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Portando a casa Nairobi 2007: La prima volta a Nairobi, di Raffaella Lamberti

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Comincia sul nostro Magazine, con l'intervento di Raffaella Lamberti, una riflessione di donne e uomini che hanno preso parte al Forum Sociale di Nairobi, in Kenia, dal 20 al 25 gennaio 2007. Preghiamo chi volesse intervenire con propri commenti e scritti di rivolgersi alla Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Gli interventi anticipano un'iniziativa che l'Associazione "Orlando" preparerà assieme ad altri realtà, non governative o istituzionali, apertamente impegnate sul terreni che a Nairobi si sono affrontati.

La prima volta a Nairobi. Raffaella Lamberti.

NairobiLa prima volta nell’Africa sub-sahariana mi sono detta, chiedendomi se avesse senso considerarla tale in virtù della partecipazione ad un Forum Sociale Mondiale che seleziona a priori spazi e incontri. Il mio racconto parte, infatti, dall’ultimo giorno del Forum.

Nella calca che riempie l’ampio spiazzo elevato antistante l’arena di terra coperta che costituisce la chiesa di Korogocho e il suo teatro ho conquistato la maglietta che abilita a prendere parte alla maratona che, per sterrati più che per strade, porterà attraverso gli slums che accerchiano la città alla cerimonia di chiusura del WSF nel centrale Parco della Libertà. Siamo in attesa di un segnale di partenza misto alle solite raccomandazioni di stare in gruppo o di avere, almeno, un minimo controllo su come e dove ti muovi. Un uomo alto ed elegante arriva paradossalmente preceduto per quei tratturi da battistrada della polizia. Subito è attorniato da giornalisti e qualche televisione militante: è Paul Tergat, recordman mondiale della maratona e le ragazze e ragazzi kenioti pronti alla corsa vogliono ammirarlo da vicino come i fan dello sport nazionale in ogni luogo del mondo. Decido di camminare, di correre non se ne parla, con i bambini e i giovani nativi che attorniano la bandiera della pace indicante un qualche collegamento tra la prossima marcia Perugia - Assisi e la maratona nelle baraccopoli di Nairobi. Il percorso è accidentato, il flusso disordinato, ma l’insieme di bambini e ragazzini che si mettono all’ombra della bandiera, accompagnati da un’insegnante dalla voce potente e intonatissima, imprime un’energia e un’allegria dirompenti a passo e cuore. A schiarire la mente, invece, pensano gli slogan: Freedom, no Food. Sul momento la mia testa non capisce, interloquisce noiosa: Libertà e cibo. Ridono, insistono: Libertà, non cibo. Un secondo slogan fa saltare i miei schemi: Corruption? Yes! Certo, è quello che ci vuole la corruzione ed è quello che ci vuole la libertà imposta. Non so se l’ironia è scelta della donna che orchestra le nostre grida o se si tratta di slogan d’uso comune. Visto all’opera il carismatico maestro del coro della chiesa, posso aspettarmi che ci si affidi all’improvvisazione di talenti individuali come nel jazz.

Al parco, dove arrivo abbandonata la marcia dopo il primo tratto – i 20 km di percorso hanno persuaso gli organizzatori a provvedere mezzi di trasporto per chi non è allenato – guardo lo spettacolo da sotto il palco avvolta nello spettacolo attorno al palco. Irruzioni di maratoneti, incursioni di drappelli compatti di donne e uomini concentrati sull’ultimo messaggio da trasmettere, danze tradizionali di paesi africani, performance personali. Il volume urta l’orecchio, la ressa preme il corpo, ma raccolgo in un mosaico le forme espressive: poesia, canto, esibizioni di dipinti e sculture, danze e cortei, che hanno interrotto e approfondito la parola parlata di tanti meeting. Rivedo il poeta che ha reso omaggio alle donne in un seminatio importante al Gymnasium, non la raffinata vocalist che ne è stata contrappunto. Lui ha un grande pubblico? Lei è artista da spazi raccolti? Di fatto con oratrici e oratori salgono sul palco le star, i solisti e complessi musicali popolari africani. I più, donne e uomini giovani e trascinanti, nel rivolgere il microfono al pubblico secondo i rituali di coinvolgimento dei concerti di massa, mescolano parole d’ordine del Forum ai testi del repertorio: un altro mondo è possibile adesso. Una vitalità gioiosa, incredibile. Ma anche un tripudio di bellezza. Nessuna mitologia: l’osservazione di diversità preziose.

