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Dignità e prospettive di futuro per le donne richiedenti protezione internazionale. Un’esperienza personale e di gruppo - di Raffaella Lamberti

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La cosa si avvia lentamente nell’ottobre 2015, grazie ad un’amica che, disponendo di uno spazio autonomo nella casa dove vive con il marito, vorrebbe ospitare una madre e un bimbo/a in fuga e chiede consiglio. Entrambe abbiamo alle spalle l’estate 2015 e le immagini dei nuovi profughi che essa ha portato con sé. Guernica nell’Egeo, Javcho Davoc, disegnatore bulgaro, 2015 Per rispondere ad Antonella A., mi rivolgo all’amico Dino Cocchianella e chiedo cosa si muova in Comune. Dino m’ispira fiducia per averlo conosciuto in altre reti di amicizia; peraltro, è a capo dell’Istituzione per l'inclusione sociale e comunitaria don Paolo Serra Zanetti nata per innovare i servizi sociali comunali. “Al momento, dice, non si muove nulla, ma ci sono scambi tra Comune e Prefettura per affrontare il problema”. Non gli ho parlato a titolo personale, ho nominato il gruppo “mondialità” di Orlando non sapendo ancora come ci orienteremo. Dino fa supporre un futuro intervento del Comune che, se ce ne fossero le circostanze, noi vorremmo rivolgere a donne. Quando parla di formazione gli nomino subito Fernanda M., sicura che la sua competenza nell’insegnamento della lingua 2.a, che decanto insieme ai riconoscimenti che le ha portato, sarà una carta eccellente. Al nuovo incontro Fernanda c’è, io assisto. Nel novembre 2015 esce un bando, anzi un “Avviso pubblico” dal titolo chilometrico per co-progettare e realizzare attività volontarie finalizzate all’integrazione di “persone inserite nell’ambito di programmi governativi di accoglienza per richiedenti protezione internazionale”. Concorriamo; Ferdy ed io formuliamo la proposta di un’attività rivolta a donne che, a valutazione conclusa, si troverà in cima alla graduatoria con quella dei frati dell’Antoniano. Divertente accoppiata.

Prendiamo parte al progetto BolognAccoglie, tale è il suo nome, perché condividiamo l’idea che sia giusto se non addirittura buono impegnarci nella relazione umana con altre/i che i conflitti e le violenze ideali, religiose, politiche, sociali, economiche e climatiche del presente rendono “profughi”. Uso il termine che mi è noto dalla prima infanzia e che nel 1947 Hannah Arendt utilizzava per sé parlando della sua condizione di donna senza casa e paese a causa del nazismo. È termine adeguato alle future corsiste che conosceremo? Si tratta invece di emigranti? Non sembrano, non sono tutte uguali. Loro, quando arrivano per avere scelto il nostro programma, sono Rosaline A. e Natalie K., ivoriane; Beauty F. e Linda I., nigeriane; Latifa S., ganese. Non sappiamo ciò che hanno alle spalle e poco o niente sapremo alla fine del corso. Uno stage per alcune presso il nostro centro/biblioteca concluderà l’esperienza.

