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Per Enrico Giusti di Elda Guerra e Lia Amato

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Enrico se ne è andato. Enrico Giusti, ma per tutti e per tutte in Italia, come in Brasile e negli luoghi del mondo in cui ha portato il suo grande cuore e la sua straordinaria capacità di costruttore, solo Enrico.

Sì, costruttore, perché Enrico incessantemente costruiva: costruiva relazioni profonde di amicizia e solidarietà umana, costruiva luoghi di accoglienza, case, corsi e centri di formazione, progetti diversi per rendere meno dura la vita di ragazzi e ragazze, uomini e donne che portavano inscritta nei loro corpi e nelle loro esistenze l’ingiustizia sociale, la deprivazione materiale e culturale.

Da Bologna a Belo Horizonte, dalle 150 ore, alla Fiat brasiliana, agli innumerevoli progetti realizzati in ogni parte del Brasile e non solo, Enrico portava con sè la tenacia, il talento contrattuale, la chiarezza degli obiettivi da raggiungere. E per questo e su questo consumava la sua apparentemente inesauribile energia. Era un uomo concreto, ma sua la concretezza era parte di una visione del mondo e della politica, di una scelta compiuta in anni lontani: stare sempre dalla parte dei più deboli, senza deflettere, senza risparmiarsi con quella generosità rara, che ti faceva pensare che comunque Enrico ci sarebbe stato nei momenti difficili di ciascuno di noi. Era un uomo libero, nel senso profondo della parola. Del femminismo aveva compreso subito, fin dagli anni Settanta, la ricerca che le donne conducevano per una loro espressione autonoma. Senza tentennamenti, quando organizzammo il primo corso 150 ore per sole donne, lui ci sostenne e ci lasciò andare. Gesto davvero inusuale per i tempi. E ancora nel suo lavoro successivo, delle donne comprese le ferite profonde, la complessità dei percorsi di emancipazione, le differenze e le inuguaglianze: molti dei progetti da lui voluti portano questo segno.

Due anni fa, nel corso di un viaggio di studio, fummo con lui nella Casa das Meninas Gravidas, di Nova Iguaçù, agglomerato urbano della bassa fluminense , l’area più povera di Rio de Janeiro. In questa casa, realizzata attraverso un progetto, adolescenti incinte, ragazzine che appena possono essere madri, vengono accolte, seguite fino al parto, sostenute con i loro bambini fin dove è possibile con corsi di formazione e individuazione di percorsi di vita alternativi. E’ un esempio, tra i tanti possibili, delle opere di cui Enrico è stato, assieme ad altre donne e ad altri uomini, ideatore e, appunto, costruttore. Abbiamo voluto nominarlo, per richiamare – prima di tutto a noi stesse - la responsabilità dell’eredità che il grande amico ha lasciato.

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