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TechnéDonne - Tempo per se' nella società delle ICT: valore o utopia?

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In un articolo apparso un paio di mesi fa sul quotidiano La Reppublica (Italiani senza tempo libero, di Maria Novella De Luca) leggiamo, senza troppo stupirci, che gli italiani sono gli ultimi in Europa a riuscire a ritagliarsi un po' di tempo per se', un po' di tempo liberato dagli impegni di tutti i tipi, in particolare quelli lavorativi.

Tempo per se' nella società delle ICT: valore o utopia?Le giovani generazioni ne sembrano più consapevoli perchè, come afferma per esempio l'antropologo Marino Niola nell'intervista riportata nell'articolo de La Repubblica, “(...) pur premendo per entrare nel mercato del lavoro difendono risolutamente i loro spazi privati, le loro passioni, e anche il loro modo di sprecare il tempo".
Accanto a questo articolo, quello di poco precedente del Prof. Umberto Galimberti (Il tempo libero più prezioso del denaro), ribadisce la stessa tendenza: “(...) da dieci anni a questa parte, tra quanti lavorano, c'è la tendenza a mettere al primo posto, tra le richieste, non più il denaro o i benefit di varia natura, ma il tempo libero, quasi si fossero resi conto che se è vero che per vivere occorre lavorare, non è più vita quella totalmente assorbita dal lavoro”. Anche in questo articolo l'elemento generazionale acquista centralità: “sembra che i giovani (...) siano più sensibili al valore del tempo libero (dal lavoro) che è poi il tempo per se', anche se questo loro desiderio confligge col modello produttivo, costretto a diventare turbo-produttivo per effetto della concorrenza globale”.

Che i giovani ne siano più o meno consapevoli, non c'è dubbio ormai che la percezione di un tempo tutto dedito ai ritmi della produzione sia uno dei tratti più visibili che descrive le nostre esistenze. Ritmi che vanno intensificandosi anche grazie alle tecnologie IC, che non solo contribuiscono a un sostanziale incremento di “lavoro comunicativo-relazionale” quale surplus di lavoro nella grande maggioranza delle attività che svolgiamo, ma anche rendono fluido il confine prima rigidamente definito tra lavoro e vita privata, concedendoci di lavorare ovunque al di là e degli spazi e degli orari di un ufficio. La qual cosa, su un piano collettivo, richiama le ragioni imposte dall'economia globale, che grazie alla mediazione delle tecnologie IC, si fonda sulla capacità di sopprimere le distanze e di organizzare in tempo reale un processo di lavoro frammentato e disperso a livello planetario.

Ma anche quando si contrappone il tempo della “riproduzione” a quello della “produzione”, questo tempo, il più delle volte, è inteso come tempo di cura degli altri (figli o genitori anziani che siano), tempo di attività domestiche e familiari di cui le donne, più degli uomini, conoscono la fatica, il lavoro, anche se non pagato. Nella terminologia corrente delle pari opportunità, 'conciliazione' è generalmente intesa come equilibrio tra tempi di lavoro e tempi di cura, all'interno della tradizionale divisione del lavoro, produttivo e riproduttivo, che in entrambi i casi non contempla il tempo per se', il tempo libero, quello dell'ozio intimo e creativo. Solo raramente il tempo della “riproduzione” è inteso con accezione diversa, per esempio secondo il senso che le conferisce, nell'economia femminista, il discorso teorico di Antonella Picchio, che frequentemente ci ricorda che nella “riproduzione” c'è prima di tutto la riproduzione di se', il tempo dedicato a se', ancor prima, vorrei sottolineare, che alla cura delle relazioni.

Dovremmo però ricordare che il “tempo per se'” è, all'origine, una categoria messa in campo dal movimento delle donne, come torna a sottolineare di recente la sociologa Carmen Leccardi: “tempo per il dialogo interiore, per l'attenzione a se stesse, per il sostegno al proprio desiderio” (Carmen Leccardi, “La reinvenzione della vita quotidiana”, in “Il femminismo degli anni Settanta, Viella 2006). Questa categoria, suggerisce Leccardi nel saggio, acquista oggi spessore alla luce di un tratto epocale emergente: quello di una società dominata dall'incertezza, una precarietà esistenziale che se da un lato vanifica l'abituale capacità di controllo e previsione di eventi e progetti di medio e lungo periodo, dall'altro ci porta ad avvalorare il “tempo per se'” come sovra-dimensione creativa e autenticamente individuale capace di conferire senso alle nostre biografie. “Isola di durata” in grado di contrastare la tendenza alla frammentarietà di tempi e spazi di vita, anche a detrimento dell'attività professionale, da una parte, e dell'attività di cura familiare, dall'altra, e sopratutto degli sforzi che le donne storicamente fanno per manenerle in equilibrio.

Articolo tratto da TechnéDonne

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