Dall’inizio decido che non insegnerò; “spatozzerò”, cioè baderò bambine e ragazzine che non so perché mi viene da chiamare “patozze”, “regazole”, come si dice nel dialetto che capisco bene, parlo poco, raramente vi ricorro. Come me farà Gabriella C. che, in Italia sul momento, si divide tra Austria e Bologna. La cosa, tenere le bambine, risulterà facile con una delle due che le madri si portano appresso, Galia figlia di Latifa, che comincerà a camminare alla fine del corso; più difficile con l’altra, Elizabeth che a stento si stacca dalla madre, Beauty. Hanno occhi bellissimi ambedue e su per giù la stessa età: devono compiere il primo anno. Tenerle in braccio provoca sensazioni piacevoli e, nonostante due lingue di separazione, le madri parlano o l’inglese o il francese, toccare, saltare, ascoltare cantilene è alla portata del loro riso. Con Galia, che la mamma porta quasi sempre, si gioca a nascondino; quando poi cominciamo ad andare nel giardinetto attorno al Centro donne con o senza passeggino, segue i movimenti dei cani e quelli dei ragazzi che giocano a ping-pong con gridolini e scosse energiche perché io scuota i rami degli alberi a portata delle mie braccia alzate. Piano, piano, verso la fine delle “lezioni” Elizabeth si lascia staccare dalla madre che la tiene legata al suo corpo grazie a un pagne, la fascia in cui è avvolta secondo l’uso africano. Quando viene in braccio e la porto fuori, con lei resto a portata della finestra dall’esterno della quale si vede il tavolo di studio delle madri. All’inizio non mi allontano dal giardinetto Lavinia Fontana nemmeno con Galia; poi andiamo verso altri giardini del quartiere. Solo divieto: sostare, prendersela comoda. Elizabeth non solo è timorosa di affidarsi a un’estranea, non ha un passeggino, lo riceverà da una di noi, Rita A., con grande conforto di Beauty.

È curioso come ci abbia dato immediato sollievo una piccola iniziativa come quella che vengo descrivendo. Ci sentiamo utili; lo stato d’animo è condiviso dalle 8 che siamo: Rita A., Gabriella C., Lucia F., Elda G., Raffaella L., Fernanda M., Giovanna T., Patrizia V.. Circostanze nuove, vale a dire l’esodo di esseri umani verso l’area del Mediterraneo e l’Europa, e il desiderio di contribuire ad accogliere donne in fuga da situazioni che ne minacciano sopravvivenza e vita dignitosa, spingono Orlando sia a dedicare un seminario coordinato da Elda G., "1915-2015. Corpi in fuga dalle guerre. Riflessioni di donne” (dicembre 2015), in risposta all’urgenza di capire cosa accade negli scenari geopolitici che muovono gli esodi, sia a formulare la proposta progettuale “Dignità e prospettive di futuro per le donne richiedenti protezione internazionale” (novembre 2015) in risposta all’Avviso pubblico del Comune. Nel dicembre 2015 il Comune organizza tre incontri di co-progettazione di associazioni ed ONG in un luogo appropriato: il Centro Interculturale "Massimo Zonarelli”. Vi abbiamo preso parte Rita A., Milena S. ed io, trovando che l’organizzazione usava schemi attuali: disposizione circolare dei soggetti coinvolti, informazioni essenziali dal centro e tavoli con piccoli gruppi di lavoro. Un dato bizzarro: quando ho suggerito l’approccio di genere, pareva che tutti i presenti si ritenessero esperti in materia; il che di solito non corrisponde al vero. Certo, gli incontri sono serviti a farsi un’idea di quanti e quali fossero coloro che intendevano mettere a disposizione volontariato per i/le “rifugiate” anche se i nostri partner nel progetto, GIUdIT (Giuriste di Italia) e Terres des Hommes, li conoscevamo da anni. Hanno consentito, poi, di conoscere le collaboratrici/collaboratori dell’Istituzione per l'inclusione sociale e comunitaria e gli Enti gestori, “Mondo Donna” e “Camelot”, le strutture che ospitano le 5 donne che in seguito avrebbero frequentato il corso Orlando. Non nego che ci ho messo più di tre incontri a capire l’architettura istituzionale della cosa, ma i mezzi necessari a muoverci li abbiamo acquisiti.

