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Alla ricerca di un punto d'incontro tra terzo femminismo e lesbo queer

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Dal convegno Nuovi femminismi e nuove ricerche, ospitato il 19 marzo 2005 alla Casa Internazionale delle Donne di Roma, giunge la problematizzazione delle tradizionali categorie di analisi femministe, come il transgenderismo, e l'adesione a nuove prospettive di riflessione su un fenomeno come la prostituzione. E la domanda è: dove stanno andando i femminismi?

FemminismoCosa risponde il femminismo a chi dice che è morto? Che senso hanno oggi i femminismi di fronte ai problemi posti dalle nuove società: migrazioni, mutazioni, decostruzioni dei generi?

Oggi più che mai, la risposta vuole essere forte e chiara: il femminismo è vivo, non è un lusso, ha senso più che mai ed ha un senso ancora maggiore nel momento a cui risponde a una strategia mondiale di ‘eterosessualità e famiglia coatta’ che vuole cancellare l’attivismo di milioni di donne, nel mondo. È questo l’intento da cui parte la giornata di convegno Nuovi femminismi e nuove ricerche, ospitata il 19 marzo 2005 alla Casa Internazionale delle Donne di Roma.

Fare il punto, e insieme stabilire un punto di ri-partenza di teorie e di pratiche, da una riflessione storica e concettuale sul femminismo: gli interventi delle relatore della mattinata testimoniano questa necessità non senza un certo livello di imbarazzo e addirittura di dolore per gli stalli e gli ostacoli incontrati sul cammino, ma anche di orgoglio per il coraggio della scelta di porsi di fronte a questa esperienza quasi come di fronte a un momento ‘fondante’.

Una consapevolezza riflessa innanzitutto nella scelta di tematizzare già all’inizio della giornata argomenti che hanno problematizzato non poco le tradizionali categorie di analisi femministe, come il transgenderismo, o di sposare nuove prospettive di riflessione su un fenomeno come la prostituzione. Più che risposte, insomma, ulteriori ‘dita sulle piaghe’.

Porpora Marcasciano, importante esponente del MIT (Movimento Identità Transessuali), apre il suo intervento proprio dallo ‘stupore’ per essere stata ‘finalmente’ invitata a un convegno femminista, dopo decenni di attività politica, e ammette di sentirsi un po’ come il famoso elefante nel negozio di cristalli’. Porpora va subito al cuore della questione, indicando i problemi posti alle femministe da ‘quelle come lei’.

In breve, ecco i nodi: la riproposizione di modelli di femminilità che le femministe tentavano di combattere (di cui il tacco a spillo è il simbolo ormai proverbiale), l’egoismo ‘corporeo e intimo’ delle rivendicazioni che impedisce la costituzione degli/delle omosessuali come soggetto politico, e infine il tema caldo della prostituzione, la riflessione sul quale è stata sempre condizionata dall’equivalenza prostituzione-sfruttamento, una sorta di ipocrisia al contrario che esclude dall’orizzonte la possibilità stessa di una scelta libera (o almeno di indagarne le molteplici sfaccettature).

La radice di questa incomunicabilità, che ha costretto femminismo e transgenderismo a percorsi paralleli e inconciliabili contro lo stesso nemico, il patriarcato (quanta forza è stata sottratta a questi movimenti?), sta nella grandissima carica eversiva del secondo. Il suo essere letteralmente al di fuori dei generi, né maschi né femmine, distruggendo quindi la possibilità stessa di affermare un’identità di genere. Il trans non diventa donna da uomo o uomo da donna, ma rifonda e riformula un’identità completamente nuova, una specie di ‘parente scomodo’ emarginato da ogni parte, dalle femministe, dai gay e dalle lesbiche. Di sicuro, dice Porpora, nelle manifestazioni ‘i vostri zoccoli erano brutti e comodi, i nostri tacchi a spillo belli ma scomodi’. Una scomodità irrimediabile?

