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Lotto Marzo. Molto di più di 194 - di Angela Balzano

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Lotto Marzo. Molto di più di 194

A sole 24 ore dalla pubblicazione del bando di concorso per l’assunzione di due medici non obiettori al San Camillo di Roma, il Presidente dell’Ordine dei medici di Roma, l’Associazione dei medici cattolici, la Cei, la Lorenzin e dulcis in fundo Mirabelli, il presidente della Corte Costituzionale, si dichiaravano già contrari al provvedimento. Medici Cattolici e Cei hanno denunciato il concorso in quanto costituirebbe un «invito all’aborto». La cosa non sorprende considerando la matrice neofondamentalista cristiana che li accomuna.

Non sorprende neppure che la Lorenzin non sappia interpretare il testo della legge 194, o che non capisca i problemi del paese in cui si trova – nessuno, lei compresa, si spiega perché – a essere Ministra della salute. Preoccupa di più, invece, il fatto che il Presidente dell’Ordine dei Medici di Roma e il Presidente della Corte Costituzionale ritengano il concorso «iniquo» e fonte di «discriminazioni». Soprattutto perché l’ospedale San Camillo e la Regione Lazio si stanno attenendo al dettato dell’art. 9 della 194. Sarebbe stato bello, se la Regione Lazio avesse agito radicalmente, abolendo l’obiezione in tutte le strutture sanitarie del territorio. Invece in Lazio l’obiezione è all’80% e il bando di concorso mira esclusivamente a garantire la non interruzione del servizio con l’assunzione di due soli medici non obiettori, inserendo la clausola della mobilità/esubero nel caso l’obiezione sia sollevata successivamente.

Purtroppo l’art. 9 della l. 194 prevede la possibilità per il personale di avvalersi dell’obiezione di coscienza in materia di interruzione di gravidanza, ma non ne regolamenta il ricorso. Non vi è alcun indizio per limitare il danno nella legge stessa, ecco perché ci sono regioni dove l’obiezione supera l’80%. Il legislatore non ha fissato alcun tetto, alcun parametro. Si limita a specificare che è competenza delle regioni monitorare sulla corretta proporzione tra obiettori e non obiettori. Infatti, a leggere bene l’art. 9 si apprende che le strutture sanitarie devono in ogni caso «assicurare lo espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8» e che in aggiunta «la regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale».

Quest’assenza di indizi, questa vaghezza del testo di legge, è tuttavia anche una risorsa di possibilità: le regioni che volessero contenere le percentuali inaccettabili di obiezione di coscienza potrebbero farlo autonomamente. In passato la regione Puglia aveva riconosciuto, ad esempio, un vero e proprio dilagare dell’obiezione di coscienza nei consultori, fenomeno che rendeva difficile persino ottenere il certificato per accedere alla procedura di IVG. Con la delibera n. 735 del marzo 2010 la Giunta regionale Pugliese, attraverso l’assunzione di personale (ostetriche e ginecologi) non obiettore, intendeva riorganizzare la rete territoriale dei consultori pubblici, al fine di riequilibrare la sproporzione imposta dall’aumento del numero di obiettori di coscienza nei consultori.

La delibera fu, però, impugnata dal Forum Associazioni Medici Cattolici e dal Movimento per la Vita, i quali, rivolgendosi al TAR Puglia, ottennero la sua revoca immediata nel settembre del 2010, con la sentenza n. 03477/2010. Il TAR pugliese motivava la sua decisione sostenendo che all’interno dei consultori non si eseguono vere e proprie IVG e che dunque la massiccia presenza di obiettori non costituisce motivo valido ai fini dell’esclusione da concorso pubblico, non riguardando l’obiezione l’attività informativa e assistenziale precedente e seguente l’intervento. Inoltre, secondo il TAR la delibera regionale presentava caratteri discriminatori e violava il diritto costituzionale all’eguaglianza, non potendo escludere per motivi di coscienza dei professionisti dall’accesso ad un concorso.

Speriamo vivamente che ciò non accada anche per il concorso del San Camillo. Riteniamo, infatti, che non sia discriminatorio, e che dunque sia rispettoso della Costituzione, un bando che mira ad assumere ginecologi che adempiono a tutte le funzioni indispensabili ed essenziali per la struttura al fine di garantire la salute delle donne. Crediamo piuttosto che l’obiezione di coscienza costituisca una forma di discriminazione basata sul sesso e un abuso di diritto. Proviamo per un attimo a ribaltare la prospettiva. Interroghiamo la Costituzione non a partire dal diritto del medico all’obiezione di coscienza, ma dal diritto delle donne alla salute e all’autodeterminazione.