La mescolanza di quotidianità e politica si è già mostrata la domenica precedente durante una messa capace d’incorporare, rimanendo sacra, l’istanza di giustizia per ciascuna e ciascuno che guida la volontà delle baraccopoli di partecipare al Forum. Non parlerò della difficoltà a farlo: l’ingresso comporta un costo fuori della portata degli abitanti degli slums. Contraddizioni, denunce, proteste meritano un discorso informato e meditato a parte. Non a caso l’emozione mi prende quando si esibisce un complessino di ragazzi di Korogocho il cui rap dice: We are the creditors. “Loro” sono i creditori, appunto.

Per caso sono vicina alla donna più notata da macchine fotografiche e cineprese di giornalisti spesso bianchi: minuta, vestita di nero dalla testa ai piedi, uno scialletto ricamato a fiorellini delicati sulle spalle, la faccia nuda. Ondeggia al suono della musica alzando un cartello in inglese del suo gruppo femminista: Stop alla violenza sulle donne. Al mio sorriso consenziente, poco prima ha detto calma e combattiva: sono keniota, ho subito uno stupro. Un medesimo cartello solleva la sua compagna alta e poderosa; indossa una gonna jeans tutta spacchi e risparmio di stoffa, è sudafricana, balla ininterrottamente. Evidentemente, il gruppo è transnazionale africano.

Le donne, dunque. L’ultimo giorno del Forum leggiamo su Terraviva, quotidiano indipendente del VII WSF distribuito gratuitamente dal 20 al 25 gennaio all’ingresso del complesso sportivo di Kasarani dove il WSF si svolge, che questo è stato il Forum Sociale delle donne, presenti con ruoli preminenti non solo negli incontri specifici che punteggiano le pagine del corposo programma stampato in più lingue, ma nei grandi meeting tematici dai quali l’intera assise è attraversata: l’acqua, la terra, la riscoperta dei beni comuni; la mobilitazione contro malattie e multinazionali farmaceutiche; il rifiuto delle guerre e il contrasto alla mercantilizzazione e privatizzazione che le impone e mantiene. Ma basterebbe a rendersi conto della presenza capillare delle donne, africane innanzitutto, un giro completo dei tanti stand che circondano lo stadio, ove associazioni e network più o meno rilevanti presentano attività e programmi della società civile organizzata. E, spesso, vendono prodotti agricoli e artigianali o, talvolta, libri.

Per dire la qualità della presenza femminile, è utile un passo indietro. Dal 17 al 19 gennaio si è svolta in un albergo di Nairobi la terza edizione dei Dialoghi Femministi. Circa duecento donne di ogni continente hanno discusso di “democrazia radicale” e del contributo che visioni e strategie femministe possono dare per “democratizzare la democrazia”, quella “democrazia che non c’è”, come recita un bel libro recente (Paul Ginsborg, Einaudi). Non vi ho partecipato, ma lo ha fatto Gabriella Rossetti, amica antropologa e femminista che conosce l’Africa per avere lavorato per anni in Tanzania; inoltre, incontro parecchie coordinatrici e partecipanti nei dibattiti che hanno organizzano in seguito all’interno del Forum. Nati nel 2004 al FSM di Mumbai in India i Feminist Dialogues offrono una significativa risposta ad un bisogno essenziale di riflessione non inferiore a quello della sperimentazione di nuove forme politiche. Movenze trasversali del pensare affiancano, quindi, aggregazioni transnazionali mirate all’azione, come La marcia mondiale delle donne, presente già dal FSM di Porto Alegre del 2001. Anche le donne della Marcia, in particolare quelle del Quebec, sono arrivate prima a coordinare i gruppi africani che ne fanno parte. Li avvicino nel giorno d’avvio mentre tutte ci registriamo al Keniatta Center. Hanno in testa il fazzoletto con stampata la campagna sulla salute riproduttiva che la Marcia ha svolto nel 2006. La questione della salute, insieme a quelle della violenza sulle donne e dei diritti delle migranti è al centro delle iniziative della Marcia a Nairobi. Ma la cifra che accomuna gran parte delle attiviste e teoriche qui giunte è quella di segnare con visioni e azioni di donne i movimenti che si riconoscono nei FSM. E, reciprocamente, è parte della definizione stessa di democrazia radicale incontrare e ascoltare le donne, e gli uomini, che combattono l’attuale assetto del pianeta inventando alternative.

