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Per una dimensione problematica del genere: intervista a Carmen Leccardi

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Sono passati circa trent’anni dalla prima definizione del concetto di genere da parte di studiose femministe anglosassoni come Rubin e Oakley. Trent’anni durante i quali, come ci conferma Carmen Leccardi, curatrice di "Tra i generi - Rileggendo le differenze di genere, di generazione, di orientamento sessuale" (ed. Guerini e associati), la categoria di genere è stata istituzionalizzata ed ha perso quella carica rivoluzionaria che ha avuto nel corso degli anni ’70.


Tra i generi - Rileggendo le differenze di genere, di generazione, di orientamento sessuale"Il genere è diventato una categoria sociale che rappresenta gruppi omogenei sulla base della distinzione tra i sessi e, nella ricerca sociologica in particolare, si è caratterizzato quale dimensione classificatoria per descrivere categorie di persone sulla base di caratteristiche comuni, come già accade per altre variabili come l’età, la classe sociale, le differenze razziali”.

Nel corso del tempo, il senso e la sostanza dell’identità di uomini e donne come esseri sessuati si è collocato in un territorio indifferenziato, in cui scarseggia lo spazio per nuove forme di alterità e reattività. Rileggere le differenze di genere, di generazione, di orientamento sessuale, quindi, per recidere la polarizzazione sessuale ed il suo rigido schema duale, per decostruire, secondo Leccardi, "quell'universo coeso dell’essere donne ed essere uomini, al cui interno la costruzione del sesso è un’unità fissa, non storicamente specifica”. La carica prorompente ed innovativa del genere risiede nel processo di materializzazione del corpo attraverso il quale si costituiscono individui sessualmente significanti all’interno di un discorso. La dimensione del genere si propone quale area semantica in cui singoli e singole si percepiscono e si rapportano “disegnando i percorsi delle soggettività contemporanee”. La re-visione dello status ontologico della maschilità e della femminilità, dei modi in cui i sessi si percepiscono e si rapportano, dei mezzi con cui le persone si relazionano con il genere, modifica la dialettica maschile e femminile, emancipandola dalla dicotomia sessuale. La diversificazione appare fragile ed il bipolarismo relativizza all’estremo codici comportamentali, schemi reattivi, ruoli e gerarchie nel tentativo di realizzare un programma sociale e culturale appreso.

“Il genere - secondo la curatrice del libro - nella versione edulcorata proposta da una parte almeno del mondo accademico è stato privato della capacità di mettere in luce le dimensioni di potere presenti nel sociale. Concettualizzato come "entità" data, non coglie più il divenire, non si sintonizza sulle soggettività. In questo modo di concepire la dimensione di genere anche il corpo resta muto, non si connette alla soggettività. Le radici corporee della soggettività sono oscurate. Se ridiamo invece alla dimensione di genere il carattere dinamico che le appartiene - di "apertura" del sociale, di disvelamento, per suo tramite, del sociale - possiamo riconquistare il campo delle differenze. Questo non significa, evidentemente, negare la dimensione della diseguaglianza che al genere è intrecciata. Piuttosto, vuol dire guardare alla complessità della dimensione di genere: una dimensione storicamente e discorsivamente costruita, intrecciata alle forme del dominio tanto quanto alle espressioni di resistenza a questo dominio, e anche una dimensione rappresentata e costantemente ri-rappresentata sulla scena sociale (come ci ricorda Butler, e come metteva in luce negli anni '60, da una diversa prospettiva, il sociologo Goffman). In tal senso, una dimensione sempre trasformabile”.

L’identità di genere non è statica, ma performativa: richiede negoziazione, riconoscimento, impegno. “E’ importante – afferma Carmen Leccardi - diventare consapevoli di come il sapere dominante, là dove è obbligato ad "accorgersi" del genere, tenda ad esorcizzarne la carica eversiva. Questa carica è anche legata a filo doppio alla possibilità, per suo tramite, di superare le polarizzazioni sessuali, di riconquistare la dimensione della pluralità e della differenza. Si tratta di recuperare l’attenzione ai modi di designarlo discorsivamente, utilizzando strumenti che non separino le forme del discorso dalle forme dell’azione. Le differenze di genere sono state costruite sulle differenze di sesso, ed il sesso, a sua volta, non è un dato "oggettivo", neutro, senza storia (basti pensare, da questo punto di vista, agli studi di Laqueur). Guardare alla dimensione di genere come aspetto plurale significa fare spazio, ad esempio, alla sessualità e alle sue diverse espressioni, fare spazio all'analisi del costituirsi delle differenze, ai processi complessi - di ordine storico, sociale, giuridico - che ne sono alla base, e alle loro forme di espressione concreta".

Ridurre la complessità delle costruzioni identitarie inibisce il fluire dell’alterità, funzionale proprio alla rappresentazione dell’identità medesima. E si torna alla valorizzazione della soggettività che, come precisa Leccardi, “richiede una precisa consapevolezza da parte delle studiose/degli studiosi. Questa valorizzazione tende ad essere maggiormente presente nelle generazioni più giovani. Per loro, l'interesse alla dimensione di genere si intreccia ad esempio ad una maggiore sensibilità nei confronti delle tematiche legate all'orientamento sessuale e alle culture che lo esprimono. Se consideriamo il loro contributo all'interno di Tra i generi notiamo ad esempio che esso mette a fuoco tematiche come quella della transessualità, delle culture etniche, dei media, dell’omosessualità. Le nuove generazioni di studiose arrivano con una diversa freschezza a guardare all'intreccio tra genere e sociale. Questo non significa, evidentemente, un azzeramento di memoria; al contrario, esse mostrano la capacità di utilizzare questa categoria all’interno di un discorso non "normalizzato". Queste studiose più giovani fanno leva su una diversa libertà conoscitiva, sull'intreccio tra forme di saperi che caratterizzava il femminismo degli anni settanta, anche su un diverso grado di libertà nella definizione e nell'espressione di sé.

Tornando al libro, questo è stato, del resto, il suo obiettivo: costruire uno spazio in cui fare incontrare linguaggi diverse, prospettive disciplinari non omogenee (dalla psicologia, alla storia, alla sociologia), appartenenze generazionali differenti. Inoltre, è un aspetto che vale la pena sottolineare, il libro ha voluto indagare anche la costruzione della maschilità. In Italia gli studi di genere sono stati solitamente privati di questo aspetto, che altrove ha invece acquistato uno spazio crescente. Esiste una costruzione dominante della maschilità, e vale dunque la pena di comprendere come, su questa base, siano state costruite relazioni di potere tra donne e uomini, come siano state socialmente "fissate" le loro reciproche identità. Michael Kimmel, nel saggio che il libro ospita (“Maschilità e omofobia. Paura, vergogna e silenzio nella costruzione dell’identità di genere”) ci consente di capire come la maschilità in quanto "impulso al potere" sia stata storicamente e discorsivamente costruita. E, garantendoci una visione "dall'interno", ci permette di scorgerne tutta intera la fragilità. In conclusione, la visione "tra i generi" che il libro intende proporre vuole fare spazio ad analisi, ricerche, riflessioni che si confrontino con il genere come dimensione problematica, che spesso non riesce completamente a definire ciò di cui si parla. Si tratta di una problematicità che va considerata una ricchezza: da valorizzare, e da trasformare in pratica politica".


(PorticoDonne)
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