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L'ultimo libro di Rosi Braidotti. Una sintetica enciclopedia utile per il tempo presente - di Maria Paola Patuelli

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Non so se esistano, leggibili nella nostra lingua, libri come questo ultimo di Rosi Braidotti, Per una politica affermativa. Itinerari etici (Mimesis 2017). Questo lavoro ha una sua originale caratteristica. Lo considero una utile enciclopedia, che va molto oltre il titolo, che parla di politica e di etica. È bello e raro vedere questi due concetti correlati, concetti che il logos occidentale ha tenuto distinti. Anzi, ha interpretato come opposti, spesso irridendo uno dei due, l’etica. O disprezzando la politica, a vantaggio dell’etica. Quale etica? Di volta in volta la propria, naturalmente. Ovvio - si può pensare - dato che dualismi di ogni genere hanno pervaso millenni di immaginario. In realtà, il lavoro di Rosi, oltre che di epistemologia filosofica - un chiaro monismo materialista ma non meccanicista - si occupa con sguardo unitario anche di fisica, di biologia, di etologia. La prima parte – Bellezza dissonante e pratiche trasformative – studia e interpreta pratiche politiche, culturali e artistiche dei femminismi recenti. La seconda – Passione politica e etica sostenibile – ci colloca nel caos del nostro tempo, visto non negativamente, ma come occasione di libertà, e di coscienza critica da aggiornare. Non solo gli umani abitano la terra. Anche le macchine - da non prendere sottogamba - e i viventi non umani abitano la terra. Collante di tutto, il corpo. Ci danno forza filosofie materialiste, del passato, come quella di Spinoza, e del presente, con Donna Haraway. E figure “nuove”, le cattive irriverenti ragazze e le attiviste antirazziste e antispeciste.

Il discorso di Rosi è unitario e sintetico. È un aiuto alla nostra lettura, un rispetto anche per chi specialista di discorsi filosofici non è. Parlare e scrivere per chiarire, spiegare, per intenderci in tante e tanti. Se si propongono nuovi itinerari di resistenza – tema centrale nell’etica politica di Braidotti - è opportuno sperare di percorrerli in buon numero, visto che di speranza e di futuro Rosi ci parla. E - soprattutto nella prima parte del libro - Rosi ce ne parla in modo chiaro e diretto. Un vademecum ontologico per resistere con gioia. Con alcuni esempi tratti dall’arte, anche performativa. Le Pussy Riot, una irruzione nell’arte da parte di cattive ragazze, appunto. Arrabbiate con gioia resistente e un certo “disprezzo” per i mondi ordinati e ipocriti. Con gioia aggressiva ma non violenta. Vi seppelliremo con una risata, motto amato, anche in passato, da resistenti in cerca di strade non violente.

Gioia, parola inusuale nella filosofia classica e contemporanea. Poche le eccezioni, prima di Spinoza. Nel lontano passato Epicuro - per il quale ho sentimenti di amicizia, oltre che di ammirazione filosofica - che ci diede un’etica, ma non una politica. Almeno nelle sue intenzioni non c’era la politica. Ma il suo giardino è, forse, una proposta politica valida per una contemporaneità che non può non accogliere complessità, differenze, sobrietà non consumistica. Se vogliamo essere contemporanee/i in modo degno. Il giardino di Epicuro potrebbe essere un esempio per il presente, da diffondere per vie rizomatose e nuove tessiture politiche e relazionali, quelle auspicate da Rosi per chi vuole resistere. In realtà, si stanno diffondendo pratiche non lontane dal giardino di Epicuro, che accoglieva tutte le scombinanti differenze del tempo, donne e schiavi accanto a uomini liberi. Inaudito. Ci vorrebbero cartografie analitiche e ci accorgeremmo che non sono poche le pratiche nuove in corso. Essere felicemente plurali senza il dito alzato giudicante, e con sobrietà felice. Senza pretendere da noi troppo, accettando i limiti - altro tema al centro della riflessione di Rosi - non solo i nostri, e tenendo alla larga paure. Epicuro, condannato per millenni ad un disprezzo universale. Ma è morto ridendo. Ditemi se è poco.

Sempre a proposito dei pochi gioiosi precedenti, anche Francesco, il primo, è stato un resistente con gioia e letizia. La sua perfetta letizia era non perderla mai, neppure di fronte al più odioso dei suoi frati, per non parlare d’altro. Per Francesco, il primo, sorella morte è non meno sorella dell’acqua, degli animali e di tutti gli elementi. Francesco, uno spinoziano inconsapevole ante litteram, che diede una lettura molto monistica del mondo. La sua fu una resistenza non oppositiva, di quelle auspicate dal pensiero politico di Rosi. Andò avanti per la sua strada, riuscendo a “durare”, direbbe Rosi.