Il nostro programma ha intenzioni più generali, include un ciclo di seminari tematici aperto a operatrici e operatori delle altre associazioni ancora da terminare e workshop. Seminari, workshop e stage costituiscono eventi essenziali e hanno coinvolto altre Orlando, come Giancarla M. per lo stage in biblioteca o Giovanna G. per quello riferito alle iniziative pubbliche dell’associazione. Non li ho seguiti tutti, ma uno, quello sul “trauma”, lo ho trovato mirabile. Lo hanno tenuto insieme Maria Chiara R, Piera S., Patrizia V. partendo dall’analisi dalla relazione/trattamento da stabilire a fronte di traumi personali per giungere al ruolo dei traumi collettivi verso le comunità e le/i singoli. Le amiche hanno esperienze professionali e umane forti sul campo. Per questo e a partire da qui mi è venuto in mente di chiedere a ciascuna di noi coinvolte di scrivere una memoria personale, come questa mia, quale base utile a riflettere su come vorremo dare seguito alla prima esperienza. Perché unanime è l’intenzione di proseguire è a questo punto che si inserisce qualche considerazione personale. Al piccolo effetto di felicità legato alla scelta di conoscere profughe, si è aggiunto infatti l’avere vissuto senza screzi e disagi nel gruppo Orlando che siamo, scoprendo saperi e disposizioni delle amiche che ignoravo. Dono prezioso, il loro.

Thinking on  you,  istallazione, Alketa Xhafa-Mripa, Stadio di Pristina agosto 2015Orlando cominciò a “visitare luoghi difficili” nel 1986, conoscendo a Sabra-Chatila i campi profughi palestinesi in Libano; cogliendo immediatamente, in quegli scambi diretti, diversità e somiglianze tra i traumi subiti da donne rispetto a quelli subiti da uomini. Né potrei dimenticare ciò che ascoltai a Zagabria da donne bosniache di ceti e studi differenti, una giudice e una casalinga ad esempio, violate e ammassate, poi, nel campo di ingravidamento di Prijedor con le riflessioni e la scrittura che ne conseguirono. Tantomeno potrei scordare quello che mi sentii dire a Tuzla, molto prima del genocidio di Srebrenica, da Irfanka P., che sarebbe divenuta operatrice del centro della città per donne e bambini Amica: “Credi che per una madre non poter dare da mangiare ai propri figli – in Bosnia abbiamo incontrato persone davvero affamate – sia una violenza minore di subire uno stupro?”

Più tardi, mentre avveniva l’esodo di massa di donne, vecchi e bambini dal Cossovo verso l’Albania per l’invadenza serba e la guerra NATO, eravamo in varie città albanesi e l’istallazione “Thinking on you”, realizzata nello stadio di Pristina nel 2015 in memoria delle cossovare violate attraverso la raccolta di 5000 abiti usati, mi ha rammentato quante scarpe e ciabatte malridotte di ogni foggia e misura vidi nello stadio di Tirana dove erano stati raccolti in un primo momento quei profughi. Mesi dopo, tra 1999 e 2000, ottenevamo il finanziamento al progetto “Dignità delle donne, dignità del Cossovo” che ci avrebbe portate in tanti luoghi kosovari. Non è un caso, quindi, se il 20 gennaio 2016, al Centro Donne, si è tenuto l’incontro ‘Pensando a te. Attualità della vicenda Kosovo contro la violenza alle donne nelle guerre e nelle migrazioni’, che, organizzato dal Consiglio Nazionale delle Sopravvissute alla Violenza Sessuale nella Guerra 1998-99 e da Orlando, ha mostrato il documentario sull’istallazione con la sua curatrice Anna Di Lellio, docente alla New York University, Vjosa Dobruna, storica amica ora Ambasciatrice del Kosovo in Olanda, di Feride Rushiti, Direttrice del Centro per la Riabilitazione delle Vittime della Tortura in Kosovo, di Simona Lembi, Presidente del Consiglio Comunale di Bologna e altre. Cerchi concentrici che si allargano ad abbracciare anni e anni di presenza transnazionale di Orlando.

