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inGenere :: Le donne, il lutto e gli scontri. Tunisine in piazza, di Chiara Sebastiani

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Molte donne erano presenti nelle manifestazioni spontanee seguìte all'omicidio del leader dell'opposizione Belaid, e al suo funerale. Ma erano tante anche quelle che hanno marciato nel corteo dei simpatizzanti del partito islamista al potere. Il racconto di tre giorni di partecipazione straordinaria per le strade di Tunisi

Sono stati i tabloid popolari, il francofono Le Quotidien e quello in lingua araba Assarih, a scegliere di dare rilievo all’immagine della figlia di Chokri Belaid, una bambina di otto anni dallo sguardo fermissimo, in piedi tra i militari, sul carro funebre che trasporta la salma del padre, noto avvocato leader dell’estrema sinistra e durissimo oppositore del partito islamista Ennahdha andato al governo in Tunisia  con le prime libere elezioni dopo la rivoluzione. Non sembrava propriamente un funerale di stato quello che si è svolto l’8 febbraio, due giorni dopo che ignoti sicari hanno ucciso il leader sotto la sua abitazione.

L’ordine protocollare del corteo funebre è stato ripetutamente travolto dalla pressione della folla mentre striscioni, canti e saluti a pugno chiuso ricordavano una manifestazione della sinistra antagonista. E neppure sembrava un funerale musulmano, con tutte quelle donne e ragazze, a capo scoperto e in prima fila, mescolate agli uomini, gridando slogan a squaciaglola fin dentro al cimitero dove di solito le donne non entrano.

C’erano donne di tutte le età a sfilare tra fabbriche, cavalcavia e modeste abitazioni del quartiere popolare di Djebel Jelloud: ragazzine con le loro madri, studentesse con i loro compagni, professioniste con i loro colleghi, infermiere con il camice, insegnanti in jeans, donne in abiti alla moda e in abiti tradizionali; tante donne anche tra gli avvocati che sfilano in toga. Qua e là qualche hijab punteggia il corteo: quello elegante firmato Chanel, quello audace color arancione, quello classico dai colori smorti. Curioso contrappasso della storia: quel giorno la Tunisia laico-modernista guardava con soddisfazione ogni voilée che si univa al corteo proprio come ieri la Francia coloniale aveva esibito trionfante ogni donna che il velo lo toglieva. Ma la maggior parte delle donne che indossa il foulard islamico è assiepata fuori dal corteo, ai bordi della strada e sulle terrazze dei tetti: sono le donne del quartiere che osservano, silenziose.

Diverso lo spettacolo offerto due giorni prima dall’avenue Bourguiba, quando la notizia dell’omicidio, avvenuto di prima mattina, si era diffusa con la consueta velocità sulle reti telematiche, e una piccola folla si era già radunata davanti al ministero dell’Interno, destinata a crescere di ora in ora. Era una folla composita per età, condizione sociale, appartenenza politica: la connotava una completa mixité di genere, la stessa del 14 gennaio 2011, coagulata dal rifiuto dell’omicidio come arma politica. Ci si parlava tra sconosciuti, ci si accalorava, si litigava talvolta, ma nessuno si sarebbe sognato di farne una questione di genere. Su quel viale simbolico dove chiunque avesse in mano una macchina fotografica poteva infilarsi dove voleva, scattare foto di primo piano ai poliziotti in tenuta anti-sommossa e piazzarsi sotto il muso di un carro armato in manovra, giovani giornaliste con e senza hijab volteggiavano esperte con i loro apparecchi. Del resto, è stato per una foto di troppo che mi sono trovata in mezzo ai gas lacrimogeni, finché una amica mi ha tirato con sé al riparo di un caffè. Era uno di quei cafès maures frequentati esclusivamente da uomini, santuari della mascolinità che le mie amiche tunisine talvolta cercano di conquistare. Questa volta, nessuno si è scomposto.

Diverso, anche, lo spettacolo offerto il giorno dopo i funerali, sulla stessa avenue Bourguiba. A manifestare, stavolta, militanti e simpatizzanti di Ennhadha: autorizzati più che chiamati dal partito nel cui quartier  generale da due giorni giovani scalpitanti si riunivano sia per proteggere i locali (in provincia diverse sedi erano state incendiate) sia per reclamare il loro diritto allo spazio pubblico. Così alcune migliaia di persone (nulla a che vedere con i funerali che ne avevano mobilitato almeno dieci volte tante) si erano radunate, e c’erano soprattutto le bandiere nazionali rosse ma anche le bandiere panarabiste verdi e le bandiere islamiste nere. E c’erano di nuovo tantissime donne, ed erano di nuovo di tutte le età, e diverse per condizione sociale. Solo che la stragrande maggioranza indossava lo hijab e quelle a capo scoperto erano una piccola minoranza: l’esatto opposto del corteo del giorno precedente. Sulla simbolica scalinata del teatro municpale, luogo prediletto dai manifestanti giovani, si assiepavano donne e ragazze dagli abiti multicolori, dai foulards drappeggiati nel modi più svariati, in compagnia dei loro amici e compagni che improvvisavano musiche rap fino a fare concorrenza al comizio ufficiale distante a pochi metri. Rapidamente appropriatesi di un linguaggio comunicativo post-moderno, le ragazze che scandivano slogan ironici contro la Francia e usavano la bandiera nazionale come un velo sembravano (inconsciamente?) rivolgersi alle loro coetanee occidentalizzanti, come a dire: “Vedete, sappiamo farlo anche noi...”

E così, dopo tre giornate livide e glaciali, di lutto e di scontri, quel sabato pomeriggio l’avenue carezzata da un sole benigno sembrava una festa popolare, con famiglie e mercanti di kaki e popcorn. E ancora una volta, forza era di constatare come vigesse la più totale mixité sessuale: nel fitto della calca donne e uomini si ammassavano senza che mai un gesto, uno sguardo, disconoscesse la naturalità di questa compresenza. La manifestazione era contro la violenza, in difesa della legittimità istituzionale, ma era anche una manifestazione di orgoglio musulmano (“Il popolo è musulmano” era uno degli slogan) e di partito (“Voteremo ancora Ennahdha!” era un altro). In chiusura – con accorta regia – c’è stato sia l’inno nazionale sia la professione di fede musulmana; mentre un grande drappo rosso (il colore della bandiera) veniva dispiegato sulle teste si recitava il credo dei Fratelli musulmani. Poi, come dopo una festa, ad un tratto le famiglie allargate si ritrovano e si ricompongono, e via di corsa a gruppi, per rientrare nelle abitazioni di periferia, prima che scenda la notte.

Chiara Sebastiani

Fonte: www.ingenere.it/articoli/le-donne-il-lutto-e-gli-scontri-tunisine-piazza
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