Spinoza, altro filosofo per il quale sento amicizia. Invitava a una resistenza gioiosa che rendeva chiara nel suo significato etico e politico soprattutto con l’esempio concreto della vita che conduceva. Non so se si possa parlare di gioia, per Spinoza. Sicuramente di calma serena. Anche quello di Spinoza è stato un attivismo continuo. Filosofare con gli amici, scrivere, pubblicare, lavorare per vivere, respingere lusinghe e poteri. Un attivismo continuo. Senza nascondere - Rosi lo dice in modo radicale, quasi brutale - quanto possa essere doloroso. Sentire parlare in positivo di attivismo – e Rosi lo fa - è stato per me un balsamo. Ho dovuto spesso, nella vita, allontanare il disprezzo di chi si rivolgeva a me dicendomi che ero troppo attivista, e che dovevo darmi una calmata, tanto nulla serve, nulla vale. Cinismo, nichilismo, disprezzo per il mondo, valgo solo io, soggetto unico ed eccezionale. Di tutto il resto cosa mi importa. Tutt’al più mi importano i miei sodali. Qualunque cosa faccia oltre questo piccolo recinto - pensano i non pochi nichilisti, anche donne, a noi contemporanee/i - è comunque inutile e non tocca neppure un millimetro di mondo. Una vulgata corrente e, per noi attiviste e attivisti, non facile da sopportare.

Cerco di comprendere e non condanno. In ogni caso non alzo la voce, pur senza negare il conflitto. Seguo la grande lezione di Spinoza, che ho trovato ben presente anche in un recente lavoro di due uomini, uno storico, Paul Ginsborg, e un filosofo, Sergio Labate, nel loro recente Passioni e politica. Il neo liberismo – dicono – governa non solo l’economia ma anche le passioni. Nel consumo, nel tempo libero, nel culto del narcisismo, persino nella vita politica. Nella sfera politica è utile – dice Ginsborg – distinguere fra passioni senza legami - narcisismi favoriti dall’individualismo neoliberista - e passioni comuni. La rinascita della democrazia passa – se rinascita potrà esserci – anche per una nuova affettività e nuove passioni. Inoltre – inusuale – Ginsborg e Labate rendono esplicito il loro debito nei confronti del femminismo. Il femminismo ci ha insegnato che le passioni sono culturali, relazionali e storicamente fondate. Linguaggio, corpi, relazioni, conflitti. Conflitti violenti e discussioni ardenti e non violente non sono la stessa cosa, ci dice Sergio Labate. Sembra chiaro – ma lo è e per quante e quanti lo è? – che solo le seconde fanno bene alla politica. Vedo un nesso interessante fra il lavoro di Ginsborg e Labate e quello di Rosi Braidotti.

Anche la filosofia di Rosi - non nasconde i suoi debiti verso Spinoza, in parte Foucault, Deleuze e molto pensiero politico femminista a lei contemporaneo - di fronte alla complessità che ci circonda, in ogni parte del mondo, ci parla di una vera e propria urgenza. In primo luogo, va elaborata una visione post-unitaria del soggetto che ognuna/o di noi è. Sono donna? Non solo. Sono bianca? Non solo. Sono eterosessuale? Non solo. Dove e quando sono nata? E così via. Sono sempre la stessa fin dall’inizio? Speriamo di no. Ci vuole un nuovo immaginario, oltre l’umanesimo antropocentrico, statico, fondato sul logos e che dimentica il corpo e tutto il resto.

Una mia veloce riflessione, che inserisco criticamente all’interno del sospetto di Rosi, fondato, nei confronti della cultura umanistica. La cultura umanistica non è stata tutta platonica e antropocentrica. Ha riscoperto Epicuro e Lucrezio. Cusano ci ha parlato di universo infinito e di coincidentia oppositorum. Il frutto a mio avviso più maturo della cultura umanistica è Montaigne, antropologo, che disse “cultura seconda natura”, ed era anche animalista. Altro che soggetto unico, eccezionale, creatura principe dell’Universo.

Dice Rosi. “Cambiare un immaginario non è come gettar via vestiti usati, piuttosto è come scrollarsi di dosso una vecchia pelle”. Sarà dura. Sarà più difficile del passaggio dal geocentrismo all’eliocentrismo. Per chi, come me, trova difficile anche gettar via vestiti usati, cambiare consapevolmente pelle, fatta di sette strati – se ben ricordo –, è una impresa quasi titanica, soprattutto se non si ha la intelligenza potente – nel senso di potenza e non di potere, come Deleuze e Rosi ci insegnano – di Spinoza. Avevo superato l’età che aveva Spinoza al momento della sua morte quando ho cominciato, anche con l’aiuto di Soggetto nomade di Rosi Braidotti, a scrollarmi di dosso la prima pelle. Ricordo però, a dire il vero, che il primo strato di pelle strappato lo debbo a Lea Melandri, con il suo Come nasce il sogno d’amore. Mi ha aiutato a scoprire l’illusorietà dell’amore che fonde due in uno, della passione d’amore che tutto cancella, della perdita di sé, malattia di molte donne, per l’amante, il figlio, il sogno.