Partiamo dal noto art. 3, comma 2, nel quale leggiamo: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese»

È troppo difficile per la Corte Costituzionale prendere in considerazione l’ipotesi che una maternità non desiderata rappresenti un ostacolo, non solo di tipo economico e sociale, ma anche fisico e psicologico, per il pieno sviluppo delle donne, della loro libertà e partecipazione alla vita politica e pubblica?

Ancora, all’art. 32 la nostra Costituzione afferma che «la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo» e che «la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». Stando a questo articolo diventa cruciale chiedersi se l’istituto giuridico dell’obiezione di coscienza, così come previsto dall’art. 9 della l. n. 194, rispetti i principi fondamentali di costituzionalità. Più esattamente diventa urgente chiedersi: una legge che autorizza un medico a non farmi abortire e mi costringe a partorire contro la mia volontà, è una legge che mi rispetta in quanto persona?

L’art. 32 tutela il medico o le persone/pazient*? Perché dovremmo negoziare con i medici le nostre idee di salute e libertà di scelta in materie tanto intime e soggettive quali la sessualità e la riproduzione?

I medici dovrebbero rientrare tra quelle categorie di professionisti che rivestono funzioni pubbliche, tenute a rispettare dei doveri fondamentali. A questo proposito Federica Grandi nel libro Doveri costituzionali e obiezione di coscienza ci ricorda che l’art. 54 della Costituzione obbliga al dovere di fedeltà alla Repubblica, e che il suo comma 2 specifica che le pubbliche funzioni sono più tenute a rispettare tale dovere perché più stretto è il vincolo che le lega alla comunità politica. L’obiezione di coscienza si pone come un’eccezione alla norma ed è foriera di contraddizioni troppo grandi perché l’ordinamento giuridico, e più in generale la comunità politica, possa accettarla così com’è, senza predisporre opportune garanzie di non compressione dei diritti dipendenti dall’atteggiamento del medico. Il medico, difatti, sarebbe tenuto dal dovere di fedeltà alla Repubblica a non obiettare, a prestare il dovuto servizio alla comunità cui appartiene, proprio in virtù del vincolo rappresentato dalla solidarietà sociale: eppure l’ordinamento per venire incontro alla sua coscienza permette, appunto, l’obiezione di coscienza; ma questa non può trasformarsi in uno strumento per sabotare il legittimo diritto delle donne. Federica Grandi interpreta, dunque, l’applicazione della facoltà di obiettare alla l. 194 come un’ipotesi di «abuso di diritto», stante l’aggiramento dello scopo originario della norma.

La percentuale di obiettori è tale da aver pregiudicato la piena applicazione della l. n. 194. L’obiezione di coscienza non è più solo mezzo per esprimere la libertà personale, dato l’elevato numero di ospedali che ormai esercitano una sorta di obiezione di struttura e in cui non è possibile interrompere una gravidanza, contravvenendo tra l’altro allo stesso art. 9. Non si può negare, infatti, che l’obiezione di coscienza sia diventata uno strumento politico, diffuso e promosso soprattutto da cattolici ed esponenti del Movimento per la Vita, utilizzato al fine di negare alle donne la piena capacità di decidere del proprio corpo. Consideriamo inoltre che non esiste un equivalente per il controllo del corpo maschile. In Italia, infatti, non esiste un intervento medico riservato ai soli uomini per il quale è previso il diritto all’obiezione dei medici. Ammettere l’accesso per metà della popolazione, quella maschile, a ogni tipo di cura medica, per poi negarne alcune all’altra metà, quella femminile, si configura solo come una discriminazione che segue linee di sesso.

Secondo la Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW), la discriminazione in base al sesso include le leggi che hanno lo scopo, o l’effetto, di ostacolare l’accesso delle donne a ogni diritto e a ogni libertà fondamentale. Già nel 1999 il Comitato CEDAW affermava che «le leggi che criminalizzano le procedure mediche rivolte alle sole donne, e che puniscono le donne che vi ricorrono» rappresentano «delle barriere rispetto all’accesso delle donne ad un adeguato diritto alla salute»1. Pertanto negare il diritto all’IVG significa oggi praticare una forma di discriminazione nei confronti delle donne.

