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Solidarietà ad Asmae Belfakir per la libertà di scelta e di azione delle donne

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L'associazione Orlando si unisce alla Comunità Islamica Bolognese nell'esprimere piena solidarietà ad Asmae Belfakir, praticante avvocata dell'ufficio legale dell'Università di Modena e Reggio, allontanata da un'aula di tribunale a causa del suo rifiuto di togliersi il velo in seguito alla decisione del giudice, Giancarlo Muzzarelli, presidente della seconda sezione del TAR.

Orlando, attraverso il Centro delle Donne di Bologna,la Biblioteca Italiana delle Donne e l'Archivio storico delle donne, è impegnata da più di trentanni nella pratica di conoscenza e scambi tra donne con provenienze, culture, tradizioni e religioni diverse. Per questo motivo, ritiene che questa azione sia fortemente lesiva della libertà di scelta delle donne. Tanto più in questo tempo storico in cui si impone la necessità di un dialogo intereligioso e interculturale per garantire una convivenza pacifica all'interno della nostra società in continuo cambiamento. Come parte della rete cittadina attiva nel progetto dell'Istituzione per l'inclusione sociale e comunitaria Don Paolo Serra Zanetti, "Per un dialogo interreligioso e interculturale", che promuove la libertà e il rispetto dei diritti delle donne nelle varie religioni, Orlando non può non sentire questa azione come l'ennesima manifestazione di una pericolosa islamofobia e come una provocazione di divisioni tra le comunità che vivono nella nostra città.

Orlando ribadisce con forza che non debba esistere un'unica modalità di emancipazione e che debba essere in ogni caso rispettata la libertà di scelta e di azione delle donne.

Via dalla violenza. La Casa delle donne di Bologna apre una nuova sede

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Via dalla violenza. La Casa delle donne di Bologna apre una nuova sede

Nell’ambito del progetto RADICE, finanziato dal Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio, è stata aperta una sede distaccata della Casa delle donne ad Anzola dell’Emilia

Via dalla violenza - Casa delle donne di Anzola si trova presso il Comune di Anzola dell'Emilia, in via Grimandi, 1 ed è aperta nei seguenti orari:

lunedì 9-13
giovedì 9-13 e 14.30-17.30

Le attività prevedono l'ascolto telefonico e personale, supporto di gruppo, percorsi di protezione dalla violenza e attività di rete, oltre all'accesso a tutti gli altri servizi della Casa delle donne, come l'ospitalità, l'orientamento al lavoro,ecc. Viene garantita la gratuità e la tutela della privacy.

Contatti:
Tel. 393 8365333
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Quando si parla di diritti riproduttivi in Italia...

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"Quando si parla di diritti riproduttivi in Italia, il rispetto della legge è tutt'altro che ovvio. Si pensi che in Puglia 9 su 10 ginecologi si rifiutano di praticare aborti, anche se abortire è legale dal 1978. Le statistiche nazionali sono solo leggermente meno scioccanti: 7 su 10 ginecologi in Italia non eseguono interruzioni volontarie di gravidanza. (...) La legge 194 garantisce il diritto all'aborto ma al contempo si impegna a tutelare il valore sociale della maternità. (...) questa ambivalenza del testo di legge, unita alla scappatoia fornita dall'articolo 9 sull'obiezione di coscienza, si spiega con la necessità di mediare tra due posizioni inconciliabili già dalla fine degli anni Settanta: da un lato le rivendicazioni delle femministe, del Partito Radicale e del Movimento di Liberazione della Donna, dall'altro le invettive dei cattolici contro l'aborto".

Così si esprime il New York Times, in un articolo firmato Ilaria Maria la Sala, denunciando che in Italia l'aborto è di fatto un diritto "mancato" (www.nytimes.com/2017/11/13/opinion/abortion-italy-conscientious-objectors.html).

Ma non è solo il contesto medico-legale a preoccuparci. Il clima culturale non è migliorato, si pensi all'attacco neofondamentalista che il prete bolognese Pieri ha lanciato ad Emma Bonino, nota attivista per i diritti riproduttivi. Ancora dobbiamo ricordare che ogni donna ha il diritto a decidere del proprio corpo, ancora dobbiamo ribadire che rifiutiamo il controllo di governi e chiese sui nostri corpi.

