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Quando si parla di diritti riproduttivi in Italia...

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"Quando si parla di diritti riproduttivi in Italia, il rispetto della legge è tutt'altro che ovvio. Si pensi che in Puglia 9 su 10 ginecologi si rifiutano di praticare aborti, anche se abortire è legale dal 1978. Le statistiche nazionali sono solo leggermente meno scioccanti: 7 su 10 ginecologi in Italia non eseguono interruzioni volontarie di gravidanza. (...) La legge 194 garantisce il diritto all'aborto ma al contempo si impegna a tutelare il valore sociale della maternità. (...) questa ambivalenza del testo di legge, unita alla scappatoia fornita dall'articolo 9 sull'obiezione di coscienza, si spiega con la necessità di mediare tra due posizioni inconciliabili già dalla fine degli anni Settanta: da un lato le rivendicazioni delle femministe, del Partito Radicale e del Movimento di Liberazione della Donna, dall'altro le invettive dei cattolici contro l'aborto".

Così si esprime il New York Times, in un articolo firmato Ilaria Maria la Sala, denunciando che in Italia l'aborto è di fatto un diritto "mancato" (www.nytimes.com/2017/11/13/opinion/abortion-italy-conscientious-objectors.html).

Ma non è solo il contesto medico-legale a preoccuparci. Il clima culturale non è migliorato, si pensi all'attacco neofondamentalista che il prete bolognese Pieri ha lanciato ad Emma Bonino, nota attivista per i diritti riproduttivi. Ancora dobbiamo ricordare che ogni donna ha il diritto a decidere del proprio corpo, ancora dobbiamo ribadire che rifiutiamo il controllo di governi e chiese sui nostri corpi.

Ad Emma Bonino va la nostra complicità, e proprio come ha fatto lei in occasione del suo arresto per procurato aborto nel 1975, uniamo le mani in alto per mimare il gesto femminista scandendo bene parole: l'utero è mio e lo gestisco io.

Ai preti come Pieri rispondiamo con la potenza della nostra intelligenza e della nostra ironia: come la ghianda non è quercia, l'embrione non è bambino...e nonostante la vostra volontà di controllo, a vincere sarà il nostro desiderio di autodeterminazione.

La Casa Internazionale delle Donne di Roma è di tutte

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La Casa Internazionale delle Donne di Roma è di tutte

A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, quando si diceva via del Governo vecchio si diceva Casa Internazionale delle Donne. La casa era un simbolo, il suo nome era divenuto il nome dell'intera via, in essa si riconoscevano femministe e attiviste dei più svariati tipi, di diverse provenienze. Nel corso degli anni la Casa Internazionale delle Donne ha ospitato riviste fondamentali per gli sviluppi del pensiero femminista (Noi donne, DWF, Il paese Delle Donne), ma anche centri come il Virginia Wolf, diventando punto di riferimento culturale e intergenerazionale. Oggi, nella attuale sede di via della Lungara 19, si riuniscono decine e decine di associazioni di donne. Le attività, i servizi e gli eventi che ogni giorno vengono organizzati alla Casa non sono valutabili tout court in termini di denaro.

La ricchezza prodotta nella Casa è prima di tutto una ricchezza relazionale, affettiva, umana, patrimonio raro e che ogni amministrazione comunale dovrebbe tutelare e promuovere, mai attaccare. Con rabbia apprendiamo che la Casa è ora in pericolo, che Sindaca e Comune di Roma intimano un termine perentorio di pagamento di affitti pregressi, sospendendo il dialogo che da anni vi era tra la Casa e le istituzioni, pena lo sfratto entro trenta giorni.

L'associazione Orlando, che ha dato vita e gestisce il Centro di Documentazione, Ricerca e Iniziativa delle Donne della Città di Bologna- Archivio di storia delle donne, Biblioteca Italiana delle Donne, Server Donne, ha condiviso molti percorsi di studio, molte lotte, molti obiettivi con la Casa Internazionale delle Donne. Orlando, come la Casa, ha aperto tavoli di negoziazione, firmato convenzioni, mediato con le istituzioni, convinta che il presupposto per svolgere attività culturali-politiche volte al miglioramento delle condizioni di vita delle donne fosse la stabilità dei luoghi, la possibilità di durare nel tempo.