La CEDAW ha inoltre espresso esplicitamente la sua preoccupazione sulle difficoltà nell’accesso all’IVG causate dalle leggi che permettono l’obiezione di coscienza al personale medico. Il Comitato ha chiarito che in queste circostanze è compito del governo nazionale assicurare che vi siano alternative valide per garantire i diritti riproduttivi delle donne. Inoltre, secondo lo stesso Comitato, il servizio pubblico nazionale dovrebbe sempre assicurare l’accesso alle procedure di IVG, anche obbligando il personale medico a non ostacolare le stesse, in nome del diritto delle donne a non essere costrette a portare a termine la gravidanza

Ricordiamo poi che il Comitato Europeo dei Diritti Sociali (CEDS) in data 8 marzo 2014 ha accolto il ricorso di LAIGA e IPPF (n. 87/2012) «condannando» l’Italia perché non garantisce il diritto alla salute delle donne, sostenendo che l’obiezione di coscienza non può rappresentare un ostacolo al suo raggiungimento. Il CEDS inoltre, in data 11 aprile 2016, ha accolto anche il ricorso della CGIL (n. 91/2013) «condannando» l’Italia perché viola: l’art. 11 (diritto alla salute) della Carta Sociale Europea, in combinato con l’art. E (non-discriminazione) e l’art. 26 (Diritto alla dignità sul lavoro).

Tuttavia, per quanto molte/i si appellino all’Europa, vorremmo ricordare che le pronunce del Comitato per i diritti sociali non sono vere e proprie condanne, sono dichiarazioni di violazione della Carta dei Diritti Sociali europea. Certo, può entusiasmare sapere che qualcuno a Strasburgo si sia accorto che l’Italia non garantisce l’accesso all’aborto e che ci denunci per questo, ma occorre essere ben consapevoli che senza percorsi politici capaci di confliggere, senza movimenti dal basso che rivendichino moltopiùdi194 non andremo molto lontano.

Del resto l’Unione Europea in se stessa non ci ha aiutato neanche nel caso della risoluzione Estrela, il cui iter è emblematico. La risoluzione Estrela prevedeva un ampliamento delle libertà riproduttivo-affettivo-sessuali e ovviamente è stata bocciata. Al suo posto è stata approvata una brevissima relazione del Ppe, che recita «la formulazione e l’applicazione delle politiche in materia di salute sessuale e riproduttiva e relativi diritti nonché in materia di educazione sessuale nelle scuole sia di competenza degli Stati membri».

In questa relazione è evidente la tendenza neofondamentalista e neoconservatrice europea: in una sola frase sono riusciti a sintetizzare gli obiettivi anti-gender e no-choice del secolo. Se ci sono Stati che non hanno alcuna cultura della contraccezione o dove non si può abortire, Stati in cui a scuola si discriminano bambin* queer o figl* di coppie non eteronormate, al Ppe fa solo piacere. E poi ricordiamo che i pro-life dichiarati seduti nel parlamento europeo sono 26, che Tonio Borg dirige la Commissione Salute e che Carlo Casini ha diretto fino a poco fa la Commissione Affari Sociali. Insomma sono loro a progettare gli attuali dispositivi di biocontrollo, a frapporre ostacoli tra i nostri desideri e la nostra capacità di perseguirli.

Noi, però, abbiamo istanze e desideri che non siamo dispost* a barattare. Noi crediamo che il futuro non sia solo una promessa aleatoria condensata nell’immagine di un bambino mai nato. Noi sappiamo che la cura non esiste solo nel rapporto genitore-figlio, che non è la biologia a stabilire le geografie dei nostri affetti, che non è la legge in sé a risolvere i nostri problemi.

Il concorso del San Camillo è solo un primo passo, cui dovrebbero seguirne molti altri se il nostro obiettivo rimane quello di Non Una di Meno: «Sui nostri corpi, sulla nostra salute e sul nostro piacere decidiamo noi!"

Per questo continueremo a lottare per il diritto all’aborto libero, sicuro e gratuito, contro il sistema binario dei generi. Vogliamo diritti sociali, libertà di transito tra i generi senza confini normativi. E Lotto marzo invaderemo le strade anche per ribadire che i nostri corpi e i nostri desideri valgono più della coscienza dei medici!