Ad Emma Bonino va la nostra complicità, e proprio come ha fatto lei in occasione del suo arresto per procurato aborto nel 1975, uniamo le mani in alto per mimare il gesto femminista scandendo bene parole: l'utero è mio e lo gestisco io.

Ai preti come Pieri rispondiamo con la potenza della nostra intelligenza e della nostra ironia: come la ghianda non è quercia, l'embrione non è bambino...e nonostante la vostra volontà di controllo, a vincere sarà il nostro desiderio di autodeterminazione.

La Casa Internazionale delle Donne di Roma è di tutte

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La Casa Internazionale delle Donne di Roma è di tutte

A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, quando si diceva via del Governo vecchio si diceva Casa Internazionale delle Donne. La casa era un simbolo, il suo nome era divenuto il nome dell'intera via, in essa si riconoscevano femministe e attiviste dei più svariati tipi, di diverse provenienze. Nel corso degli anni la Casa Internazionale delle Donne ha ospitato riviste fondamentali per gli sviluppi del pensiero femminista (Noi donne, DWF, Il paese Delle Donne), ma anche centri come il Virginia Wolf, diventando punto di riferimento culturale e intergenerazionale. Oggi, nella attuale sede di via della Lungara 19, si riuniscono decine e decine di associazioni di donne. Le attività, i servizi e gli eventi che ogni giorno vengono organizzati alla Casa non sono valutabili tout court in termini di denaro.

La ricchezza prodotta nella Casa è prima di tutto una ricchezza relazionale, affettiva, umana, patrimonio raro e che ogni amministrazione comunale dovrebbe tutelare e promuovere, mai attaccare. Con rabbia apprendiamo che la Casa è ora in pericolo, che Sindaca e Comune di Roma intimano un termine perentorio di pagamento di affitti pregressi, sospendendo il dialogo che da anni vi era tra la Casa e le istituzioni, pena lo sfratto entro trenta giorni.

L'associazione Orlando, che ha dato vita e gestisce il Centro di Documentazione, Ricerca e Iniziativa delle Donne della Città di Bologna- Archivio di storia delle donne, Biblioteca Italiana delle Donne, Server Donne, ha condiviso molti percorsi di studio, molte lotte, molti obiettivi con la Casa Internazionale delle Donne. Orlando, come la Casa, ha aperto tavoli di negoziazione, firmato convenzioni, mediato con le istituzioni, convinta che il presupposto per svolgere attività culturali-politiche volte al miglioramento delle condizioni di vita delle donne fosse la stabilità dei luoghi, la possibilità di durare nel tempo.

Desideriamo vivamente che la Casa Internazionale delle Donne continui a vivere e che tra le sue mura continuino ad alternarsi diverse generazioni, diversi generi e diverse genti. Ci uniamo a quel foltissimo coro che in queste ore chiede a Sindaca e Comune di Roma di ritirare il termine perentorio e riaprire il dialogo, riconoscendo il suo valore non solo per le donne di Roma, ma per tutto il movimento delle donne a livello nazionale e internazionale.

Associazione Orlando
Centro delle donne di Bologna
Biblioteca Italiana delle Donne

L'ultimo libro di Rosi Braidotti. Una sintetica enciclopedia utile per il tempo presente - di Maria Paola Patuelli

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Non so se esistano, leggibili nella nostra lingua, libri come questo ultimo di Rosi Braidotti, Per una politica affermativa. Itinerari etici (Mimesis 2017). Questo lavoro ha una sua originale caratteristica. Lo considero una utile enciclopedia, che va molto oltre il titolo, che parla di politica e di etica. È bello e raro vedere questi due concetti correlati, concetti che il logos occidentale ha tenuto distinti. Anzi, ha interpretato come opposti, spesso irridendo uno dei due, l’etica. O disprezzando la politica, a vantaggio dell’etica. Quale etica? Di volta in volta la propria, naturalmente. Ovvio - si può pensare - dato che dualismi di ogni genere hanno pervaso millenni di immaginario. In realtà, il lavoro di Rosi, oltre che di epistemologia filosofica - un chiaro monismo materialista ma non meccanicista - si occupa con sguardo unitario anche di fisica, di biologia, di etologia. La prima parte – Bellezza dissonante e pratiche trasformative – studia e interpreta pratiche politiche, culturali e artistiche dei femminismi recenti. La seconda – Passione politica e etica sostenibile – ci colloca nel caos del nostro tempo, visto non negativamente, ma come occasione di libertà, e di coscienza critica da aggiornare. Non solo gli umani abitano la terra. Anche le macchine - da non prendere sottogamba - e i viventi non umani abitano la terra. Collante di tutto, il corpo. Ci danno forza filosofie materialiste, del passato, come quella di Spinoza, e del presente, con Donna Haraway. E figure “nuove”, le cattive irriverenti ragazze e le attiviste antirazziste e antispeciste.