Desideriamo vivamente che la Casa Internazionale delle Donne continui a vivere e che tra le sue mura continuino ad alternarsi diverse generazioni, diversi generi e diverse genti. Ci uniamo a quel foltissimo coro che in queste ore chiede a Sindaca e Comune di Roma di ritirare il termine perentorio e riaprire il dialogo, riconoscendo il suo valore non solo per le donne di Roma, ma per tutto il movimento delle donne a livello nazionale e internazionale.

Associazione Orlando
Centro delle donne di Bologna
Biblioteca Italiana delle Donne

L'ultimo libro di Rosi Braidotti. Una sintetica enciclopedia utile per il tempo presente - di Maria Paola Patuelli

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Non so se esistano, leggibili nella nostra lingua, libri come questo ultimo di Rosi Braidotti, Per una politica affermativa. Itinerari etici (Mimesis 2017). Questo lavoro ha una sua originale caratteristica. Lo considero una utile enciclopedia, che va molto oltre il titolo, che parla di politica e di etica. È bello e raro vedere questi due concetti correlati, concetti che il logos occidentale ha tenuto distinti. Anzi, ha interpretato come opposti, spesso irridendo uno dei due, l’etica. O disprezzando la politica, a vantaggio dell’etica. Quale etica? Di volta in volta la propria, naturalmente. Ovvio - si può pensare - dato che dualismi di ogni genere hanno pervaso millenni di immaginario. In realtà, il lavoro di Rosi, oltre che di epistemologia filosofica - un chiaro monismo materialista ma non meccanicista - si occupa con sguardo unitario anche di fisica, di biologia, di etologia. La prima parte – Bellezza dissonante e pratiche trasformative – studia e interpreta pratiche politiche, culturali e artistiche dei femminismi recenti. La seconda – Passione politica e etica sostenibile – ci colloca nel caos del nostro tempo, visto non negativamente, ma come occasione di libertà, e di coscienza critica da aggiornare. Non solo gli umani abitano la terra. Anche le macchine - da non prendere sottogamba - e i viventi non umani abitano la terra. Collante di tutto, il corpo. Ci danno forza filosofie materialiste, del passato, come quella di Spinoza, e del presente, con Donna Haraway. E figure “nuove”, le cattive irriverenti ragazze e le attiviste antirazziste e antispeciste.

Il discorso di Rosi è unitario e sintetico. È un aiuto alla nostra lettura, un rispetto anche per chi specialista di discorsi filosofici non è. Parlare e scrivere per chiarire, spiegare, per intenderci in tante e tanti. Se si propongono nuovi itinerari di resistenza – tema centrale nell’etica politica di Braidotti - è opportuno sperare di percorrerli in buon numero, visto che di speranza e di futuro Rosi ci parla. E - soprattutto nella prima parte del libro - Rosi ce ne parla in modo chiaro e diretto. Un vademecum ontologico per resistere con gioia. Con alcuni esempi tratti dall’arte, anche performativa. Le Pussy Riot, una irruzione nell’arte da parte di cattive ragazze, appunto. Arrabbiate con gioia resistente e un certo “disprezzo” per i mondi ordinati e ipocriti. Con gioia aggressiva ma non violenta. Vi seppelliremo con una risata, motto amato, anche in passato, da resistenti in cerca di strade non violente.

Gioia, parola inusuale nella filosofia classica e contemporanea. Poche le eccezioni, prima di Spinoza. Nel lontano passato Epicuro - per il quale ho sentimenti di amicizia, oltre che di ammirazione filosofica - che ci diede un’etica, ma non una politica. Almeno nelle sue intenzioni non c’era la politica. Ma il suo giardino è, forse, una proposta politica valida per una contemporaneità che non può non accogliere complessità, differenze, sobrietà non consumistica. Se vogliamo essere contemporanee/i in modo degno. Il giardino di Epicuro potrebbe essere un esempio per il presente, da diffondere per vie rizomatose e nuove tessiture politiche e relazionali, quelle auspicate da Rosi per chi vuole resistere. In realtà, si stanno diffondendo pratiche non lontane dal giardino di Epicuro, che accoglieva tutte le scombinanti differenze del tempo, donne e schiavi accanto a uomini liberi. Inaudito. Ci vorrebbero cartografie analitiche e ci accorgeremmo che non sono poche le pratiche nuove in corso. Essere felicemente plurali senza il dito alzato giudicante, e con sobrietà felice. Senza pretendere da noi troppo, accettando i limiti - altro tema al centro della riflessione di Rosi - non solo i nostri, e tenendo alla larga paure. Epicuro, condannato per millenni ad un disprezzo universale. Ma è morto ridendo. Ditemi se è poco.