Angela Balzano

L'Associazione Orlando verso lo sciopero internazionale delle donne

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L'Associazione Orlando verso lo sciopero internazionale delle donne

L'8 marzo in più di 40 paesi nel mondo le donne scioperano contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere, per denunciare che la violenza è strutturale e ribadire che il cambiamento sociale per sconfiggerla deve essere radicale e capillare.

In Italia la mobilitazione verso lo sciopero è partita con una grande manifestazione, indetta da Non Una di Meno lo scorso 26 novembre 2016 a Roma, in cui più di 200.000 donne hanno attraversato le piazze e le strade della città per rivendicare la libertà di decidere del proprio corpo e della propria vita, avviando anche la scrittura collettiva del primo Piano Femminista Anti-violenza.

Il 4 e il 5 febbraio 2017 Orlando ha partecipato al secondo incontro nazionale di Non Una di Meno, avvenuto a Bologna, contribuendo a elaborare la piattaforma “8 PUNTI PER l’8 MARZO”, che rivendica: l'educazione alle differenze di genere in ogni ordine e grado formativo, la trasformazione radicale dell'immaginario mediatico, un reddito di autodeterminazione, un welfare basato sull'individuo e non sulla famiglia, la libertà di movimento delle/dei migranti, l'abolizione dell'obiezione di coscienza all'IVG, il ruolo politico dei consultori e la loro apertura ai bisogni e ai desideri delle soggettività LGBTQ e delle donne, la piena autonomia dei centri antiviolenza.

L'Associazione Orlando sostiene fortemente questo percorso a livello locale, nazionale e internazionale, perché crede sia urgente una forte mobilitazione femminista capace di mettere in discussione le fondamenta di un sistema economico e sociale ancora incentrato sul ruolo dominante del maschio eterosessuale bianco e, soprattutto, capace di costruire nuovi immaginari sociali e culturali, a partire dall'ottenimento della piena e reale libertà riproduttiva, sessuale e affettiva per le donne e le soggettività LGBTQ.

Da sempre l'Associazione Orlando ha lavorato molto e ha promosso numerose iniziative sull'autodeterminazione nel campo della salute (libertà di scelta, accesso all’aborto, diritti alla non riproduzione), sulla critica al neoliberismo e sulla crisi del lavoro e del welfare, sulle relazioni internazionali con donne in luoghi di guerra e di conflitti, sulla modalità concrete di supportare le donne migranti sul territorio.

L'Associazione Orlando invita quindi a partecipare allo sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo, a interrompere la quotidianità caratterizzata dal lavoro sempre meno tutelato e sempre più precario, a sospendere tutte le attività di cura e riappropriarsi dei propri spazi e tempi di vita.

Rilancia gli appuntamenti della mattina alle 9.30 in Piazza Maggiore e del corteo pomeridiano alle 18.00 sempre in Piazza Maggiore.

“SE LE NOSTRE VITE NON VALGONO, NOI SCIOPERIAMO!” - #NonUnaDiMeno #LottoMarzo #SiamoMarea

In ricordo di Anna Rossi-Doria

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Il 14 febbraio, nel primo pomeriggio, Anna Rossi-Doria ha raggiunto, come soleva dire da quando la malattia l’aveva colpita, l’altra sponda del fiume.

In queste ore ho pensato a lei che varcava quella soglia e a uno scritto che le era caro “La solitudine dell’io” di Elizabeth Cady Stanton. E’ un discorso del 1892 sui diritti delle donne dove Stanton argomenta con lucidità che nessuno puo’ assumere su di sé i diritti, i doveri, le responsabilità “of another human soul”, proprio perché ogni essere umano va solo incontro alla morte. Esiste una solitudine che ciascuno di noi porta dentro se stesso “more inaccessible than the ice-cold mountains, more profound than the midnight sea, the solitude of self”.