Il discorso di Rosi è unitario e sintetico. È un aiuto alla nostra lettura, un rispetto anche per chi specialista di discorsi filosofici non è. Parlare e scrivere per chiarire, spiegare, per intenderci in tante e tanti. Se si propongono nuovi itinerari di resistenza – tema centrale nell’etica politica di Braidotti - è opportuno sperare di percorrerli in buon numero, visto che di speranza e di futuro Rosi ci parla. E - soprattutto nella prima parte del libro - Rosi ce ne parla in modo chiaro e diretto. Un vademecum ontologico per resistere con gioia. Con alcuni esempi tratti dall’arte, anche performativa. Le Pussy Riot, una irruzione nell’arte da parte di cattive ragazze, appunto. Arrabbiate con gioia resistente e un certo “disprezzo” per i mondi ordinati e ipocriti. Con gioia aggressiva ma non violenta. Vi seppelliremo con una risata, motto amato, anche in passato, da resistenti in cerca di strade non violente.

Gioia, parola inusuale nella filosofia classica e contemporanea. Poche le eccezioni, prima di Spinoza. Nel lontano passato Epicuro - per il quale ho sentimenti di amicizia, oltre che di ammirazione filosofica - che ci diede un’etica, ma non una politica. Almeno nelle sue intenzioni non c’era la politica. Ma il suo giardino è, forse, una proposta politica valida per una contemporaneità che non può non accogliere complessità, differenze, sobrietà non consumistica. Se vogliamo essere contemporanee/i in modo degno. Il giardino di Epicuro potrebbe essere un esempio per il presente, da diffondere per vie rizomatose e nuove tessiture politiche e relazionali, quelle auspicate da Rosi per chi vuole resistere. In realtà, si stanno diffondendo pratiche non lontane dal giardino di Epicuro, che accoglieva tutte le scombinanti differenze del tempo, donne e schiavi accanto a uomini liberi. Inaudito. Ci vorrebbero cartografie analitiche e ci accorgeremmo che non sono poche le pratiche nuove in corso. Essere felicemente plurali senza il dito alzato giudicante, e con sobrietà felice. Senza pretendere da noi troppo, accettando i limiti - altro tema al centro della riflessione di Rosi - non solo i nostri, e tenendo alla larga paure. Epicuro, condannato per millenni ad un disprezzo universale. Ma è morto ridendo. Ditemi se è poco.

Sempre a proposito dei pochi gioiosi precedenti, anche Francesco, il primo, è stato un resistente con gioia e letizia. La sua perfetta letizia era non perderla mai, neppure di fronte al più odioso dei suoi frati, per non parlare d’altro. Per Francesco, il primo, sorella morte è non meno sorella dell’acqua, degli animali e di tutti gli elementi. Francesco, uno spinoziano inconsapevole ante litteram, che diede una lettura molto monistica del mondo. La sua fu una resistenza non oppositiva, di quelle auspicate dal pensiero politico di Rosi. Andò avanti per la sua strada, riuscendo a “durare”, direbbe Rosi.

Spinoza, altro filosofo per il quale sento amicizia. Invitava a una resistenza gioiosa che rendeva chiara nel suo significato etico e politico soprattutto con l’esempio concreto della vita che conduceva. Non so se si possa parlare di gioia, per Spinoza. Sicuramente di calma serena. Anche quello di Spinoza è stato un attivismo continuo. Filosofare con gli amici, scrivere, pubblicare, lavorare per vivere, respingere lusinghe e poteri. Un attivismo continuo. Senza nascondere - Rosi lo dice in modo radicale, quasi brutale - quanto possa essere doloroso. Sentire parlare in positivo di attivismo – e Rosi lo fa - è stato per me un balsamo. Ho dovuto spesso, nella vita, allontanare il disprezzo di chi si rivolgeva a me dicendomi che ero troppo attivista, e che dovevo darmi una calmata, tanto nulla serve, nulla vale. Cinismo, nichilismo, disprezzo per il mondo, valgo solo io, soggetto unico ed eccezionale. Di tutto il resto cosa mi importa. Tutt’al più mi importano i miei sodali. Qualunque cosa faccia oltre questo piccolo recinto - pensano i non pochi nichilisti, anche donne, a noi contemporanee/i - è comunque inutile e non tocca neppure un millimetro di mondo. Una vulgata corrente e, per noi attiviste e attivisti, non facile da sopportare.