Sempre a proposito dei pochi gioiosi precedenti, anche Francesco, il primo, è stato un resistente con gioia e letizia. La sua perfetta letizia era non perderla mai, neppure di fronte al più odioso dei suoi frati, per non parlare d’altro. Per Francesco, il primo, sorella morte è non meno sorella dell’acqua, degli animali e di tutti gli elementi. Francesco, uno spinoziano inconsapevole ante litteram, che diede una lettura molto monistica del mondo. La sua fu una resistenza non oppositiva, di quelle auspicate dal pensiero politico di Rosi. Andò avanti per la sua strada, riuscendo a “durare”, direbbe Rosi.

Spinoza, altro filosofo per il quale sento amicizia. Invitava a una resistenza gioiosa che rendeva chiara nel suo significato etico e politico soprattutto con l’esempio concreto della vita che conduceva. Non so se si possa parlare di gioia, per Spinoza. Sicuramente di calma serena. Anche quello di Spinoza è stato un attivismo continuo. Filosofare con gli amici, scrivere, pubblicare, lavorare per vivere, respingere lusinghe e poteri. Un attivismo continuo. Senza nascondere - Rosi lo dice in modo radicale, quasi brutale - quanto possa essere doloroso. Sentire parlare in positivo di attivismo – e Rosi lo fa - è stato per me un balsamo. Ho dovuto spesso, nella vita, allontanare il disprezzo di chi si rivolgeva a me dicendomi che ero troppo attivista, e che dovevo darmi una calmata, tanto nulla serve, nulla vale. Cinismo, nichilismo, disprezzo per il mondo, valgo solo io, soggetto unico ed eccezionale. Di tutto il resto cosa mi importa. Tutt’al più mi importano i miei sodali. Qualunque cosa faccia oltre questo piccolo recinto - pensano i non pochi nichilisti, anche donne, a noi contemporanee/i - è comunque inutile e non tocca neppure un millimetro di mondo. Una vulgata corrente e, per noi attiviste e attivisti, non facile da sopportare.

Cerco di comprendere e non condanno. In ogni caso non alzo la voce, pur senza negare il conflitto. Seguo la grande lezione di Spinoza, che ho trovato ben presente anche in un recente lavoro di due uomini, uno storico, Paul Ginsborg, e un filosofo, Sergio Labate, nel loro recente Passioni e politica. Il neo liberismo – dicono – governa non solo l’economia ma anche le passioni. Nel consumo, nel tempo libero, nel culto del narcisismo, persino nella vita politica. Nella sfera politica è utile – dice Ginsborg – distinguere fra passioni senza legami - narcisismi favoriti dall’individualismo neoliberista - e passioni comuni. La rinascita della democrazia passa – se rinascita potrà esserci – anche per una nuova affettività e nuove passioni. Inoltre – inusuale – Ginsborg e Labate rendono esplicito il loro debito nei confronti del femminismo. Il femminismo ci ha insegnato che le passioni sono culturali, relazionali e storicamente fondate. Linguaggio, corpi, relazioni, conflitti. Conflitti violenti e discussioni ardenti e non violente non sono la stessa cosa, ci dice Sergio Labate. Sembra chiaro – ma lo è e per quante e quanti lo è? – che solo le seconde fanno bene alla politica. Vedo un nesso interessante fra il lavoro di Ginsborg e Labate e quello di Rosi Braidotti.

Anche la filosofia di Rosi - non nasconde i suoi debiti verso Spinoza, in parte Foucault, Deleuze e molto pensiero politico femminista a lei contemporaneo - di fronte alla complessità che ci circonda, in ogni parte del mondo, ci parla di una vera e propria urgenza. In primo luogo, va elaborata una visione post-unitaria del soggetto che ognuna/o di noi è. Sono donna? Non solo. Sono bianca? Non solo. Sono eterosessuale? Non solo. Dove e quando sono nata? E così via. Sono sempre la stessa fin dall’inizio? Speriamo di no. Ci vuole un nuovo immaginario, oltre l’umanesimo antropocentrico, statico, fondato sul logos e che dimentica il corpo e tutto il resto.

