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Risposta alla lettera di Lorena Melchiorre (da una donna oltre i 50) di Gioia Virgilio

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Scrivo questa risposta non a caldo e dopo aver riflettuto. La mia prima reazione dopo la lettura è stata di sgomento, ma poi rileggendola ho colto la provocazione che induce a pensare. Le parole di Lorena sono vere, espresse con molta efficacia e colpiscono nel segno anche se non tutto condivido.

Mi sono ricordata di questa estate, a Fiesole, dove ho frequentato per una settimana la scuola della Società italiana delle Storiche assieme a una settantina di donne (la maggior parte dai 25 ai 30, poche oltre i 40 anni). Lì veniva fuori lo stesso tono polemico di Lorena, la stessa acrimonia: le femministe storiche privilegiate le avevano abbandonate, non raccontavano la loro storia, si erano prese tutta la ricchezza e la felicità degli anni del femminismo senza lasciare traccia oppure non vivevano con coerenza rispetto ai principi del femminismo su cui ora si dibatte o addirittura si fanno le tesi. Già allora rimasi scossa e pensavo che delle mie ricche esperienze a loro (le giovani) non importasse: ma spesso mi chiedevano e allora, con un certo pudore, raccontavo temendo di essere invasiva o noiosa.
Ora ho capito che bisogna parlare, comunicare, affrontare i problemi dell’oggi assieme (vecchie e giovani) senza però omettere esperienze positive e negative. Credo che la cosa migliore sia sempre partire da sé (l’autocoscienza di allora, ma anche il metodo che alle donne viene naturale) e dalle relazioni positive che si riescono a costruire.

E allora comincio, stimolata dai punti di Lorena.
E’ vero, sono una privilegiata perché ho un posto fisso, sono professionalmente affermata, non ho problemi economici, posso permettermi il lusso di vivere da sola, ho vissuto con felicità le occasioni di liberazione sessuale senza la paura dell’aids, ho avuto il “colpo di fortuna” di usufruire di quel periodo ricco di ideali collettivi, di fermenti e di forte socialità (1968 e 1977) che ora non ci sono più.
Non è vero che sono “indifferente”. Con la mia generazione è cominciato il precariato, che ho vissuto per otto anni nella pubblica amministrazione e che quindi so cosa vuole dire in termini di ansia, frustrazione, insicurezza nel progettare il futuro, anche se, è vero che il mio precariato era meno pesante di quello attuale: eravamo 150 laureati/e a cui promettevano che prima o poi avrebbero bandito un concorso per assumerci, siamo stati un anno senza stipendio, dopo 8 anni siamo stati tutti assunti, e ora avremo una pensione.

Non sono indifferente al mondo che mi circonda: ho dovuto lottare per avere ogni cosa, una casa, un lavoro, un rapporto decente con gli uomini, contro la repressione in casa, per l’emancipazione, contro le idee correnti di donne che dovevano solo piacere ed essere accondiscendenti. Una cosa mi era chiara: non volevo fare la fine di donna sottomessa di mia madre (casalinga) che invece mi ha spinta verso l’emancipazione e l’indipendenza economica.
Meno male che i “meriti e le capacità personali” ci sono riconosciuti da Lorena, anche perché non tutte le donne di allora, mie coetanee, pur essendo la “congiuntura socio economica favorevole” rifiutavano comode scelte di conformismo, abbracciavano e praticavano il femminismo, il lavoro in competizione con gli uomini, che richiedevano scelte di coraggio, di passione e di fatica, proprio perché nuove, tutte da inventare e sperimentare sulla propria pelle. Ricordo le liti furibonde con gli uomini e i massacri con le femministe nei gruppi, dove però ho acquisito forza e consapevolezza. Ma ho anche subito l’ideologia del momento: il mio primo gruppo femminista era “contro la maternità”, perché volevamo reagire allo stereotipo della casalinga e della maternità come scelta obbligata dalla natura, ho messo tutte le mie energie nella professione per conquistare l’indipendenza e la gratificazione professionale e ho rinunciato, come altre delle mia generazione, a fare dei figli. Riconosco che oggi le trentenni rivendicano il giusto diritto di fare dei figli, li vogliono fare anche se “non possono perché altrimenti perdono il lavoro”.

Non sono indifferente. Non mi va bene il mondo di oggi (competitivo, stressante, piatto ed egoista, basato solo sul potere economico) e mi fa male la sofferenza di chi non ha i miei vantaggi. Il lavoro fisso può rendere passive, se non si fanno sforzi creativi continui, può “impantanare nella noiosa coazione a ripetere del quotidiano”. A cinquanta anni non ti assume più nessuno, a meno che non sfrutti il mondo di conoscenze e relazioni che già hai sviluppato nei precedenti lavori e questo è male perché togli il lavoro alle giovani. Le baby pensionate sono state “furbe”, ma ne conosco alcune che hanno pensioni da fame e che, se non ricche, devono inventarsi dei lavori, supplicare come le giovani.
Non sono poche le cose che ci accomunano: l’insofferenza ai modelli patriarcali dove le donne sono ancora considerate un oggetto (vedi la pubblicità o il tipo di donna proposto dai media), o sono ridotte a una “questione femminile” o non sono ascoltate come voci differenti (nei luoghi di potere, se ci arrivano). In più, come gli uomini, siamo sottoposte all’incubo dei disastri ambientali, alle nuove malattie o ai rischi delle guerre. E allora diamoci forza, facciamo insieme ancora una volta autocoscienza se può servire a superare le acrimonie, ma soprattutto costruiamo relazioni per migliorare insieme la società. C’è bisogno di confronto fra generazioni diverse, superando la contrapposizione, voluta dalla società liberista e dal patriarcato (vecchie e giovani, native e migranti, religiose e non, lavoratrici fisse e precarie) che può essere una trappola contro il cambiamento.

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file wordScarica la lettera di Lorena Melchiorre, ‘Impulsi matricidi’ (file word), pubblicata su Via Dogana n. 75.

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