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Riflessioni sul velo di Paola Zappaterra

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Davanti alla scuola di mia figlia, all’ora in cui bambini e bambine, con pari irruenza, stanno per irrompere fuori dall’ingresso, aspetta, spesso in compagnia di altre donne velate, una donna che porta il famigerato niqab, il velo pressoché integrale che lascia soltanto una piccola fessura per gli occhi.

niqabE’ nero nerissimo dalla testa ai piedi, a volte invece dà su un soprabito marrone. La prima reazione irriflessa quando la vedo è una specie di dolore fisico, di stretta al cuore che mi lascia in grande imbarazzo. Non riesco a distogliere lo sguardo, e sono senza parole. Senza le parole che tante volte mi hanno soccorso.

«Io glielo strapperei» interviene alle mie spalle un’altra mamma. «Lo sai che all’asilo non le consegnavano il bambino? Non so perché qui glielo diano. Mica possono sapere chi è. E’ ora di smetterla, noi rispettiamo le loro tradizioni ma loro non rispettano le nostre. Se vogliono vivere a casa nostra devono rispettare le nostre regole. Pretendono persino di togliere i crocefissi dalle aule!». Non so che replicare. La rabbia è anche la mia, è inutile che faccia finta di niente. «Sono le loro tradizioni, i loro usi» azzarda una terza. Io resto sempre senza parole.

Il mio disagio cresce finché, dal lavorio interiore che accompagna le ore successive, non emerge il nocciolo più doloroso del nostro breve scambio ai cancelli della scuola. Quello che mi pesa di più è non poter nominare la rabbia e la sofferenza come rabbia e sofferenza femminili. In quel noi e loro, ogni singola donna con la sua irriducibile storia scompare, proprio come dietro a quel luttuoso velo nero.

Allora mi dico che se vogliamo uscire da quel noi e da quel loro che passano sopra, negandola implicitamente, alla mia differenza, dobbiamo essere disposte a riconoscere con coraggio a ciascuna donna titolarità e autonomia per decidere di sé e delle proprie scelte. E quindi non proibire di portare il velo alle donne che lo desiderano, e tuttavia sostenere senza alcuna esitazione e ambiguità e in ogni modo quelle che non lo vogliono portare. Non è però tutto qui il senso del dilemma e dello strazio interiore.

E’ che la scelta delle donne che affermano di avere deciso autonomamente di portare il velo interroga ciascuna di noi perché è in quanto appartenente al genere femminile che a lei e alle altre viene indicato di portare il velo. Lo portano innanzi tutto perché donne; per questo è fuorviante attribuire al velo l’esclusivo valore di appartenenza religiosa o etnica e paragonarlo ad altri segni esteriori di adesione ad una fede particolare o a una identità etnica (è significativo che donne non musulmane che si recano in alcuni paesi islamici siano tenute a portarlo durante il loro soggiorno). Il velo non indica una generica adesione alla fede islamica, ma un’interpretazione precisa della verità di fede che implica uno strettissimo controllo della sessualità femminile e l’identificazione delle donne con questa loro sessualità perturbante e pericolosa per l’ordine umano e divino.

M’interrogo perciò senza risposte definitive sulla scelta di queste donne; e là dove non ci soccorre il richiamo al peso della tradizione, alla pressione delle famiglie, all’obbligo spesso imposto con la forza ciò che dobbiamo chiederci è perché, ad esempio, giovani donne alla ricerca di una dimensione significativa della propria identità e libertà la individuino in questo confine simbolico che le segna e le consegna ad uno spazio segregato, ancorché scelto.

Non strapperò alcun velo, né reale, né metaforico. Ma non smetterò di porre domande a me e ad altre donne più che al “noi” e al “loro” dello “scontro di civiltà”.

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