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Voci dal dibattito intra-intergenerazionale tra femministe: il contributo di GenderAzione

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“FINALMENTE qualcuna che ha il coraggio di esprimere su carta e su un luogo prezioso per il femminismo un conflitto che non può più rimanere latente”. Questa è stata la prima cosa che abbiamo pensato quando abbiamo deciso di intervenire in questo dibattito.

Genderazione La seconda è stata: “ma allora non siamo sole come credevamo…”. Ciò che cerchiamo di raccontare in convegni ed incontri con altre donne non è frutto di un’elaborazione privata, ma è condiviso, condivisibile e soprattutto degno di confronto e scontro di idee.

Siamo un gruppo di donne che hanno scelto, per passione e voglia di conoscere la propria storia, di misurarsi col primo master di “studi di genere e politiche di pari opportunità” organizzato dall’Università di Bologna un paio di anni fa. Abbiamo successivamente intrapreso percorsi diversi, ma scelto di rimanere legate in un’associazione che abbiamo chiamato GENdERAZIONE.

Non è un caso che, fin dal nostro nome, proprio sul tema del confronto generazionale abbiamo speso parte del nostro tempo e delle nostre energie, avendo intuito subito che affrontando la questione della trasmissione del sapere, del potere e dell’autorevolezza fra le generazioni di donne concretamente si ridà voce, visibilità e forza alle donne stesse, soprattutto a quelle “invisibili”, cioè le più giovani.

Nessuna di noi ha mai pensato di “far fuori” o sminuire le generazioni di donne che ci hanno precedute, anche se ognuna di noi sa che il conflitto (sano) è la materia prima dell’evoluzione storica e che prima o poi bisogna “uccidere” i propri genitori, se non altro per crescere.

Siamo consapevoli che la nostra storia di donne è un fiume carsico che emerge e scompare, da una parte una storia nascosta, dall’altra una storia di battaglie piuttosto recenti.
È grazie a quel fiume, a quella storia che possiamo studiare, avere una laurea, far finta di misurarci tra pari nel mondo del lavoro coi colleghi maschi, agire consapevolmente la nostra sessualità e riproduzione. Sappiamo che è anche grazie alle nostre mamme e nonne (non tutte ovvio) se possiamo provare a vivere il nostro essere donne non come una condanna, ma invece, come una scelta libera e responsabile.

Detto questo, se noi riconosciamo grandi meriti alle altre, le altre generazioni di donne che cosa riconoscono al nostro lavoro? O meglio: che cosa ne sanno degli sviluppi delle loro battaglie e dei loro conflitti non su di sé, ma sulle proprie figlie e sulle proprie nipoti?

E ancora: è sufficiente crogiolarsi nelle conquiste attuate o sarebbe meglio verificare di volta in volta se quelle conquiste sono agibili anche dalle altre o meno? È importante difendere e dibattere di una storia, di un movimento, di battaglie realizzate quando quelle conquiste e quei diritti, sono stritolati dalle dinamiche socio –economiche in atto e sono inattuati DI FATTO? Come tentate di restare ferme quando il tapis roulant sotto i nostri piedi scorre vorticosamente?

Negli anni ‘50 un’intera generazione di americane si ribellò alla perfezione consegnatagli dal boom economico. Avevano tutto ciò che era stato insegnato loro fosse necessario per essere felici. Ma non lo erano. Avevano lavatrici, aspirapolveri, televisori, spesso anche lauree infilate nei cassetti. Ma non erano felici. Perché quegli oggetti avrebbero appagato la generazione delle loro mamme e non loro stesse. E in tutto questo, ovviamente, la generazione delle loro mamme non le capiva.

Questo ci insegna duramente la storia. Che ci siamo vestite (o ci hanno vestite le nostre mamme?) per il Gran Ballo della “parità” ed improvvisamente ci ritroviamo in mano una chiave inglese per arginare un’inondazione.

Chi siamo noi, invisibili donne trenta/quarantenni?
Siamo quelle di cui parla Lorena, ovviamente: annichilite nel presente, ricattate da una precarietà che cannibalizza tempo ed idee, sole e continuamente in competizione.
Ma siamo anche quelle che non vogliono ancora arrendersi, che fanno fatica a vivere, ma vorrebbero tenere tutto insieme, un lavoro dignitoso, la libertà di scegliere il tempo, la possibilità di costruire una relazione paritaria, la maternità.
Non si tratta di volere l’impossibile, si tratta di realizzare ciò che ci è stato insegnato, ciò che oggi fa parte della nostra identità.

Per la generazione delle nostre mamme lavorare era una scelta. Hanno, attraverso questo, affermato un modello diverso di donna, indipendente, autonomo. Avrebbero potuto non farlo, certo a prezzi altissimi per la propria autonomia e indipendenza. Tuttavia potevano scegliere.
Per noi questa non è più una scelta, ma una necessità. Irrinunciabile.

Abbiamo studiato, abbiamo invaso le università, abbiamo più titoli e specializzazioni dei nostri colleghi uomini, conosciamo spesso più lingue. Eppure siamo sempre lì. Precarie, sottopagate, vittime di un differenziale ormai accertato del 30%, sempre escluse dai luoghi di potere e di decisione.
Sappiamo come non rimanere incinte e vivere la nostra sessualità, scegliendo se e quando diventare madri. Eppure non lo decidiamo quasi mai: siamo il paese con uno dei più bassi tassi di natalità al mondo.
Cosa ce ne facciamo di diritti e conquiste che generano frustrazione e non libertà, capacità di costruire il proprio futuro?

Siamo consapevoli delle prime responsabilità (per lo più maschili) della nostra condizione di giovani generazioni precarie. Ma non vogliamo dimenticare le complicità diffuse (anche femminili) a questo status quo.

Sia chiaro: nessuna di noi intende confondere un potere (limitato, ma pur sempre di potere si tratta) delle femministe, con una tradizione maschile che ancora ci relega tutte quante a ruoli subalterni, di comparsa, “a fianco di”, se non per rarissime eccezioni che sempre più la nostra società tende a presentarci come dati diffusi.

E’ un paradosso o no continuare a dire “la prima differenza tra le persone non è né generazionale, di provenienza, di etnia o religiosa, ma di genere”, e ritrovarsi più vicine ad un coetaneo maschio che condivide il nostro senso di precarietà, piuttosto che con coloro che si sono battute per garantire alle donne futuri inimmaginabili solo 20 anni fa?

Le giovani donne ci sono: sono “tristi, deluse, amareggiate, frustrate, affaticate” ma non più invisibili.
Ci piacerebbe discuterne, prima ancora che col resto del mondo, proprio con le donne che fanno parte del fiume della nostra storia.
Già mesi fa abbiamo elaborato un progetto di incontri pubblici, a Bologna, sul tema del confronto generazionale, che in questi giorni abbiamo presentato alle istituzioni: ci auguriamo che il dibattito continui anche in quella sede, per non perdere un’occasione irrinunciabile per tutte.
Per chiunque volesse mettersi in contatto con noi Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. ?subject=Dibattito tra generazioni da Server Donne">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

GENdERAZIONE
Associazione di promozione sociale
Via Donizetti 9, 40141 Bologna
(Angela Bossone, Maria Antonietta Calasso, Giorgia Campana, Blagovesta Guetova, Simona Lembi ed Elena Maggio)

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file wordScarica la lettera di Lorena Melchiorre, ‘Impulsi matricidi’ (file word), pubblicata su Via Dogana n. 75.

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