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A proposito della Lettera ai vescovi sulla collaborazione fra uomo e donna

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Che i contenuti della “Lettera ai vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione fra uomo e donna nella Chiesa e nel mondo” ispirata, firmata e forse persino scritta dal Cardinale Ratzinger a fine luglio, non sarebbero piaciuti alle femministe, era decisamente prevedibile.

Non altrettanto ovvio è il modo o la qualità del linguaggio attraverso il quale tali contenuti si sono espressi. E a tal proposito si ricorda l’incontro a Roma di giovedì 20 ottobre alla CID di via della Lungara, che ha registrato la partecipazione di teologhe (Marinella Perroni, Franca Long, Rosetta Stella), filosofe (Ida Dominijanni), politiche (Paola Gaiotti De Biase) e un folto pubblico di donne interessate all’argomento.

La lettera, dibattuta e discussa da autorevoli personaggi del mondo femminista (Luisa Muraro) e della sinistra (Elettra Deiana, Adriano Sofri) a ridosso della sua pubblicazione (in tempo di vacanze, il che già dimostra che non si voleva darle eccessivo spazio) non ha trovato sufficiente riscontro nell’ambito del confronto teologico e pastorale: come dire che, fra i vescovi, veri destinatari delle precisazioni di Ratzinger (o chi per lui), non è stata oggetto di grande dibattito.

Nel corso del dibattito si è più volte ribadito che fra gli obiettivi della lettera potrebbe verosimilmente esservi il confronto con la concezione islamica della donna da una parte, con le concezioni più avanzate del pensiero della differenza sessuale dall’altra. La Chiesa cristiana ha occasione, in questo momento storico, di riproporre la propria concezione della subordinazione femminile come un’alternativa intermedia, confrontata con gli “eccessi” fondamentalisti da una parte, con le “devianze” democratiche (famiglie alternative, matrimoni omosessuali, fecondazione assistita ecc) dall’altra.

E l’ “alternativa”, in sostanza, è nei contenuti sempre uguale: la differenza sessuale, a partire da una lettura essenzialista di Genesi I : “…Uomo e donna li creò” è ricondotta a un fatto ontologico. Alla donna è riconosciuto uno “specifico” connesso alla relazione, alla “apertura all’altro”, ai compiti di cura. Si ribadisce l’esclusiva maschile in merito al sacerdozio. Si sfiora, affermandola senza spiegarla, la questione della natura maschile di Dio e di Cristo. Tuttavia, notava Ida Dominijanni, nel linguaggio e nello stile in cui tali invariati contenuti sono espressi, si rivelano aspetti nuovi e interessanti.

Dominijanni trova nella lettera motivo di cauto ottimismo, nel riconoscimento dell’esistenza di varie correnti all’interno dell’universo femminista: la lettera per Dominijanni è interessante per il ritratto che fa del femminismo attuale, nel quale riconosce l’esistenza di un pensiero “della differenza sessuale” capace di non appiattire più l’identità femminile su quella maschile, ma di pensare la propria differenza e le altre differenze in termini relazionali.

La capacità di leggere il femminismo con attenzione a questo suo sviluppo non è marginale, nota Dominijanni, ma segna una maggior intelligenza della Chiesa a confronto, per esempio, con la classe intellettuale di sinistra, la quale pur accogliendo (paternalisticamente?) al proprio interno i discorsi delle donne, non li capisce, non li conosce, e la differenza fra femminismo anni’70, della rivendicazione, dei diritti, della parità, e femminismo attuale, non la fa. Il fatto che la Chiesa faccia questa differenza indica allora che le conquiste femminili non sono più ignorabili, e che chi voglia parlare di ruolo della donna deve fare ormai i conti con la genealogia e la geografia politico-ideologica del femminismo.

Sulla stessa linea, Rosetta Stella affermava di voler “forzare” la mano al testo di Ratzinger per “tirare acqua al nostro mulino”. Il testo - continuava Stella - contiene l’ammissione che le certezze tradizionali non sono più sufficienti a stabilire la definizione dei ruoli sessuali. Esso riporta l’attenzione sulla capacità femminile di aprirsi all’Altro, e dunque lascia uno spazio all’affermazione di una teologia non più esclusivamente maschile (punto di vista, questo, sul quale non concorda la maggior parte delle teologhe presenti in sala).

Per Paola Gaiotti De Biase non è il caso di dare eccessiva rilevanza ad un documento che ricalca, nella sostanza, l’enciclica “Sulla dignità della donna” di Giovanni Paolo II, senza approfondirne i temi portanti: entrambi i documenti infatti insistono, in misura differente, sulla differenza ontologica dei sessi (“maschio e femmina li creò”, Genesi I), ma il documento di Ratzinger ha l’aggravante di non soffermarsi a spiegare punti di importanza centrale come la negazione dell’accesso al sacerdozio, o la natura maschile di Cristo.

Marinella Perroni, presidente del coordinamento italiano delle teologhe, riscontrava con ironia l’assenza nel documento del minimo riferimento alla teologia femminile mondiale. Il documento ha come bersaglio polemico primario il pensiero femminile di Braidotti, vuole soprattutto ricondurre la differenza di genere a una differenza sessuale ontologica, evitare la pluralità dei generi, ricondurre il “gregge” al concetto tradizionale di famiglia eterosessuale monogamica, che vorrebbe mostrare connessa all’”ordine naturale” oltre che al dettato divino. Il suo secondo obiettivo è, naturalmente, il confronto con il modello islamico. LA lettera ha il suo peggior difetto nel disconoscimento completo del contributo femminile interno alla Chiesa stessa: che cosa possono pensare le suore, le teologhe, le donne delle varie associazioni cristiane che cercano da anni un dialogo con l’autorità ecclesiastica su questi importanti temi, al vedere che Ratzinger ancora li tratta con tanta autoritaria superficialità ?

Franca Long, valdese, del gruppo donne “Confronti”, rilevava una profonda estraneità soprattutto gerarchica fra autorità ecclesiastica e identità femminile: chi ha l’autorità di descrivere le donne? Long riportava poi la discussione teologica al carattere metaforico del dettato biblico: nella Bibbia, ribadiva, non sono contenute “definizioni” di uomo e donna. Esse vengono estrapolate da un’autorità religiosa che non è obbligatorio riconoscere come intermediaria per la comprensione del testo sacro. Riafferma poi la natura non ontologica, ma relazionale della differenza sessuale, che si esprime nel binomio materno della massima libertà (onnipotenza della madre) connessa alla massima dipendenza (dalla relazione madre-figlio).

Alla lettera di Ratzinger ci sono state molte e articolate risposte, ma quasi tutte da parte femminile: il che ha indotto Mons. Amato a lamentare la sua “scarsa risonanza”. Evidentemente si riferiva all’indifferenza generale con cui è stata accolta dai vescovi, a cui era indirizzata. Le risposte femminili non hanno rivestito alcun interesse per gli autori del documento. E perché dovrebbe allora rivestire interesse per noi un documento di tanto esile e breve respiro, da non sollevare neppure un’alzata di tonaca presso i suoi destinatari?

(Delt@) - Nicoletta Bertorelli

Lettera ai vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione fra uomo e donna nella Chiesa e nel mondo

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