NairobiIn questa direzione, l’offerta di workshop e scambi sui temi che le donne privilegiano sono molteplici grazie alla numerosità dei gruppi e delle singole che si propongono al Forum. Scelgo alcuni temi rilevanti ricorrenti. Sull’incontro tra culture e tradizioni religiose differenti e sulle pratiche di contrasto ai fondamentalismi di ogni provenienza, puoi prendere parte ad un piccolo seminario che si rivela ricco di spaccati personali e spunti o, al contrario, recarti ad incontri allargati che ricercano analisi e obiettivi comuni. Al primo tipo appartiene, ad esempio, un workshop organizzato da MED Link / Intrecci Mediterranei, una rete nata a Roma l’anno passato, ove una giovane di Parigi, “femminista e musulmana” come si definisce, dialoga con acutezza e libertà con una piccola platea di donne e uomini di altre religioni, tra cui cristiani africani e “una buddista attiva”. Nello spazio accanto, una folla ascolta una volta ancora un’ecofemminista famosa come Vandana Shiva. Ti interesserebbe sentirla, ma resti dove sei perché lo scavo di “identità” e “fedi” va a fondo come non capita spesso e tutti desideriamo mantenere contatti (notizie si trovano sull’ampio testo di Alessandra Mecozzi, Ufficio Internazionale FIOM; Nuove domande per nuove strategie dal Forum sociale mondiale di Nairobi, Kenya. Su quello stesso tema un grosso meeting dei Feminist Dialogues annoda riflessioni e azioni di lungo periodo, come quelle della rete che impegnò già dagli Anni Settanta “donne che vivono sotto le leggi musulmane”, e idee e pratiche di giovani attive nell’odierna società civica femminile. Sul militarismo, le guerre, passando da un appuntamento all’altro, può capitarti di fare il ripasso di tutti gli approcci ai conflitti – dall’anti imperialismo di vecchia fattura agli studi postcoloniali e, ovviamente, data la storia del femminismo, alla nonviolenza -, ma sei soprattutto contenta di vedere nascere dal vivo un piano d’azione di donne somale che vuoi sostenere, perché le responsabilità del tuo paese, l’Italia, nel Corno d’Africa sono troppo pesanti. E sei contenta dell’iniziativa che improvvisano manifestando insieme alle eritree contro una guerra che tutte le riguarda. Alcune appartengono alla diaspora emigrata in Italia e propongono ai rappresentanti del Ministero degli Esteri, che ci invitano, una conferenza di pace di donne sull’area. L’iniziativa dal basso e quella dall’alto paiono unirsi: già ai primi di marzo a Bamako, in Mali, durante la conferenza sulla salute delle donne, di cui si farà carico quello stesso ministero, quelle stesse donne incontreranno altre rimaste in Somalia quale prima tappa di preparazione della conferenza. Non è la prima volta che fili tra migranti e native residenti el nostro paese s’intrecciano o rafforzano altrove, accadde per esempio nel 1995 alla Conferenza e Forum mondiali delle donne voluti dall’ONU. Solo che questa volta con le migranti opera qualche giovane cresciuta in associazioni e centri alla cui esistenza hai contribuito. E a Nairobi ce ne è più di una; ne provi gioia.

