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Che genere di voto di Monica Lanfranco

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Si può affermare che il voto referendario ha un genere sessuato, anche laddove il quesito non riguardi direttamente questioni che attengono alla libertà di scelta in materia riproduttiva, di orientamento e di legame tra i sessi, e quindi di relazione tra i corpi e le visioni che questa relazione realizza nella società?

La mia risposta è certamente sì, dal momento che una delle peggiori trappole ideologiche del pensiero patriarcale sta nel propugnare il neutro maschile come universale, e così facendo ingloba e cancella il punto di vista femminile senza permettere il doppio sguardo, che è l’unica possibile chiave di svolta di ogni processo di cambiamento.

In questo pesante e millenario occultamento politico della diversità il dominio patriarcale ha creato un sistema ferreo di gerarchie e attribuzioni di ruoli sessuati funzionali alla conservazione del potere nelle mani maschili: femminile e maschile hanno assunto così, nel simbolico come nell’educazione e quindi nella cultura, il preciso significato di due distinti modi di dover essere, che hanno inchiodato i due generi in funzioni e ruoli gerarchicamente precisi e più facilmente controllabili.

Sappiamo, grazie al femminismo, quanto sia importante non solo per le donne ma anche e soprattutto per gli uomini scardinare questo meccanismo, perché una società composta da persone che obbediscono a leggi presuntamente derivanti dall’interpretazione unidirezionale della natura, o del volere di una divinità, non solo è ingiusta e diseguale ma anche infelice, tetra e sottrae talenti e opportunità da condividere alle comunità umane. Conosciamo bene anche le insidie insite nella femminilizzazione che spesso piega le pratiche e il pensiero ad una visione discriminatoria, pur all’apparenza gratificando le donne: questa o quella funzione, si dice, sono femminili, (come ad esempio l’attitudine alla cura, o alla comprensione ed empatizzazione delle relazione e del quotidiano). Ecco confezionato il recinto comodo e veloce che relega al privato le donne, (dove purtroppo esse stesse stanno spesso e volentieri), delegando al logos maschile il governo del mondo e del politico, e quindi delle vite tutte.

Questa retorica blocca le donne nel ruolo dei raccoglitrici, e gregarie, e altrettanto fa con gli uomini, decidendo il loro dover essere cacciatori e condottieri. Occuparsi di ambiente, di acqua, di energie rinnovabili, di tutela e premura per ciò che ci circonda rischia di essere interpretato come una debolezza, una fragilità e un languore che ostacolano il progresso, il futuro, il progresso tecnologico. Che mancanza collettiva di coraggio, sembra dire chi sostiene la privatizzazione dell’acqua e l’avvento del nucleare: ecco la solita pavida resistenza alle sfide, tipica del conservatorismo prudente che è costituzionalmente femminile e contrapposto alla virile ed evolutiva potenza maschile.

Eppure ben sappiamo che proprio nella prudenza e nell’attenta valutazione dell’impatto di ogni nuova tecnologia sulla natura e sulla vita sta la possibilità di guadagno e vantaggio collettivo, anche perché la storia ci ha già consegnato esempi di catastrofi, lutti e disastri originati dall’egoismo frettoloso del profitto e dalla smania di saltare passaggi cruciali della ricaduta di ogni scelta. Forse in Italia non è ancora chiaro che parlare di acqua come bene pubblico e di energie rinnovabili al posto di nucleare non è fare ostruzionismo al nuovo che avanza, ma è parlare di democrazia e di futuro compatibile con l’esistenza.

Le donne africane, ancora in grande numero schiave della grande fatica che richiede il compito di garantire acqua alla propria famiglia, sanno che è proprio la mancanza di sistemi collettivi e pubblici di approvvigionamento idrico che le allontana dalla scolarizzazione e quindi dalla maturità come cittadine libere. L’avvento della gestione pubblica dell’acqua in questo caso sarebbe l’inizio del percorso verso la democrazia di genere in molti paesi, così come la ricerca e lo sviluppo delle fonti rinnovabili, nell’Italia ‘paese del sole e del vento’ significherebbe migliaia di posti di lavoro, oltre che sicurezza per l’ambiente e per la salute.

Rigettare al mittente, con 4 sì ai referendum, impianti ideologici patriarcali come la visione privatistica di un bene comune dell’umanità, il delirio nucleare e la sciagurata introduzione di un principio di ineguaglianza nel caso del legittimo impedimento significherebbe il farsi largo di una coscienza del limite e della responsabilità. Una dichiarazione, insomma, di adultità e di maturità delle donne e degli uomini di questo paese, in contro tendenza con la sciagurata debole immaturità maschilista di chi ora lo governa.

Monica Lanfranco
www.monicalanfranco.it
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