Una mia veloce riflessione, che inserisco criticamente all’interno del sospetto di Rosi, fondato, nei confronti della cultura umanistica. La cultura umanistica non è stata tutta platonica e antropocentrica. Ha riscoperto Epicuro e Lucrezio. Cusano ci ha parlato di universo infinito e di coincidentia oppositorum. Il frutto a mio avviso più maturo della cultura umanistica è Montaigne, antropologo, che disse “cultura seconda natura”, ed era anche animalista. Altro che soggetto unico, eccezionale, creatura principe dell’Universo.

Dice Rosi. “Cambiare un immaginario non è come gettar via vestiti usati, piuttosto è come scrollarsi di dosso una vecchia pelle”. Sarà dura. Sarà più difficile del passaggio dal geocentrismo all’eliocentrismo. Per chi, come me, trova difficile anche gettar via vestiti usati, cambiare consapevolmente pelle, fatta di sette strati – se ben ricordo –, è una impresa quasi titanica, soprattutto se non si ha la intelligenza potente – nel senso di potenza e non di potere, come Deleuze e Rosi ci insegnano – di Spinoza. Avevo superato l’età che aveva Spinoza al momento della sua morte quando ho cominciato, anche con l’aiuto di Soggetto nomade di Rosi Braidotti, a scrollarmi di dosso la prima pelle. Ricordo però, a dire il vero, che il primo strato di pelle strappato lo debbo a Lea Melandri, con il suo Come nasce il sogno d’amore. Mi ha aiutato a scoprire l’illusorietà dell’amore che fonde due in uno, della passione d’amore che tutto cancella, della perdita di sé, malattia di molte donne, per l’amante, il figlio, il sogno.

Dire che procedere su questa strada decostruttiva è stato ed è doloroso, è dir poco, e non sono ancora arrivata alla settima pelle. Per una politica affermativa. Itinerari etici dà una grossa mano in questa direzione, come Soggetto nomade a suo tempo. Il fatto è che per me non si è trattato di scrollare - come si potrebbe fare con un cencio impolverato -, si è trattato di strappare. Con dolore. Trascendere le passioni quasi sempre tristi dei soggetti non nomadi, ma ben incardinati in identità indiscutibili e certe, è impresa ardua, e Rosi non lo nasconde. Cercare la gioia, anziché il sacrificio, e senza sensi di colpa. Meglio tardi che mai. E se dimentico il mondo, che ha bisogno di me? Anche se lo dimentico - sarà difficile - darò una mano più efficace al mondo se non sono – troppo – infelice. Non troppo infelice, e senza porsi in anticipo confini. Non è poco, per una donna della mia generazione, con più di un lutto in corso di faticosa elaborazione. Mi accorgo, con queste mie personali riflessioni, che le pagine di Rosi ancora una volta hanno per me efficacia terapeutica. Perché ci addestra ad un continuo pensare e interrogarci. Per decostruire. Che cosa? Quasi tutto. Quasi tutto il passato. Decostruire non è negare, disprezzare, è soprattutto conoscere criticamente, potenziare la propria coscienza.

Cosa si tratta di scrollare, di strappare, di erodere, di “smascherare”? Qualche millennio di filosofia, di politica, di poteri, con l’infinito corredo di dualismi oppositivi, di oppressioni, di imposizioni, nella superficie del mondo, presentata come cosmo. E, sotto la superficie, magmi incandescenti, vite oppresse e negate. Basta leggere non solo la poesia, ma anche la filosofia e soprattutto le lettere di Giacomo Leopardi per avvertire quanto il cosmo crudele della sua famiglia, e di sua madre, negasse il suo corpo e il suo desiderio di bellezza, di felicità, di libertà. Se avesse potuto leggere Rosi Braidotti, Leopardi avrebbe meglio compreso come l’origine della sua malattia sia stato non lo studio “matto e disperatissimo”, ma il cosmo ordinato che la sua famiglia gli impose. Perché Rosi ci parla anche di malattia, di corpi sofferenti, da ascoltare e conoscere. Per stare meglio, se non per guarire. L’individualismo neoliberista sta torturando i nostri corpi, tutt’uno con la nostra psiche. Con desideri consumistici da rincorrere, raggiungere, costi quel che costi. Ansie, insoddisfazioni, anomie, dentro il guscio individualistico, che ci illude sulle nostre infinite possibilità. Le nostre possibilità sono assai finite e limitate. Ma, se prestiamo attenzione, non siamo sole e soli. Siamo tutte e tutti nella stessa barca, dice Rosi sorridendo. Rosi ha il pregio di mantenere la sua forte e sobria ironia anche in pagine dense e non facili.