Non lasciarsi sorprendere ad un FSM, in particolare ad uno dove non è facile orientarsi sia per limiti di conoscenza della realtà africana sia per limiti degli strumenti di comunicazione che questo peculiare forum mette a disposizione, equivale a vanificare la partecipazione. Gli incontri più intensi e illuminanti sono talvolta quelli cui non pensavi d’andare. Come il dibattito che riassume la mobilitazione diffusa e coraggiosa di gruppi di donne sull’AIDS: sei in quella sala per un incontro – Women Moving Forward - di singole, associazioni e reti di ogni continente, ma capita che si prolunghi l’incontro/scontro tra le donne che lo hanno voluto e alcuni uomini che non riconoscono l’individuazione senza mezzi termini delle responsabilità maschili nel diffondersi di sieropositività e malattia, né la franchezza e durezza delle forme di lotta prescelte. Le associazioni hanno scelto un uomo per portavoce e sarà lui a mettere a tacere i propri simili: sono innumerevolmente di più le donne degli uomini ad esporsi scientemente all’ostracismo pubblico pur di combattere per una vita degna per sé e per i figli.

Sono andata, però, a Nairobi innanzitutto perché m’interessano la democrazia praticata e iniziative di cittadinanza attiva che raccolgano esperienze già viste all’opera su grande scala in altri forum e paesi. In ordine a questo, trovo al tempo stesso meno di quanto speravo e nuove indicazioni originali da esplorare. E’ come se le gravi minacce alla sopravvivenza, l’intollerabilità degli squilibri e disuguaglianze sovrastino e mettano sullo sfondo la riflessione sulle relazioni e le forme della convivenza. La lotta al modello neoliberale si fa sui terreni delle risorse, delle prospettive di vita, del lavoro ecc.; o mette a tema ordini di grandezza quali “state and democracy in Global Capitalism, “ecofeminism e democratié de la terre” e simili. La stessa nozione di una democrazia radicale pare calibrarsi in qualche documento soprattutto sulle angustie di grandi masse femminili. Il modo, poi, in cui si svolge la lunga assemblea conclusiva di tutte le partecipanti di generazioni e genti diverse da cui usciranno – benvenute – una piattaforma e un’agenda comune di massima, pare conforme, con gli interventi che si susseguono l’uno all’altro quasi affastellando senza interazione le più diverse analisi e istanze, ad una tradizionale e non troppo concludente assemblea di movimento.

Ma a meglio guardare, nei non troppo numerosi seminari e meeting in cui si parla esplicitamente del ruolo delle società civili femminili per il cambiamento, alcune relatrici, nigeriane e ugandesi per esempio, parlano della loro ricerca di modelli di democrazia ricavabili dalla rivisitazione di tradizioni e metodologie comunitarie. E negli stand ove si vendono libri, per esempio quelli di case editrici di donne, le riflessioni sulle forme comunitarie orizzontali, i materiali di educazione alla democrazia come misura del vivere quotidiano abbondano e ne acquistiamo per la biblioteca del Centro Donne di Bologna.

E l’ampia “delegazione” italiana? Non si può affermare che sia attenta alle tematiche di genere, per dire così. Sicuramente è ricca di una bella pluralità di persone con cui lavorare in futuro, perché la prima volta a Nairobi è anche un pugno nel plesso solare che non si farà dimenticare.

Ed è il punto: “Portare a casa Nairobi”, lavorare qui sull’onda di indignazione e speranze vissute là.

Una soddisfazione? La ho detta: ritrovare nel ruolo di responsabili di programmi sensati e impegnativi giovani capaci e riflessive. Una speranza? Sapere che quante di noi, a partire da chi qui scriverà, ci siamo incontrate con piacere e affetto in un transito comune, ci siamo ripromesse di dare continuità alla comune esperienza.




Guarda anche tutte le interviste di/su il Social Forum di Nairobi (a cura di Arcoiris tv):

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