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Lettera aperta all'assemblea nazionale di femministe e lesbiche, di Susanna Camusso

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Il disagio di ricominciare ogni volta da capo. Questa è la reazione che mi suscita il documento conclusivo dell'assemblea romana. Disagio perché ci si sarebbe aspettate una ripresa di elaborazione e di iniziativa del movimento da parte, oltre che delle promotrici, di tutte coloro che erano a Roma il 24 novembre.

Perché Roma è stata una grande manifestazione plurale dove molte, davvero molte, hanno partecipato con le loro esperienze di iscritte e militanti della Cgil, del sindacato. Perchè, può piacere o no, il movimento sindacale è grandemente permeato dal pensiero e dalla pratica femminista, e dentro la Cgil si esercitano anche importanti conflitti; non vederli, o peggio negarli, è un limite di miopia politica.
Perché si possono contrastare politiche non condivise - e bisognerebbe conoscerle prima di deciderlo - ma non si può certo dire che il movimento sindacale strumentalizzi l'8 marzo.

Nessuno ha la pretesa di pensare che la manifestazione di Cgil Cisl Uil sia l'unico luogo, anzi, ma quella data è nelle nostre radici e solo un "bisogno" esasperato di antagonismo - incomprensibile se non in una logica di negazione della pluralità - può giustificare l'atteggiamento di duro contrasto espresso nel documento dell'assemblea nazionale del 24 febbraio a Roma.
Inutile ogni commento anche sulla questione delle presunta strumentalizzazione elettorale: che genere di valutazione può portare a considerare come tale una manifestazione che si sta preparando ormai da molti mesi per commemorare il centenario dell'8 marzo?
Potrei condividere una critica al senso "celebrativo" e si potrebbe, comunque, ragionare a lungo sui valori simbolici.

L'assemblea dichiara poi che non delega "l'espressione del pensiero e delle pratiche a Cgil, Cisl e Uil".
Ragionevole: le pratiche politiche sono, e non possono che essere, differenti. Ma anche banale e fuorviante, in ragione del fatto che nessuno ha mai chiesto di delegarle.
La partecipazione ad una manifestazione è un atto libero, la denigrazione è un atto gratuito, oltre che dannoso.
Provate a pensare alle tante che nel movimento sindacale, ogni giorno, scelgono di confrontarsi, di esercitare il loro pensiero: com'è possibile definire queste pratiche - che comportano fatica, impegno, passione di tante donne alle quali è dovuto rispetto e riconoscimento - "volontà di controllo dei corpi femminili"?

Non si ha l'impressione di un confronto politico ma dell'affermarsi dell'idea che liquidare storie ed esperienze delle altre renda forte il proprio pensiero: si chiama settarismo, è una modalità antica, che indebolisce il pensiero, esclude e, permettetemi di dirlo, invecchia.
Sarà sicuramente un errore, ma non posso condividere una pratica politica che cerca nemici, e li cerca proprio tra chi potrebbe essere invece in relazione dialettica.

E' questo il segno che si vuol dare all'8 marzo? Vogliamo davvero che prevalga una logica minoritaria e di divisione tra le donne? E' una scelta ovviamente possibile, legittima ed altrettanto elitaria.
Sarà il mio limite, ma non credo che ricominciare ogni volta da zero sia un risultato, così come non è un risultato negare tutte quelle donne che hanno popolato le piazze di questi anni, il 14 gennaio come il 24 novembre, e l'impegno delle tante che ogni giorno provano a parlare con le migranti e con le lavoratrici.
Ci sono occasioni nelle quali le strade possono dividersi: non c'è dubbio che questa volta sarà così. L'amarezza è che non ci si divide su idee e proposte ma sulla volontà di negare il percorso e l'impegno di altre.

Con la dolorosa convinzione che sia un passo indietro, vi faccio comunque i miei auguri
Susanna Camusso

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