Aggiungo una breve riflessione sulla critica di Rosi e del femminismo all’universalismo. Critica che ha molte buone ragioni laddove si fa astratta uguaglianza. Ho in mente però un saggio della cara Anna Rossi-Doria, Una certa idea di uguaglianza. È l’uguaglianza faticosamente raggiunta - ancora assai incompleta - dei diritti umani che affermano la pari dignità di tutte le differenze, come recita il bellissimo art.3 della nostra Costituzione. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza - in quegli anni ancora si pensava che le razze ci fossero -, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Ci volle la sconfitta del nazifascismo per scrivere con chiarezza queste parole. Ora è compito del presente interpretare e procedere nella direzione allora intrapresa. Altre sono le differenze da nominare e da riconoscere, altri e nuovi sono gli ostacoli da rimuovere, viventi da rispettare, avendo a cuore una certa idea di uguaglianza, lontana dagli astratti universalismi.

La montagna è alta e scoscesa. Ma è scalabile. Vediamo di attrezzarci, con il pensiero e con la politica che resiste. Una raccomandazione di Hannah Arendt. Diffidare della filosofia. Ne ha combinate di tutti i colori, aggiungo, senza tema di smentita. Subito dopo, però, Hannah aggiunse. Ma come faremmo senza di lei?

Rosi è sulla stessa lunghezza d’onda. Diffidare della filosofia, ma filosofare senza posa.

Lotto Marzo. Molto di più di 194 - di Angela Balzano

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Lotto Marzo. Molto di più di 194

A sole 24 ore dalla pubblicazione del bando di concorso per l’assunzione di due medici non obiettori al San Camillo di Roma, il Presidente dell’Ordine dei medici di Roma, l’Associazione dei medici cattolici, la Cei, la Lorenzin e dulcis in fundo Mirabelli, il presidente della Corte Costituzionale, si dichiaravano già contrari al provvedimento. Medici Cattolici e Cei hanno denunciato il concorso in quanto costituirebbe un «invito all’aborto». La cosa non sorprende considerando la matrice neofondamentalista cristiana che li accomuna.

Non sorprende neppure che la Lorenzin non sappia interpretare il testo della legge 194, o che non capisca i problemi del paese in cui si trova – nessuno, lei compresa, si spiega perché – a essere Ministra della salute. Preoccupa di più, invece, il fatto che il Presidente dell’Ordine dei Medici di Roma e il Presidente della Corte Costituzionale ritengano il concorso «iniquo» e fonte di «discriminazioni». Soprattutto perché l’ospedale San Camillo e la Regione Lazio si stanno attenendo al dettato dell’art. 9 della 194. Sarebbe stato bello, se la Regione Lazio avesse agito radicalmente, abolendo l’obiezione in tutte le strutture sanitarie del territorio. Invece in Lazio l’obiezione è all’80% e il bando di concorso mira esclusivamente a garantire la non interruzione del servizio con l’assunzione di due soli medici non obiettori, inserendo la clausola della mobilità/esubero nel caso l’obiezione sia sollevata successivamente.

Purtroppo l’art. 9 della l. 194 prevede la possibilità per il personale di avvalersi dell’obiezione di coscienza in materia di interruzione di gravidanza, ma non ne regolamenta il ricorso. Non vi è alcun indizio per limitare il danno nella legge stessa, ecco perché ci sono regioni dove l’obiezione supera l’80%. Il legislatore non ha fissato alcun tetto, alcun parametro. Si limita a specificare che è competenza delle regioni monitorare sulla corretta proporzione tra obiettori e non obiettori. Infatti, a leggere bene l’art. 9 si apprende che le strutture sanitarie devono in ogni caso «assicurare lo espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8» e che in aggiunta «la regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale».

Quest’assenza di indizi, questa vaghezza del testo di legge, è tuttavia anche una risorsa di possibilità: le regioni che volessero contenere le percentuali inaccettabili di obiezione di coscienza potrebbero farlo autonomamente. In passato la regione Puglia aveva riconosciuto, ad esempio, un vero e proprio dilagare dell’obiezione di coscienza nei consultori, fenomeno che rendeva difficile persino ottenere il certificato per accedere alla procedura di IVG. Con la delibera n. 735 del marzo 2010 la Giunta regionale Pugliese, attraverso l’assunzione di personale (ostetriche e ginecologi) non obiettore, intendeva riorganizzare la rete territoriale dei consultori pubblici, al fine di riequilibrare la sproporzione imposta dall’aumento del numero di obiettori di coscienza nei consultori.