Ho conosciuto questo testo e tanti altri grazie all’opera storica di Anna. La tensione tra individualità e appartenenza alla storia profonda e stratificata delle esistenze femminili, il dilemma, per dirlo con le sue parole, tra uguaglianza e differenza sono stati al centro della sua ricerca di storica e della sua riflessione. Ha saputo coniugare ragioni e sentimenti scrivendo una nuova storia politica. Nuova certamente perché protagoniste erano le donne, i loro movimenti, ma soprattutto perché le vite, l’esperienza umana dell’essere nate donne non si separava nella sua scrittura e nel suo insegnamento dalla storia delle idee e dell’agire pubblico.
C’erano in questo anche il suo modo di vivere il femminismo e la scelta di “dare forma al silenzio”, come ha voluto intitolare la raccolta dei suoi scritti di storia politica delle donne.
Ora vengono i giorni del lutto, il confronto con la perdita dell’amica, l’indugio doloroso e solitario sui personali e intimi ricordi.

Ma subito continueremo, tutte noi che da te abbiamo imparato, la riflessione sulla tua opera, continueremo a raccogliere dai tuoi scritti, continueremo, come anche tu avresti voluto fare, la ricerca comune. Il dialogo e’ inesorabilmente venuto meno, il discorso prosegue.

Elda Guerra

Donne, Lesbiche, Trans: se toccano una rispondiamo tutte

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DONNE, LESBICHE, TRANS: SE TOCCANO UNA, RISPONDIAMO TUTTE

Il racconto di Natalia di Marco, da “Non una di meno” in Argentina allo sciopero globale delle donne

Trascrizione dell’intervento tenuto per “Uteri senza Frontiere”, a cura di Orlando e della Favolosa Coalizione (Bologna, 16-17/12/2016).

Traduzione a cura di Susanna De Guio.

