di sopravvivenza, ma anche per favorire la ricostruzione di relazioni sociali nuove e libere da sovraesposizioni etniche. La faticosa realizzazione di una fabbrica di pasta a Srebre-nica con un sostegno dall’Italia è senz’altro un esempio molto positivo. Essere realisti non significa però rinunciare alle inevitabili rivendicazioni di verità e giustizia per i crimini commessi durante la guerra. Anzi è del tutto realistico constatare la palpabile e persistente presenza dell’odio e la evidente impunità di cui godono ben noti crimi-nali di guerra ben oltre i confini di una situazione estrema come quella di Srebrenica. E’ altrettanto realistico rivendicare un’adeguata iniziativa dei tribunali perché l’odio non finisca per prevalere e non si debba costruire una vita sociale fondata sul sospetto reciproco e su continue autogiustificazioni.

Non è mancato alla fine uno sguardo all’avvenire più lontano per saggiare preoccupazioni e speranze. Negli interventi sembra prevalere un ottimismo realista: sulla possibilità che nuove iniziative economiche – come la cooperativa di Bratunac – possano rianimare la vita sociale; sull’apparente disponibilità dei più giovani a non rimanere schiavi di conflitti che non li hanno visti come protagonisti diretti. Anche la politica potrebbe riservare qualche sorpresa positiva, se ad esempio alle prossime elezioni amministrative le donne potessero assumere un ruolo più rilevante. Proprio la politica potrebbe viceversa creare non pochi problemi se, nel caso di Srebrenica, non riuscisse ad affermarsi la prospettiva di ottenere uno statuto speciale che riconoscesse alla città la sua storia e il suo status particolari e il suo indiscutibile valore simbolico. Non meno attente e consapevoli le risposte offerte a una domanda dal pubblico su che cosa possa intendersi per pace dopo un’esperienza così traumatica come la guerra in ex-Jugoslavia: “La si sa apprezzare solo quando la si perde. Non basta che finisca una guerra, ci vuole molto di più”. E ancora: “La pace è poter respirare a pieni polmoni” oppure “La pace è svegliarsi la mattina, desiderare di vivere la giornata e di risvegliarsi la mattina dopo”. Ma: “Per chi ha perso tutto la pace non potrà mai più esserci”.
E infine qualche battuta sulla limitata partecipazione di altri bosniaci all’incontro organizzato con gli ospiti italiani. Emerge una certa esitazione a voler andare oltre un primo racconto di esperienze e una prima presa di contatto. Qualcuno ricorda che Srebrenica è stata a lungo un’arena per iniziative non sempre rispettose dell’autonomia e del dolore dei suoi abitanti. Malgrado questo tutti sottolineano l’importanza dell’occasione offerta dalla settimana internazionale, considerata giustamente una prima volta, che quindi lascia presagire la possibilità di una ripresa e di uno sviluppo.

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