La delibera fu, però, impugnata dal Forum Associazioni Medici Cattolici e dal Movimento per la Vita, i quali, rivolgendosi al TAR Puglia, ottennero la sua revoca immediata nel settembre del 2010, con la sentenza n. 03477/2010. Il TAR pugliese motivava la sua decisione sostenendo che all’interno dei consultori non si eseguono vere e proprie IVG e che dunque la massiccia presenza di obiettori non costituisce motivo valido ai fini dell’esclusione da concorso pubblico, non riguardando l’obiezione l’attività informativa e assistenziale precedente e seguente l’intervento. Inoltre, secondo il TAR la delibera regionale presentava caratteri discriminatori e violava il diritto costituzionale all’eguaglianza, non potendo escludere per motivi di coscienza dei professionisti dall’accesso ad un concorso.

Speriamo vivamente che ciò non accada anche per il concorso del San Camillo. Riteniamo, infatti, che non sia discriminatorio, e che dunque sia rispettoso della Costituzione, un bando che mira ad assumere ginecologi che adempiono a tutte le funzioni indispensabili ed essenziali per la struttura al fine di garantire la salute delle donne. Crediamo piuttosto che l’obiezione di coscienza costituisca una forma di discriminazione basata sul sesso e un abuso di diritto. Proviamo per un attimo a ribaltare la prospettiva. Interroghiamo la Costituzione non a partire dal diritto del medico all’obiezione di coscienza, ma dal diritto delle donne alla salute e all’autodeterminazione.

Partiamo dal noto art. 3, comma 2, nel quale leggiamo: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese»

È troppo difficile per la Corte Costituzionale prendere in considerazione l’ipotesi che una maternità non desiderata rappresenti un ostacolo, non solo di tipo economico e sociale, ma anche fisico e psicologico, per il pieno sviluppo delle donne, della loro libertà e partecipazione alla vita politica e pubblica?

Ancora, all’art. 32 la nostra Costituzione afferma che «la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo» e che «la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». Stando a questo articolo diventa cruciale chiedersi se l’istituto giuridico dell’obiezione di coscienza, così come previsto dall’art. 9 della l. n. 194, rispetti i principi fondamentali di costituzionalità. Più esattamente diventa urgente chiedersi: una legge che autorizza un medico a non farmi abortire e mi costringe a partorire contro la mia volontà, è una legge che mi rispetta in quanto persona?

L’art. 32 tutela il medico o le persone/pazient*? Perché dovremmo negoziare con i medici le nostre idee di salute e libertà di scelta in materie tanto intime e soggettive quali la sessualità e la riproduzione?

I medici dovrebbero rientrare tra quelle categorie di professionisti che rivestono funzioni pubbliche, tenute a rispettare dei doveri fondamentali. A questo proposito Federica Grandi nel libro Doveri costituzionali e obiezione di coscienza ci ricorda che l’art. 54 della Costituzione obbliga al dovere di fedeltà alla Repubblica, e che il suo comma 2 specifica che le pubbliche funzioni sono più tenute a rispettare tale dovere perché più stretto è il vincolo che le lega alla comunità politica. L’obiezione di coscienza si pone come un’eccezione alla norma ed è foriera di contraddizioni troppo grandi perché l’ordinamento giuridico, e più in generale la comunità politica, possa accettarla così com’è, senza predisporre opportune garanzie di non compressione dei diritti dipendenti dall’atteggiamento del medico. Il medico, difatti, sarebbe tenuto dal dovere di fedeltà alla Repubblica a non obiettare, a prestare il dovuto servizio alla comunità cui appartiene, proprio in virtù del vincolo rappresentato dalla solidarietà sociale: eppure l’ordinamento per venire incontro alla sua coscienza permette, appunto, l’obiezione di coscienza; ma questa non può trasformarsi in uno strumento per sabotare il legittimo diritto delle donne. Federica Grandi interpreta, dunque, l’applicazione della facoltà di obiettare alla l. 194 come un’ipotesi di «abuso di diritto», stante l’aggiramento dello scopo originario della norma.