Come spiega nel secondo intervento Liana Borghi, i trans arrivano a scompaginare ulteriormente rapporti già problematici, come quelli tra femministe e lesbiche. Liana svela il ‘grande rimosso’ di queste due storie che solo da poco si sono messe alla ricerca di un codice che possa metterle in comunicazione, e fa sua la difficile ammissione che le une non sono mai andate molto lontane senza le altre. Oggi alcune delle principali teoriche del femminismo sono dichiaratamente lesbiche, e i nuovi approcci delle teorie queer e del terzo femminismo tentano di superare le distinzioni tradizionali, in nome di tutti quei soggetti che ‘finchè non avranno diritti, saranno al centro della nostra politica’.

L'‘accusa’ principale rivolta dai femminismo al lesbismo sta nell’incapacità di questo dello sguardo duplice che passa dall’affermazione del ‘corpo intimo’ a un orizzonte simbolico, dalla configurazione del desiderio all’agire politico. Ma tra gli anni ‘80 e ’90 del secolo scorso nuovi soggetti hanno fatto la loro comparsa nel dibattito, e prima ancora hanno iniziato ad affermare il loro spazio nel mondo: il soggetto eccentrico, le identità mutanti. Il concetto di genere è stato decostruito: già separato dal sesso biologico, il genere diviene performance che si fa e si (ri)produce in un discorso di costruzione continua. I separatismi passano di moda, mentre la teoria queer acquista la dignità di chi per un momento sembra annullare le contraddizioni che racchiude. Al queer sta stretta ogni definizione, il queer gode di essere fuori dalle definizioni.

Il termine viene usato per scoraggiare l’identificazione fra omosessualità lesbica e gay e la loro caratterizzazione unicamente per contrasto con l’eterosessualità. Gli studi queer più recenti si interessano di fenomeni come il travestitismo, l’ermafroditismo, l’ambiguità di genere, le operazioni per il cambiamento di sesso, e mettono in crisi il concetto di sessualità ‘naturale’. Oggi ‘queer’ è un ‘termine ombrello’ che significa molte cose non tutte coerenti, è fluido, permeabile, sfuggente. Tanto da rischiare di divenire un’etichetta vuota, soprattutto rispetto alle ‘vecchie’ etichette escludenti, ma forse più efficaci politicamente. Proprio questo, sottolinea Borghi e dopo anche Laura Schettini, sta alla radice di un’altra questione: dove va a finire, di questo passo, la carica politica?

Il queer vive una oggi una legittimazione accademica, andando talvolta a sostituire i militanti ‘women’s studies’ nei corsi universitari, riproponendo suo malgrado la vecchia dicotomia del pregiudizio ‘politica (femminismo) VS leggerezza (omosessualità e sue varie manifestazioni)’, per di più suffragata dalle manifestazioni più superficiali, spettacolarizzate e modaiole del fenomeno queer propagate dai mass media. Sembra quindi che, una volta messi da parte e passati di moda approcci e categorie militanti, perduri un’incapacità di porre temi politici e produrre pratiche diverse da quelle imposta dall’industria culturale, proprio mentre il modello di ‘famiglia coatta’ torna a imporsi nella società, più silenzioso e subdolo che mai (vedi la legge sulla procreazione assistita, o la rivendicazione stessa del matrimonio omosessuale, testimonianza di aderenza ai modelli imposti dalla società patriarcale – il che rinverdisce la ‘vecchia’ accusa rivolta dal femminismo ai movimenti omosessuali’):

Dove può essere un punto d'incontro?

La domanda rimane aperta, non sarà certo questo convegno a trovare le risposte definitive. Ma è su una presa di posizione su temi aperti della società contemporanea che può avvenire il desiderato e temuto incontro tra terzo femminismo e lesbo queer: non lasciare che il femminismo e il queer siano dei lussi, delle categorie di pensiero cui solo ‘chi se lo può permettere’ può accedere, chi è bianca e frequenta le università ed è di una certa classe sociale. Il mondo è ancora pieno di luoghi dove regnano le vecchie dicotomie, le vecchie relazioni e le vecchie categorie di genere, dove le teorie e le politiche devono necessariamente tradursi in pratiche quotidiane di liberazione.

di Laura Cocciolo (Delt@)

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