Dire che procedere su questa strada decostruttiva è stato ed è doloroso, è dir poco, e non sono ancora arrivata alla settima pelle. Per una politica affermativa. Itinerari etici dà una grossa mano in questa direzione, come Soggetto nomade a suo tempo. Il fatto è che per me non si è trattato di scrollare - come si potrebbe fare con un cencio impolverato -, si è trattato di strappare. Con dolore. Trascendere le passioni quasi sempre tristi dei soggetti non nomadi, ma ben incardinati in identità indiscutibili e certe, è impresa ardua, e Rosi non lo nasconde. Cercare la gioia, anziché il sacrificio, e senza sensi di colpa. Meglio tardi che mai. E se dimentico il mondo, che ha bisogno di me? Anche se lo dimentico - sarà difficile - darò una mano più efficace al mondo se non sono – troppo – infelice. Non troppo infelice, e senza porsi in anticipo confini. Non è poco, per una donna della mia generazione, con più di un lutto in corso di faticosa elaborazione. Mi accorgo, con queste mie personali riflessioni, che le pagine di Rosi ancora una volta hanno per me efficacia terapeutica. Perché ci addestra ad un continuo pensare e interrogarci. Per decostruire. Che cosa? Quasi tutto. Quasi tutto il passato. Decostruire non è negare, disprezzare, è soprattutto conoscere criticamente, potenziare la propria coscienza.

Cosa si tratta di scrollare, di strappare, di erodere, di “smascherare”? Qualche millennio di filosofia, di politica, di poteri, con l’infinito corredo di dualismi oppositivi, di oppressioni, di imposizioni, nella superficie del mondo, presentata come cosmo. E, sotto la superficie, magmi incandescenti, vite oppresse e negate. Basta leggere non solo la poesia, ma anche la filosofia e soprattutto le lettere di Giacomo Leopardi per avvertire quanto il cosmo crudele della sua famiglia, e di sua madre, negasse il suo corpo e il suo desiderio di bellezza, di felicità, di libertà. Se avesse potuto leggere Rosi Braidotti, Leopardi avrebbe meglio compreso come l’origine della sua malattia sia stato non lo studio “matto e disperatissimo”, ma il cosmo ordinato che la sua famiglia gli impose. Perché Rosi ci parla anche di malattia, di corpi sofferenti, da ascoltare e conoscere. Per stare meglio, se non per guarire. L’individualismo neoliberista sta torturando i nostri corpi, tutt’uno con la nostra psiche. Con desideri consumistici da rincorrere, raggiungere, costi quel che costi. Ansie, insoddisfazioni, anomie, dentro il guscio individualistico, che ci illude sulle nostre infinite possibilità. Le nostre possibilità sono assai finite e limitate. Ma, se prestiamo attenzione, non siamo sole e soli. Siamo tutte e tutti nella stessa barca, dice Rosi sorridendo. Rosi ha il pregio di mantenere la sua forte e sobria ironia anche in pagine dense e non facili.

Aggiungo una breve riflessione sulla critica di Rosi e del femminismo all’universalismo. Critica che ha molte buone ragioni laddove si fa astratta uguaglianza. Ho in mente però un saggio della cara Anna Rossi-Doria, Una certa idea di uguaglianza. È l’uguaglianza faticosamente raggiunta - ancora assai incompleta - dei diritti umani che affermano la pari dignità di tutte le differenze, come recita il bellissimo art.3 della nostra Costituzione. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza - in quegli anni ancora si pensava che le razze ci fossero -, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Ci volle la sconfitta del nazifascismo per scrivere con chiarezza queste parole. Ora è compito del presente interpretare e procedere nella direzione allora intrapresa. Altre sono le differenze da nominare e da riconoscere, altri e nuovi sono gli ostacoli da rimuovere, viventi da rispettare, avendo a cuore una certa idea di uguaglianza, lontana dagli astratti universalismi.

La montagna è alta e scoscesa. Ma è scalabile. Vediamo di attrezzarci, con il pensiero e con la politica che resiste. Una raccomandazione di Hannah Arendt. Diffidare della filosofia. Ne ha combinate di tutti i colori, aggiungo, senza tema di smentita. Subito dopo, però, Hannah aggiunse. Ma come faremmo senza di lei?

Rosi è sulla stessa lunghezza d’onda. Diffidare della filosofia, ma filosofare senza posa.

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