Sono Nati Di Marco, militante femminista, anticapitalista, docente, comunicatrice popolare dell'Argentina, di Cordoba. In relazione alla lotta per il diritto a decidere, a progettare sui nostri corpi e le nostre vite, in Argentina e in tutta l'America Latina abbiamo un'importante tradizione di lotta. Siamo Paesi che hanno attraversato secoli segnati dalle dittature militari, con una repressione e una violenza molto importanti, e che per molto tempo hanno fatto sì che si pensasse che le lotte delle donne e delle femministe dovevano occupare luoghi secondari nelle rivendicazioni dei movimenti sociali e popolari. Tuttavia, molte compagne che hanno militato negli anni '70, di sinistra, rivoluzionarie, e che sono state esiliate durante la dittatura in Argentina, e in altri Paesi, si sono nutrite, in esilio e in Europa, di altre esperienze femministe, e sono tornate negli anni '80 con un enorme impeto di trasformazione. Questo impeto in Argentina si è plasmato in quel che è stato il primo incontro nazionale delle donne, che si è convocato a Buenos Aires nel 1984. Oggi siamo già arrivati a 30 incontri nazionali, senza interruzione, anno dopo anno, in diverse città, e che sono spazi in cui confluiscono decine di migliaia di donne, lesbiche, trans, travestite, da diversi luoghi del Paese, ma anche dal resto del continente e da altri luoghi del mondo. Questa pratica di incontro, di costruzione collettiva, è riuscita a generare e ad aprire spazi di dialogo che hanno dato luogo alla creazione di campagne tanto importanti come è stata la campagna nazionale per il diritto all'aborto legale, sicuro e gratuito in Argentina, così come anche quella contro la violenza sulle donne. In questo senso noi pensiamo che questa questione degli incontri nazionali delle donne si intrecci con le pratiche ancestrali che hanno costruito le donne del continente, di formare reti solidali e tra amiche, tra vicine di casa e di quartiere, per appoggiarci, per accompagnarci di fronte alle situazioni più dure. Come per esempio quando decidiamo di interrompere una gravidanza in un contesto di clandestinità. Ma anche per formare reti tra amiche e vicine, tra compagne, di fronte a situazioni di violenza che attraversiamo quotidianamente come donne. Queste forme di organizzazione e di risposta, profondamente femministe, costruiscono a partire dall'orizzontalità, dall'affetto e dal corpo, e non solamente a partire dalle categorie razionali, politicizzano tutte le altre pratiche, confluendo in quelli che sono gli incontri nazionali delle donne. Nel nostro Paese queste campagne sono riuscite a generare un avanzamento del consenso sociale intorno al diritto all'aborto, nonostante continui a essere clandestino. In realtà solamente in tre situazioni è legale in Argentina:
- in caso di pericolo di salute o di vita della donna gestante;
- in caso di stupro;
- in caso di abuso di una donna che è dichiarata incapace.
A eccezione di questi tra casi in Argentina non si può accedere all'aborto legale. Tuttavia, nonostante il conservatorismo dei giudici, dei medici, di tutte le corporazioni e dei nostri governi, perché finora nessuno si è pronunciato a favore della legalizzazione di questo diritto, che è così importante per le donne, a livello sociale si sono aperte enormi brecce nel dibattito, con la possibilità di aprire il dibattito per il diritto all'aborto delle donne. Oggi la campagna è composta da sindacati, organizzazioni studentesche, organizzazioni femministe di donne, ovviamente, ma anche movimenti territoriali di tutti i tipi, che poco alla volta hanno cominciato a includere nelle loro agende e nei loro programmi non solo le rivendicazioni specifiche dell'aborto, ma anche altre rivendicazioni femministe. Tuttavia, nelle pratiche di questa campagna, che ha già 11 anni e va per i 12, è emersa anche la necessità di dare risposte in modo più coordinato alle donne che effettivamente, nel quotidiano, avevano bisogno di interrompere la loro gravidanza. La campagna si propone come obbiettivo principale la legalizzazione dell'aborto, insieme all'educazione sessuale e alla contraccezione, però sappiamo che, finché la legalizzazione non c'è, noi donne continuiamo ad abortire, e continuiamo a morire, in gran parte le più povere, per aborto clandestino. Quindi hanno cominciato a formarsi quelle che sono le reti di soccoristas, o le soccorristas en red, che sono le donne che danno soccorso. Sono compagne, e anche alcuni compagni, che si sono preparate e si sono costituite in rete, e che rispondono e accompagnano le donne che decidono di interrompere la gravidanza. Si occupano del diritto all'informazione, alla salute, che sono riconosciuti legalmente nel nostro Paese, così come in moltissimi trattati internazionali, e queste organizzazioni di soccoriste sono attive in moltissimi punti del Paese, accompagnano le donne che decidono di abortire. Nel frattempo si continua anche a dare battaglia sul piano politico: abbiamo letto il documento iniziale che avete condiviso per questa iniziativa, e anche in Latino-America l'aria sa di conservatorismo, e a sua volta di questa combinazione così particolare tra neoliberismo economico da un lato, e conservatorismo sociale dall'altro. Abbiamo misure liberali circa la privatizzazione, la riduzione dei finanziamenti nella salute, nell'educazione, nei programmi sociali, che sono accompagnate da forti alleanze del potere politico ed