Cerco di comprendere e non condanno. In ogni caso non alzo la voce, pur senza negare il conflitto. Seguo la grande lezione di Spinoza, che ho trovato ben presente anche in un recente lavoro di due uomini, uno storico, Paul Ginsborg, e un filosofo, Sergio Labate, nel loro recente Passioni e politica. Il neo liberismo – dicono – governa non solo l’economia ma anche le passioni. Nel consumo, nel tempo libero, nel culto del narcisismo, persino nella vita politica. Nella sfera politica è utile – dice Ginsborg – distinguere fra passioni senza legami - narcisismi favoriti dall’individualismo neoliberista - e passioni comuni. La rinascita della democrazia passa – se rinascita potrà esserci – anche per una nuova affettività e nuove passioni. Inoltre – inusuale – Ginsborg e Labate rendono esplicito il loro debito nei confronti del femminismo. Il femminismo ci ha insegnato che le passioni sono culturali, relazionali e storicamente fondate. Linguaggio, corpi, relazioni, conflitti. Conflitti violenti e discussioni ardenti e non violente non sono la stessa cosa, ci dice Sergio Labate. Sembra chiaro – ma lo è e per quante e quanti lo è? – che solo le seconde fanno bene alla politica. Vedo un nesso interessante fra il lavoro di Ginsborg e Labate e quello di Rosi Braidotti.

Anche la filosofia di Rosi - non nasconde i suoi debiti verso Spinoza, in parte Foucault, Deleuze e molto pensiero politico femminista a lei contemporaneo - di fronte alla complessità che ci circonda, in ogni parte del mondo, ci parla di una vera e propria urgenza. In primo luogo, va elaborata una visione post-unitaria del soggetto che ognuna/o di noi è. Sono donna? Non solo. Sono bianca? Non solo. Sono eterosessuale? Non solo. Dove e quando sono nata? E così via. Sono sempre la stessa fin dall’inizio? Speriamo di no. Ci vuole un nuovo immaginario, oltre l’umanesimo antropocentrico, statico, fondato sul logos e che dimentica il corpo e tutto il resto.

Una mia veloce riflessione, che inserisco criticamente all’interno del sospetto di Rosi, fondato, nei confronti della cultura umanistica. La cultura umanistica non è stata tutta platonica e antropocentrica. Ha riscoperto Epicuro e Lucrezio. Cusano ci ha parlato di universo infinito e di coincidentia oppositorum. Il frutto a mio avviso più maturo della cultura umanistica è Montaigne, antropologo, che disse “cultura seconda natura”, ed era anche animalista. Altro che soggetto unico, eccezionale, creatura principe dell’Universo.

Dice Rosi. “Cambiare un immaginario non è come gettar via vestiti usati, piuttosto è come scrollarsi di dosso una vecchia pelle”. Sarà dura. Sarà più difficile del passaggio dal geocentrismo all’eliocentrismo. Per chi, come me, trova difficile anche gettar via vestiti usati, cambiare consapevolmente pelle, fatta di sette strati – se ben ricordo –, è una impresa quasi titanica, soprattutto se non si ha la intelligenza potente – nel senso di potenza e non di potere, come Deleuze e Rosi ci insegnano – di Spinoza. Avevo superato l’età che aveva Spinoza al momento della sua morte quando ho cominciato, anche con l’aiuto di Soggetto nomade di Rosi Braidotti, a scrollarmi di dosso la prima pelle. Ricordo però, a dire il vero, che il primo strato di pelle strappato lo debbo a Lea Melandri, con il suo Come nasce il sogno d’amore. Mi ha aiutato a scoprire l’illusorietà dell’amore che fonde due in uno, della passione d’amore che tutto cancella, della perdita di sé, malattia di molte donne, per l’amante, il figlio, il sogno.