La percentuale di obiettori è tale da aver pregiudicato la piena applicazione della l. n. 194. L’obiezione di coscienza non è più solo mezzo per esprimere la libertà personale, dato l’elevato numero di ospedali che ormai esercitano una sorta di obiezione di struttura e in cui non è possibile interrompere una gravidanza, contravvenendo tra l’altro allo stesso art. 9. Non si può negare, infatti, che l’obiezione di coscienza sia diventata uno strumento politico, diffuso e promosso soprattutto da cattolici ed esponenti del Movimento per la Vita, utilizzato al fine di negare alle donne la piena capacità di decidere del proprio corpo. Consideriamo inoltre che non esiste un equivalente per il controllo del corpo maschile. In Italia, infatti, non esiste un intervento medico riservato ai soli uomini per il quale è previso il diritto all’obiezione dei medici. Ammettere l’accesso per metà della popolazione, quella maschile, a ogni tipo di cura medica, per poi negarne alcune all’altra metà, quella femminile, si configura solo come una discriminazione che segue linee di sesso.

Secondo la Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW), la discriminazione in base al sesso include le leggi che hanno lo scopo, o l’effetto, di ostacolare l’accesso delle donne a ogni diritto e a ogni libertà fondamentale. Già nel 1999 il Comitato CEDAW affermava che «le leggi che criminalizzano le procedure mediche rivolte alle sole donne, e che puniscono le donne che vi ricorrono» rappresentano «delle barriere rispetto all’accesso delle donne ad un adeguato diritto alla salute»1. Pertanto negare il diritto all’IVG significa oggi praticare una forma di discriminazione nei confronti delle donne.

La CEDAW ha inoltre espresso esplicitamente la sua preoccupazione sulle difficoltà nell’accesso all’IVG causate dalle leggi che permettono l’obiezione di coscienza al personale medico. Il Comitato ha chiarito che in queste circostanze è compito del governo nazionale assicurare che vi siano alternative valide per garantire i diritti riproduttivi delle donne. Inoltre, secondo lo stesso Comitato, il servizio pubblico nazionale dovrebbe sempre assicurare l’accesso alle procedure di IVG, anche obbligando il personale medico a non ostacolare le stesse, in nome del diritto delle donne a non essere costrette a portare a termine la gravidanza

Ricordiamo poi che il Comitato Europeo dei Diritti Sociali (CEDS) in data 8 marzo 2014 ha accolto il ricorso di LAIGA e IPPF (n. 87/2012) «condannando» l’Italia perché non garantisce il diritto alla salute delle donne, sostenendo che l’obiezione di coscienza non può rappresentare un ostacolo al suo raggiungimento. Il CEDS inoltre, in data 11 aprile 2016, ha accolto anche il ricorso della CGIL (n. 91/2013) «condannando» l’Italia perché viola: l’art. 11 (diritto alla salute) della Carta Sociale Europea, in combinato con l’art. E (non-discriminazione) e l’art. 26 (Diritto alla dignità sul lavoro).

Tuttavia, per quanto molte/i si appellino all’Europa, vorremmo ricordare che le pronunce del Comitato per i diritti sociali non sono vere e proprie condanne, sono dichiarazioni di violazione della Carta dei Diritti Sociali europea. Certo, può entusiasmare sapere che qualcuno a Strasburgo si sia accorto che l’Italia non garantisce l’accesso all’aborto e che ci denunci per questo, ma occorre essere ben consapevoli che senza percorsi politici capaci di confliggere, senza movimenti dal basso che rivendichino moltopiùdi194 non andremo molto lontano.

Del resto l’Unione Europea in se stessa non ci ha aiutato neanche nel caso della risoluzione Estrela, il cui iter è emblematico. La risoluzione Estrela prevedeva un ampliamento delle libertà riproduttivo-affettivo-sessuali e ovviamente è stata bocciata. Al suo posto è stata approvata una brevissima relazione del Ppe, che recita «la formulazione e l’applicazione delle politiche in materia di salute sessuale e riproduttiva e relativi diritti nonché in materia di educazione sessuale nelle scuole sia di competenza degli Stati membri».

In questa relazione è evidente la tendenza neofondamentalista e neoconservatrice europea: in una sola frase sono riusciti a sintetizzare gli obiettivi anti-gender e no-choice del secolo. Se ci sono Stati che non hanno alcuna cultura della contraccezione o dove non si può abortire, Stati in cui a scuola si discriminano bambin* queer o figl* di coppie non eteronormate, al Ppe fa solo piacere. E poi ricordiamo che i pro-life dichiarati seduti nel parlamento europeo sono 26, che Tonio Borg dirige la Commissione Salute e che Carlo Casini ha diretto fino a poco fa la Commissione Affari Sociali. Insomma sono loro a progettare gli attuali dispositivi di biocontrollo, a frapporre ostacoli tra i nostri desideri e la nostra capacità di perseguirli.

