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Dignità e prospettive di futuro per le donne richiedenti protezione internazionale - di Gabriella Cappelletti

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Il resoconto di Gabriella Cappelletti sull'esperienza personale e collettiva, con l'Associazione Orlando, all'interno del progetto BolognaAccoglie, o meglio nella ‘cura’ delle bambine, per caso solo femmine, che venivano con le madri, a lezione d’italiano presso il Centro delle Donne.

Poesia 1

Quest’anno nuovi muri
pietra su pietra e filo e spine
avvolgenti spirali fumanti
sudari come messaggi
da interpretare e tradurre
cambiando pelle attraverso il fuoco
bruciando squame e squame
respirando antichi e nuovi
cataclismi ormai quotidiani

preparare a volte la fuga
vestirsi di pazienza
aprire il cuore a una speranza
anche se misera e sempre
attraversare il fuoco
senza splendore
in un baleno di antichi
e nuovi cataclismi
ormai quotidiani.

Poesia 2

ancora tracce d’argento
ma non posso dimenticare
che questo mare trascina
morti verso il fondo,
verso le rive, corpi stanchi
di fame di catene
questo mare vecchio
come potrà dimenticare
incontrando il tremito
di corpi incatenati oscuri
nelle galere dei negrieri
oggi come ieri
questo mare vecchio
ricoperto d’argento
ancora e ancora

Gabriella Cappelletti

Dignità e prospettive di futuro per le donne richiedenti protezione internazionale

Ero a Samos nella seconda metà di luglio del 2015. Davanti alla sede della polizia di Vathi ogni mattina vedevo una decina di emigranti, non di più, seduti pazientemente in attesa. In attesa di un documento, di un permesso? In giro poi non si vedevano, oppure erano irriconoscibili, tutti maschi, tutti giovani, in mezzo agli altri abitanti. Solo un mese dopo scattava la grande fuga delle famiglie, donne e bambini, soprattutto.
Scene drammatiche, naufragi in mare, campi di profughi a dir poco vergognosi, diventati tristemente famosi. Lontana ormai da quelle nuove rotte di flussi di emigranti,ma sempre in Grecia, mi chiedevo cosa potevo fare, quali organizzazioni di volontariato contattare. Ma ne usciva solo qualche poesia; e qualche indirizzo di Atene, pur sempre prezioso.

Solo dopo essere tornata a Bologna, ancora una volta con Orlando, sono stata coinvolta direttamente, anche se solo per due mesi, nel progetto BolognaAccoglie, o meglio nella ‘cura’ delle bambine, per caso solo femmine, che venivano con le madri, a lezione d’italiano presso il Centro delle Donne.
Il mio primo giorno piove, Latifa e Beauty non vengono, e dunque niente bambine, mi sento un po' delusa. Poi conosco finalmente Galia ed Elisabeth, figlie rispettivamente di Latifa e Beauty, caratteri agli antipodi. Quando c’è Galia l’impegno è totale, lei corre, nota, osserva, tocca, tira, strappa, chiede, ride, mangia, sfoglia libri, non ha un minuto di sosta; capisce ben presto alcune parole: ‘prendi, dammi’; è curiosa di tutto e disponibile ad andare dovunque e con chiunque, almeno per qualche attimo. A me sembra molto più grande e matura dell’anno che ha appena compiuto.
Chiedo a Latifa se posso fotografarla: nessun problema, ne sembra quasi contenta. Siamo molto spesso in giardino, mentre Elisabeth sta attaccata alla mamma e io non riesco in un primo momento nemmeno ad attirare la sua attenzione. Entrambe mi sembrano tristi, ma stranamente le cose cambiano dopo che Beauty è stata in ospedale. Ritorna sorridente e anche Elisabeth piange meno, sembra più serena, forse dipende dalla sua totale empatia con la madre. Mi dicono che Raffaella riesce a prenderla in braccio, io non ce la farò. Eppure saranno le piccole, penso, a fare quel salto così difficile per le madri, a superare quella specie di ‘abisso’ fra noi e loro.
Mi manca un po' la conoscenza delle loro storie, ma non mi sento autorizzata a chiedere. Ci dicono che vorrebbero trovare un lavoro. Ma come? Noi ci sentiamo impotenti come loro.

L’immagine che più mi è tornata in mente in tutti questi mesi, con l’incalzare di eventi che ci lasciano senza parole, e pure con la necessità di trovare parole nuove, è quella dell’uccello che porta nel becco una goccia d’acqua per estinguere l’incendio. Bisogni enormi, forze inadeguate, tuttavia non è un’immagine scoraggiante, ho l’impressione che tante di noi siano impegnate a portare gocce e manciate d’acqua contro questo incendio che l’Europa ha contribuito a creare e contro il quale si arrocca costruendo muri.

Diverse erano le sensazioni e anche il mio impegno nei primi anni di ‘Visitare luoghi difficili’, pur sentendoci dopo i fallimenti di Oslo e la guerra nella ex Jugoslavia come “vasi di coccio in mezzo vasi di ferro”. Molte speranze sono andate scemando, come ritrovarle? Eppure eravamo riuscite a dare forza alle voci di pace più deboli. Un grande lavoro che tuttavia non ha dato frutti sufficienti a cambiare questa deriva violenta. E ora? Un grazie a tutte quelle/i che non demordono.

Gabriella Cappelletti
Leggi anche Dignità e prospettive di futuro per le donne richiedenti protezione internazionale. Un’esperienza personale e di gruppo - di Raffaella Lamberti

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