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Istituto Africano di Genere: dipartimento universitario tra attivismo ed insegnamento

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Un dipartimento universitario tra l’attivismo e l’insegnamento per la trasformazione di genere in Africa sub-sahariana. L’istituto ha origine nelle lotte per la parità di genere e di razza e nell’attivismo di alcuni studenti e docenti, che all’UCT identificarono le dinamiche di genere come parte dei sistemi storici di discriminazione.

Istituto Africano di GenereIstituto Africano di Genere (African Gender Institute, AGI) è un dipartimento della facoltà di Scienze Umanistiche dell’Università di Città del Capo (University of Cape Town, UCT), la più antica istituzione universitaria del Sud Africa, fondata nel 1829. L’AGI dal 1996 è uno spazio intellettuale di sostegno per le donne africane e di promozione della ricerca sensibile al genere e di politiche di sviluppo orientate all’empowerment femminile. La duplice attività di ricerca e di insegnamento mira a sviluppare le capacità necessarie per promuovere una trasformazione culturale e sociale sia a livello nazionale, sia continentale.

L’istituto ha origine nelle lotte per la parità di genere e di razza e nell’attivismo di alcuni studenti e docenti, che all’UCT identificarono le dinamiche di genere come parte dei sistemi storici di discriminazione. In Sud Africa erano gli anni dell’apartheid, il sistema politico basato sulla segregazione razziale dei neri (cioè gli africani, i colorati, ovvero i nati da coppie miste e gli indiani) ad opera dei bianchi, crollato solo nel 1994. Fino a quel momento le donne e i neri costituivano la maggioranza della popolazione (per il 51% femminile e per l’89% nera) e insieme i gruppi più colpiti dalle discriminazioni ed esclusi dalla partecipazione alla vita politica, economica, culturale e sociale, monopolizzata dall’elite bianca.

Nel 1989 e per i primi anni Novanta all’UCT si susseguirono proteste studentesche contro le molestie sessuali e le manifestazioni razziste, diventate ormai routine nell’ambiente accademico. A seguito delle manifestazioni le strutture e la direzione dell’UCT iniziarono a mutare. Nel 1992 fu creato un ufficio per le Pari Opportunità e la dottoressa Mamphela Ramphele, neo vice-rettore avviò un progetto per combattere gli abusi sessuali e promuovere la parità di genere e di razza nell’ambiente universitario.

Nel 1993 iniziò una consultazione a livello continentale, attraverso il Forum delle Educatrici Africane, culminata due anni dopo con un workshop, organizzato a Città del Capo, in cui si decise di dar vita all’African Gender Institute, con l’importante sostegno della dott. Mamphela. Quest’ultima nel 1996 diventò rettrice dell’università, ottenendo due primati: fu la prima donna e il primo africano a ricoprire tale carica. I partecipanti del workshop provenivano da 13 paesi africani, dimostrando di voler fondare un istituto dal carattere internazionale e costruire reti tra coloro che operavano per i diritti delle donne.

In quegli anni la composizione degli studenti dell’UCT cambiò notevolmente rispetto agli anni dell’apartheid: nel 1984 gli africani erano il 2,7% e nel 1995 diventarono il 23,6%, i bianchi invece diminuirono dall’85% al 58%. Nel 1984 le donne nere all’università erano 635 e quelle bianche 3950, mentre nel 1995 erano rispettivamente 2592 e 3724. Il personale accademico rimase dominato da uomini, il 79% nel 1984 e il 76% nel 1995, complessivamente solo l’1% degli africani nel 1984 insegnava all’UCT, diventato il 4% nel 1995. Il sostegno economico per la nascita dell’istituto fu fornito dalla Ford Foundation, dalla Carnegie Corporation, dalla Rockefeller Foundation e dal governo norvegese. Joanne Henry, una delle responsabili della programmazione delle attività dell’AGI, sostiene che i donatori internazionali hanno creato negli anni dei vincoli alle scelte dell’istituto, limitandone la piena libertà nel processo decisionale, tuttora assente a causa della dipendenza di alcuni programmi da fondi esteri.

Amina MamaNel 1996 l’AGI inizia formalmente la sua attività, con uno staff di 7 persone, tutte donne. Il programma avviato più importante era quello per ricercatrici associate, che da ogni parte del continente potevano compiere periodi di ricerca all’AGI e contribuire alla produzione di conoscenza indigena. Amina Mama, una prestigiosa ricercatrice nigeriana, ha dichiarato che una delle priorità dell’istituto era di sostenere pubblicazioni di donne africane, come alternativa alla maggioranza di testi prodotti in America, lontani dalla cultura indigena.

Da subito l’istituto ha fornito assistenza a numerose organizzazioni e istituzioni, cercando di integrare le tematiche di genere in settori chiave come l’istruzione, la terra e l’energia. In particolare l’AGI ha collaborato con due commissioni istituite dalla Costituzione sudafricana del 1996: la Commissione sui Diritti Umani, che agisce contro la violazione dei diritti umani, e quella sulla Parità di Genere, il cui ruolo è promuovere la parità in tutte le sfere della società.

Nel 1998 Amina Mama è diventata direttrice dell’istituto e ha ricevuto l’offerta di una cattedra in studi di genere nella facoltà di Scienze Umanistiche. Questo evento è stato molto importante, sia perché ha conferito all’AGI una nuova rilevanza all’interno dell’UCT, sia perché è stata la prima posizione del genere all’interno del sistema universitario africano.

Nel 1999 è iniziato il programma in studi di genere per studenti della laurea triennale e l’anno successivo quello per la laurea specialistica in genere e trasformazione, che si occupa principalmente del rapporto tra genere e sviluppo e dell’uso delle tecnologie dell’informazione. Il progetto più recente è Potenziare gli Studi di Donne e di Genere per la Trasformazione dell’Africa, interamente dedicato alla promozione e allo sviluppo di studi di genere e di donne nel continente africano e comprensivo della pubblicazione Africa Femminista, il primo giornale on line sui temi di genere con un focus continentale.

Oggi l’UCT è un ambiente multietnico ed energico, nel 2003 la composizione degli studenti ha raggiunto un equilibrio sia dal punto di vista del genere, le donne costituiscono il 50% degli iscritti, sia dal punto di vista razziale, i bianchi sono il 51% e i neri sono il 49%. Come afferma Joanne Henry nello staff accademico i cambiamenti sono molto lenti e ci sono ancora forti disuguaglianze: nel 2000 solo l’1% dei professori era composto da donne nere e il 6% da donne bianche, mentre l’88% continuavano ad essere uomini bianchi. Secondo Amina Mama la penetrazione degli studi sulle donne nelle discipline sociali è ancora agli inizi, ma i circa 30 programmi di studi di genere attivi in tutto il continente stanno raggiungendo importanti successi verso l’integrazione delle donne nei processi di democratizzazione e nella creazione di nuovi modelli femminili nelle istituzioni terziarie africane.

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