Forse proverò a insegnare in un futuro corso di BolognAccoglie? Ho saccheggiato due librerie, benché di libri in tema ne avessi tanti. Sicuramente la faccenda dei troppi libri dipende dal corso universitario di genere di etica e politica che negli ultimi due anni ha titolo Corpi, guerre, migrazioni nell’età della tecno scienza. Scenari di guerra e pratiche di pace: lo conduciamo Carla Faralli ed io. Ma ha a che fare anche con l’esperienza di cui parlo. Il gruppo Mondialità la racconterà all’università contribuendo alla cognizione degli spostamenti di gruppi di esseri umani che per coazione, bisogno, desiderio e speranza lasciano il paese d’origine in Africa e Asia per giungere alle nostre coste e in Europa tra rifiuto e accoglienza. Spostamenti spesso esito di scenari di guerra e di terrore che, a partire da Siria e Irak, s’irradiano dal Nord Africa al Levante all’Europa. Occorre saperne, capirne di più e non solo sapere che non si arresteranno.

Giovedì 23 Giugno, il gruppetto si è visto e ho detto le mie perplessità sull’esperienza. Avevo cominciato a farlo nel workshop sul “genere” che ho tenuto senza pubblicizzarlo. Non richiesta da nessuna, ho azzerato di colpo una lunga competenza e pratica di formatrice: capivo che gli scenari attuali sono ignoti ed ero conscia del fatto che in passato non ho insegnato la lingua se non a bambini della mia e di altre famiglie. Tuttavia, per quanto fosse difficile farlo davanti a vicende imprecedute, ci è mancata la ricerca sul contesto di origine e sulle vite delle nostre corsiste, quindi non si è creata una cura adeguata della relazione (non tutte siamo incluse in un’osservazione che riguarda me per prima). La discussione è stata ispirata da reciproca fiducia, la lingua, mi è stato ripetuto, è bisogno primario e la relazione s’intreccia al suo apprendimento. Essendo chiaro che non propongo politiche dei due tempi, prima la relazione poi la didattica, le risposte non sono soddisfacenti. Confido in quanto ciascuna ruminerà immaginando il futuro nel periodo di pausa. Fernanda ha parlato di un libro uscito da poco in cui si parla d’insegnare la lingua nelle circostanze in cui ci troviamo. Suppongo che lo leggeremo e discuteremo al Centro come reattivo. Ma la lingua non è il solo asse da fissare.

Banksy , Buon Natale. Giuseppe e Maria giungono a BetlemmeBallon Girl, ciclo dipinto sul muro di Israele (2008?)

Una qualità che, nei luoghi richiamati, si attribuiva alle “italiane”, che spesso arrivavano con meno soldi di donne di altre regioni europee, quali la Germania o la Francia, era di mirare a stabilire relazioni di reciprocità tra gli asimmetrici soggetti coinvolti e di dare centralità alla relazione. Oggi, sabato 25 giugno, ci vedremo, chi può, al Velodromo con l’insieme di BolognAccoglie. Speriamo che ci siano Beauty, Latifa, Linda, Natalie, Rosaline, o almeno qualcuna tra loro per provare a scavalcare muri che esistono e agiscono. Giorni dopo: Lucia, Rita ed io eravamo al Parco Velodromo di via Orione con Inti Bertocchi, braccio destro di Dino C., invitate, come ogni associazione di BolognAccoglie, alla festa annuale delle Acli a fare il punto su 6 mesi di lavoro parallelo più che in comune (non è polemica, così è stato). La temperatura di Bologna ha raggiunto 35/6 gradi e uno spazio verde era opportuno. Eravamo 25/26 persone più 4/5 bimbe messe fuori dal cerchio appena giungeva gente di associazioni. Amiche sub sahariane nessuna; migranti uomini due o tre; ad un adulto nero dicevo, salutando un giovane eletto nel Comune cittadino, come fossero bravi i percussionisti che avevano suonato dabbasso sotto una tenda. Lui era uno di loro, magari quello che ritmava e roteava al contempo i djembe (i bongos non mi paiono a calice). Si proseguirà, assicurava Inti, che prevede un incontro formale a settembre. Siamo intervenute per ultime Rita ed io. C’era Edgarda degli Esposti, della Consulta permanente per la lotta all'esclusione sociale, prodiga di riconoscimenti all’eccellenza di Orlando.

