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La 194 e Amina Tyler di Giancarla Codrignani

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Domani 22 maggio fanno 35 anni di legge 194, sull'aborto. Non sto a rievocare le crudeltà sentite da maschi e dalle istituzioni e nemmeno il coraggio e la disperazione delle donne, sia quelle che, soprattutto le coniugate, per la prima volta denunciavano l'umiliazione, il ferro da calza e la morte, sia quelle che non conoscevano la proporzione di un fenomeno allora formalmente inesistente perché la doppia morale è la principale morale (mi spiace di dire "cattolica") di questo paese.

Vorrei ricordare il manifesto dell'aprile 1971 in cui donne francesi di qualche fama come Simone di Beauvoir si autodenunciarono per dire che il patriarcato non è sovrano del nostro corpo. Sorelle alle nostre spalle.
Non è finita. Sappiamo il ricatto dell'obiezione di coscienza e la valorizzazione talebana dell'embrione. La nostra dignità non è mai al sicuro.

Oggi - sapete che sono un po' matta - voglio farmi carico della rivolta di Amina Tyler finita in carcere a Tunisi perché è reato di immoralità esporre il seno in pubblico. Penso che una ragazza che vive a pochi chilometri dalla Sicilia e ha una mamma regolarmente laureata ed è vissuta liberamente in un paese normale e che, dopo le speranze della rivoluzione dei gelsomini, veda cadere a pezzi l'autonomia delle donne, ha due vie, se non vuole "subire": o spara o compie l'atto estremo della nonviolenza, denuda il peccato. Il topless non è un valore in sé; il seno sì. Se va bene da noi per moda, non può in nessun altro luogo essere impuro e criminalizzabile. Anche i salafiti sono stati allattati.

21 maggio 2013 - Giancarla Codrignani

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