economico con la Chiesa. La chiesa cattolica, così vicina a voi, ma oggi tanto presente anche in Argentina, con la figura del papa, credo abbia fatto un danno profondo ai movimenti sociali argentini, ma anche altre chiese evangeliche, che hanno un inserimento sociale importante, continuano a costruire un discorso che è penalizzatore, è di colpevolizzazione delle donne. E a sua volta associano fortemente alla donna il mandato materno, in cui la si riduce al ruolo di riproduttrice, di incubatrice, e non di donna piena, desiderante, che potrebbe desiderare o no di avere un figlio. Anche questo si esprime attraverso molteplici misure economiche e politiche da parte dello stato. Dicevamo che stiamo attraversando un contesto nel quale avvertiamo un'ondata, a livello latino-americano, di governi conservatori. Questo non significa però che abbiamo avuto governi tanto di sinistra o ancor meno femministi prima, però avevano aperto margini in cui la pressione popolare, sociale e dei movimenti sociali, combinata con crisi economiche precedenti, molto forti, avevano fatto in modo che questi governi avessero bisogno, per garantire la loro governabilità, quindi la possibilità di seguitare a stare al potere, di dare alcune concessioni ai movimenti, che implicarono la partecipazione di alcune referenti in alcuni movimenti più vicini allo stato. In Argentina in particolare, questo si è manifestato in una certa quantità di leggi e di iniziative legislative, come è stata ad esempio la riforma del matrimonio civile per includere le coppie non eterosessuali, o la legge sulle identità di genere, pioniera nel nostro Paese, in quanto è una delle poche leggi che non fa dell'identità trans una patologia ma, al contrario, individua l'identità nell'autopercezione, in modo che la persona che vuole modificare il suo genere, nei suoi documenti come nel suo corpo, deve soltanto manifestarlo, senza passare attraverso test o esami medici e psicologici che la definiscono come una patologia, come una malattia. Si sono creati anche i programma “La salute sessuale e la procreazione responsabile”, “L'educazione sessuale integrale”. Sono tutte iniziative che sono state rivendicazioni storiche del movimento delle donne e femminista, e che si sono plasmate con forza negli incontri nazionali delle donne e nelle loro diverse iniziative in tutto il Paese, e che hanno potuto trovare questa forma, questo riconoscimento da parte dello stato. Questo non ha significato una garanzia piena dell'accesso, però ha significato che da parte del campo popolare abbiamo altri strumenti giuridici per fare pressione per la realizzazione di questi diritti. E in questo senso, come dicevo prima, l'Argentina ha un movimento nazionale di donne molto consolidato: in gran parte si deve all'incontro nazionale di mujeres che da 30 anni esiste e permette alle diverse associazioni di non restare isolate. Noi portiamo avanti in maniera coordinata le campagne e le azioni che in una maniera o nell'altra si riproducono nei diversi angoli del Paese con compagne che spesso non conosciamo, però ci posizioniamo insieme dietro ad alcune rivendicazioni e bandiere, e scendiamo in piazza tutte insieme, lo stesso giorno, a protestare e ad esigere i nostri diritti. Lì è dove si trova anche l'agenda femminista che abbiamo, che parte dall'otto di marzo, il giorno internazionale della donna lavoratrice, però che allo stesso tempo coinvolge il 28 di maggio, il giorno di azione per la salute delle donne, e il giorno dell'orgoglio Lgbt che in Argentina è in novembre e non è in maggio, per una questione di geografia e di temperatura, perché in maggio fa freddo. C'è poi il 28 settembre, il giorno per la lotta per il diritto all'aborto, che è il giorno latino-americano per il diritto all'aborto, che è stato instaurato nel 1990, e da quel momento ogni anno proseguiamo nel rendere più visibile questa rivendicazione, ogni volta con più “massività” e maggiori adesioni. C'è poi il 25 novembre, il giorno di azione e di lotta contro la violenza sulle donne, in cui ricordiamo anche le nostre amate sorelle miriabal della repubblica dominicana, in questa confluenza con la lotta politica contro la dittatura: sono state assassinate brutalmente per il loro carattere di donne irriverenti, che ovviamente davano molto fastidio al potere. Su questa costruzione storica, e su questa accumulazione simbolica e politica del movimento delle donne, si inserisce la “convocatoria” del 3 giugno, che è emersa nel 2015, a partire dalla necessità di rendere visibili una serie di femminicidi brutali, che realmente hanno creato una sensibilizzazione fortissima a livello sociale, e a maggior ragione in quelle di noi che già dedicano un'attenzione particolare a queste situazioni, e che hanno dato luogo a una convocatoria massiva per il 3 giugno dell'anno scorso, davvero di una dimensione impressionante, impattante, che io credo che generò anche molte contraddizioni tra di noi. Così come la massività ha emozionato, e credo che abbiamo avuto la sensazione di un lavoro che dava un risultato, perché il fatto che siano scese in piazza centinaia di migliaia di persone contro la violenza e i femminicidi è il frutto di un lavoro di diverse decadi, allo stesso tempo ha abilitato certe persone, responsabili di molte di queste violenze, che hanno potuto mettersi dietro alla stessa bandiera in maniera molto ipocrita. In ogni caso credo che l'anno