Noi, però, abbiamo istanze e desideri che non siamo dispost* a barattare. Noi crediamo che il futuro non sia solo una promessa aleatoria condensata nell’immagine di un bambino mai nato. Noi sappiamo che la cura non esiste solo nel rapporto genitore-figlio, che non è la biologia a stabilire le geografie dei nostri affetti, che non è la legge in sé a risolvere i nostri problemi.

Il concorso del San Camillo è solo un primo passo, cui dovrebbero seguirne molti altri se il nostro obiettivo rimane quello di Non Una di Meno: «Sui nostri corpi, sulla nostra salute e sul nostro piacere decidiamo noi!"

Per questo continueremo a lottare per il diritto all’aborto libero, sicuro e gratuito, contro il sistema binario dei generi. Vogliamo diritti sociali, libertà di transito tra i generi senza confini normativi. E Lotto marzo invaderemo le strade anche per ribadire che i nostri corpi e i nostri desideri valgono più della coscienza dei medici!

Angela Balzano

L'Associazione Orlando verso lo sciopero internazionale delle donne

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L'Associazione Orlando verso lo sciopero internazionale delle donne

L'8 marzo in più di 40 paesi nel mondo le donne scioperano contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere, per denunciare che la violenza è strutturale e ribadire che il cambiamento sociale per sconfiggerla deve essere radicale e capillare.

In Italia la mobilitazione verso lo sciopero è partita con una grande manifestazione, indetta da Non Una di Meno lo scorso 26 novembre 2016 a Roma, in cui più di 200.000 donne hanno attraversato le piazze e le strade della città per rivendicare la libertà di decidere del proprio corpo e della propria vita, avviando anche la scrittura collettiva del primo Piano Femminista Anti-violenza.

Il 4 e il 5 febbraio 2017 Orlando ha partecipato al secondo incontro nazionale di Non Una di Meno, avvenuto a Bologna, contribuendo a elaborare la piattaforma “8 PUNTI PER l’8 MARZO”, che rivendica: l'educazione alle differenze di genere in ogni ordine e grado formativo, la trasformazione radicale dell'immaginario mediatico, un reddito di autodeterminazione, un welfare basato sull'individuo e non sulla famiglia, la libertà di movimento delle/dei migranti, l'abolizione dell'obiezione di coscienza all'IVG, il ruolo politico dei consultori e la loro apertura ai bisogni e ai desideri delle soggettività LGBTQ e delle donne, la piena autonomia dei centri antiviolenza.

L'Associazione Orlando sostiene fortemente questo percorso a livello locale, nazionale e internazionale, perché crede sia urgente una forte mobilitazione femminista capace di mettere in discussione le fondamenta di un sistema economico e sociale ancora incentrato sul ruolo dominante del maschio eterosessuale bianco e, soprattutto, capace di costruire nuovi immaginari sociali e culturali, a partire dall'ottenimento della piena e reale libertà riproduttiva, sessuale e affettiva per le donne e le soggettività LGBTQ.

Da sempre l'Associazione Orlando ha lavorato molto e ha promosso numerose iniziative sull'autodeterminazione nel campo della salute (libertà di scelta, accesso all’aborto, diritti alla non riproduzione), sulla critica al neoliberismo e sulla crisi del lavoro e del welfare, sulle relazioni internazionali con donne in luoghi di guerra e di conflitti, sulla modalità concrete di supportare le donne migranti sul territorio.

L'Associazione Orlando invita quindi a partecipare allo sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo, a interrompere la quotidianità caratterizzata dal lavoro sempre meno tutelato e sempre più precario, a sospendere tutte le attività di cura e riappropriarsi dei propri spazi e tempi di vita.

Rilancia gli appuntamenti della mattina alle 9.30 in Piazza Maggiore e del corteo pomeridiano alle 18.00 sempre in Piazza Maggiore.

“SE LE NOSTRE VITE NON VALGONO, NOI SCIOPERIAMO!” - #NonUnaDiMeno #LottoMarzo #SiamoMarea