In realtà non c’è una proprietà transitiva per cui si sappia passare dall’avere costruito spazi pubblici di donne al capire che cosa e come fare davanti alla congiuntura che stiamo vivendo. Sono i giorni di Brexit, di Dacca, del pestaggio mortale di Emmanuel Chidi Namdi, dei continui presunti o reali affari oscuri di famiglia o di amministrazioni nel paese e nella sua capitale, delle perduranti rinnovate uccisioni di neri da parte della polizia statunitense, dei rinnovati e perduranti naufragi nella “frontiera” del mare nostrum. In atto c’è il vertice NATO a Varsavia il cui sapore, se di vecchio mondo teso ai problemi del nord e dell’est europeo o di mondo nuovo che include quelli dell’Europa del sud e del Mediterraneo, parrebbe la sfida inevitabile.

La faccenda non è solo che le associazioni non hanno strumenti per fronteggiare le contraddizioni che riguardano lo status delle profughe/profughi con cui interagiscono: non hanno funzioni di Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale, istituite con Decreto del 10 novembre 2014, - la regione Emilia Romagna è titolare di una simile commissione che è presieduta dal Viceprefetto Alfredo Nappi e ha e sede a Forlì -, cosa alla quale, si suppone, non aspirino. E certo, sarà troppo duro anche per noi se le persone che veniamo conoscendo saranno costrette a tornare indietro o ad andare altrove. È che le associazioni non si danno i mezzi – coordinandosi e facendone un obiettivo condiviso – di analizzare insieme le vicende che stiamo vivendo per articolare, con la pazienza, le conoscenze, le collaborazioni che questo può richiedere, quel sovrapporsi e mescolarsi quotidiano di eventi violenti luttuosi e di alterazione degli spazi democratici di rappresentanza cui stiamo assistendo per individuare, al contempo, direzioni di pensiero e di intervento da condividere tra noi e con altre donne e altri uomini. Chi ha visto il documentario “Torn” di Alessandro Gassmann sui profughi siriani in Giordania? Penserei di proporlo per il corso, se recuperabile.

Da “Torn/Strappati”,  A. Gassmann, 2015

Quanto alla nostra associazione, passando in rassegna alcune delle iniziative prese – la lodevole per quanto minima e da ripensare azione di cui qui parlo o quella rivolta, con notevole dispendio di tempo, a rilanciare al momento delle elezioni amministrative un raccordo tra donne dentro e donne fuori la rappresentanza – e altre inopportunamente rimandate – la discussione con Nadia U. e altri sulle modifiche della legge elettorale e della costituzione per comprendere la cornice istituzionale e politica che può attenderci in Italia, comunque ci posizioniamo individualmente –, l’impressione può essere quella di un’operosa staticità. Sicuramente vi incide la frammentazione delle attività, ma vi incide di più il mancato confronto sulle visioni e direzioni che, ripeto, in comune ad altre e altri, possono starci a cuore e andrebbero intraprese. Come a dire: se è vero che nel paese, in Europa, nel mondo accadono ogni giorno cose di terrore e di manipolazione, il disporre di uno spazio pubblico con una reputazione complessivamente non compromessa esige di più della nuda sopravvivenza e ripetizione. Poiché qualche seme si può ravvisare nelle relazioni stabilite per il dopo-elezioni (Mondo Donna si è già fatta viva) e alcune priorità paiono vistose e doverose, penso al 18 luglio, data dell’assemblea di Orlando, nella speranza che ciascuna, da singola o in gruppo, formuli proposte di studio e di lavoro, com’è scritto nella convocazione ricevuta da Elda.

Un abbraccio. Raffaella

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