Dire che procedere su questa strada decostruttiva è stato ed è doloroso, è dir poco, e non sono ancora arrivata alla settima pelle. Per una politica affermativa. Itinerari etici dà una grossa mano in questa direzione, come Soggetto nomade a suo tempo. Il fatto è che per me non si è trattato di scrollare - come si potrebbe fare con un cencio impolverato -, si è trattato di strappare. Con dolore. Trascendere le passioni quasi sempre tristi dei soggetti non nomadi, ma ben incardinati in identità indiscutibili e certe, è impresa ardua, e Rosi non lo nasconde. Cercare la gioia, anziché il sacrificio, e senza sensi di colpa. Meglio tardi che mai. E se dimentico il mondo, che ha bisogno di me? Anche se lo dimentico - sarà difficile - darò una mano più efficace al mondo se non sono – troppo – infelice. Non troppo infelice, e senza porsi in anticipo confini. Non è poco, per una donna della mia generazione, con più di un lutto in corso di faticosa elaborazione. Mi accorgo, con queste mie personali riflessioni, che le pagine di Rosi ancora una volta hanno per me efficacia terapeutica. Perché ci addestra ad un continuo pensare e interrogarci. Per decostruire. Che cosa? Quasi tutto. Quasi tutto il passato. Decostruire non è negare, disprezzare, è soprattutto conoscere criticamente, potenziare la propria coscienza.

Cosa si tratta di scrollare, di strappare, di erodere, di “smascherare”? Qualche millennio di filosofia, di politica, di poteri, con l’infinito corredo di dualismi oppositivi, di oppressioni, di imposizioni, nella superficie del mondo, presentata come cosmo. E, sotto la superficie, magmi incandescenti, vite oppresse e negate. Basta leggere non solo la poesia, ma anche la filosofia e soprattutto le lettere di Giacomo Leopardi per avvertire quanto il cosmo crudele della sua famiglia, e di sua madre, negasse il suo corpo e il suo desiderio di bellezza, di felicità, di libertà. Se avesse potuto leggere Rosi Braidotti, Leopardi avrebbe meglio compreso come l’origine della sua malattia sia stato non lo studio “matto e disperatissimo”, ma il cosmo ordinato che la sua famiglia gli impose. Perché Rosi ci parla anche di malattia, di corpi sofferenti, da ascoltare e conoscere. Per stare meglio, se non per guarire. L’individualismo neoliberista sta torturando i nostri corpi, tutt’uno con la nostra psiche. Con desideri consumistici da rincorrere, raggiungere, costi quel che costi. Ansie, insoddisfazioni, anomie, dentro il guscio individualistico, che ci illude sulle nostre infinite possibilità. Le nostre possibilità sono assai finite e limitate. Ma, se prestiamo attenzione, non siamo sole e soli. Siamo tutte e tutti nella stessa barca, dice Rosi sorridendo. Rosi ha il pregio di mantenere la sua forte e sobria ironia anche in pagine dense e non facili.

Aggiungo una breve riflessione sulla critica di Rosi e del femminismo all’universalismo. Critica che ha molte buone ragioni laddove si fa astratta uguaglianza. Ho in mente però un saggio della cara Anna Rossi-Doria, Una certa idea di uguaglianza. È l’uguaglianza faticosamente raggiunta - ancora assai incompleta - dei diritti umani che affermano la pari dignità di tutte le differenze, come recita il bellissimo art.3 della nostra Costituzione. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza - in quegli anni ancora si pensava che le razze ci fossero -, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Ci volle la sconfitta del nazifascismo per scrivere con chiarezza queste parole. Ora è compito del presente interpretare e procedere nella direzione allora intrapresa. Altre sono le differenze da nominare e da riconoscere, altri e nuovi sono gli ostacoli da rimuovere, viventi da rispettare, avendo a cuore una certa idea di uguaglianza, lontana dagli astratti universalismi.

La montagna è alta e scoscesa. Ma è scalabile. Vediamo di attrezzarci, con il pensiero e con la politica che resiste. Una raccomandazione di Hannah Arendt. Diffidare della filosofia. Ne ha combinate di tutti i colori, aggiungo, senza tema di smentita. Subito dopo, però, Hannah aggiunse. Ma come faremmo senza di lei?

Rosi è sulla stessa lunghezza d’onda. Diffidare della filosofia, ma filosofare senza posa.