seguente, al 3 di giugno abbiamo dato una nuova prospettiva, abbiamo reso più profondo il nostro discorso e le nostre rivendicazioni, e le abbiamo riempite di un contenuto molto più femminista. È stata di nuovo massiva. In questa costruzione del 3 di giugno, in questa parola d'ordine del “Non una di meno”, che ha attraversato il pianeta e che è stata ripresa in molti luoghi, dopo l'incontro nazionale delle donne di Rosario, di quest'anno, in cui siamo state circa 100 mila donne, e anche a partire dal femminicidio di una ragazza, Lucia, è nata la convocatoria dello sciopero delle donne, che per noi è molto importante a livello simbolico, perché quel che ha fatto è stato mettere in evidenza l'intersezione tra il nostro carattere di donne e di lavoratrici, e ha portato alla luce l'invisibilizzazione storica del lavoro delle donne, tanto dentro la casa come il lavoro retribuito e sottovalutato, in generale. Quindi questa rivendicazione come donne, ma anche come lesbiche, come trans e travestite, come lavoratrici invisibilizzate e violentate è per noi davvero molto importante, accompagnata anche da questa decisione di vestirci tutte di nero, che pure ha generato dubbi all'inizio, e che però ci ha permesso, durante tutto quel giorno, il 19 di novembre, di riconoscerci. Perché una prima di andare alla manifestazione o allo sciopero, andava a lavorare, a fare lezione, etc, e quando usciva in strada, incontrava un'altra vestita di nero, e si creava una complicità che non necessitava quasi di parole, però ci faceva riconoscere in questa protesta. Ecco, questo credo sia stato molto forte: ci siamo sentite molto felici di come si è moltiplicato in diversi luoghi. Una settimana fa parlavo con una compagna colombiana, e anche loro si stanno mobilitando moltissimo contro i femminicidi, perché appena giorni fa hanno sofferto il femminicidio e l'abuso di una bambina di sette anni, Giuliana, e lei mi raccontava che in Colombia hanno reagito in qualche modo prendendo come riferimento il “Non una di meno” argentino, e di come rapidamente c'è stata molta reazione. Hanno riconosciuto in questa forma di risposta tanto di questo esempio che si è generato a partire dalla pratica argentina, ed è bello che tra diversi Paesi e tra sorelle e popoli possiamo condividere questa pratica, e anche questo è qualcosa di molto forte da condividere con voi. In relazione a questo c'è una terza caratteristica che ha il femminismo latino-americano: noi diciamo che il nostro femminismo è antipatriarcale, ovviamente, ma deve anche definirsi anticapitalista e anche come anticoloniale. La nostra “via gialla” è segnata dalla ferita della conquista, che non fu solamente una conquista economica, ma anche la violazione del territorio e dei corpi delle donne, e in questa violazione brutale si generarono anche dominazioni nuove e nuove oppressioni. Per questo la nostra pratica femminista, nella nostra militanza, inevitabilmente deve essere legata anche alla nostra pratica anticapitalista e anche anticoloniale. In questo senso noi donne, lesbiche, trans, travestite, abbiamo preso sui nostri corpi moltissime lotte, che oggi hanno a che fare in gran parte con le lotte contro l'estrattivismo, contro questo modello economico che in realtà di nuovo non ha nulla e che continua a cercare di estrarre la ricchezza dai beni comuni, anche a costo della vita umana e della vita in generale di questi territori, costringendo a spostarsi e cacciando intere comunità, popoli, di fronte ai quali quelle che si sono opposte e che hanno esposto i loro corpi sono state in primo luogo le contadine, le donne dei popoli originari, che sono uscite a difendere il loro territorio, i loro fiumi. A questo proposito bisogna parlare oggi di Berta Caceres, che è stata assassinata il due di marzo per essere stata la referente della lotta contro la diga e la referente in consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell'Honduras. Berta ha esposto il suo corpo di fronte all'installazione di basi militari in Intibucá, nella sua zona, nella sua regione e per il suo popolo Lenka, ed è stata in prima linea con la sua presenza e il suo corpo per il suo popolo, e per questo ha perso la vita. Ieri ricordavamo in un programma radio che, se uccidendola speravano che l'avremmo dimenticata, hanno ottenuto l'effetto opposto, perché oggi molte più persone, in tutto il mondo, sanno chi era Berta Caceres, e se non lo sapete, cercatelo, perché vale la pena di conoscere la vita di questa splendida donna, e come lei ce ne sono molte altre. Per chiudere, una riflessione che per me è vitale, e che è continuare a costruire in rete, e continuare a sostenere il “Non una di meno” in ogni angolo del mondo, con questa idea che, se toccano una, rispondiamo tutte, e crediamo che questo sia di importanza vitale. In questa sorellanza, in questo accompagnarci, sentirci, in questo unire i corpi l'una con l'altra, accumulando questa forza per resistere a tutte le nostre oppressioni.

Dignità e prospettive di futuro per le donne richiedenti protezione internazionale - di Gabriella Cappelletti

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Il resoconto di Gabriella Cappelletti sull'esperienza personale e collettiva, con l'Associazione Orlando, all'interno del progetto BolognaAccoglie, o meglio nella ‘cura’ delle bambine, per caso solo femmine, che venivano con le madri, a lezione d’italiano presso il Centro delle Donne.