SOTTOSOPRA

2° Appuntamento in Libreria

 

BREVI APPUNTI

11 Novembre 2009.

 

Tento di riportare i punti di vista più significativi delle partecipanti sulla base dei ricordi e di una registrazione purtroppo moto carente.

 

LUISA VICINELLI, che teme di perdere il valore della testimonianza e dell’esperienza di Laura che considera un punto fondamentale per raccontare l’attualità, sollecita altri approfondimenti. Ritiene che continuare ad interrogare quella situazione personale,economica e sociale possa aggregare altre giovani donne che la condividono. Comunque tenterà di coinvolgere gruppi e singole che ha già conosciuto in lavori comuni all’interno dell’Ass.ne Armonie. Porta la memoria del lavoro già fatto con gli incontri di Sconvegno, con la discussione sulla flessibilità, con le pratiche per “liberarsi dal lavoro” di cui non trova traccia nel documento.

 

RITA BORGIOLI mette in luce un aspetto positivo del documento che può servire  nella riflessione sul lavoro delle giovani generazioni: il richiamo ad un radicamento in se stesse non per bastarsi ma per trovare la ragione personale per rivolgersi altrove senza sottostare per forza ai ricatti che venivano raccontati.

 

PATRICIA TOUGH trova, a posteriori, un aspetto negativo dell’emancipazione  nella sollecitazione  all’omologazione al lavoro maschile, nell’affermarsi con una grande pretesa di competizione con se stesse. Infatti le crisi di panico sono tanto diffuse fra le ragazze proprio perché hanno introiettato delle aspettative indotte dall’esterno senza avere la consuetudine e il tempo di ascoltarsi, di scegliere.

Per cui è necessario che sia arrivato il momento in cui le donne possano ragionare sul significato del lavoro, quello in cui siamo già inserite comunque, ma che no sia l’omologazione al maschile ma che ci corrisponda.

 

MARGHERITA DONZELLI accenna ai lavori accettati per necessità alle cui frustrazioni o scontentezze si può trovare una compensazione impegnandosi in interessi per sé nel tempo libero. Come una ricerca per andare anche verso altro.

 

PATRICIA TOUGH e VANNA COSTANZINI sentono la carenza di tempi di collettività e partecipazione che non ci sono più. Paradossalmente le donne giovani( e gli uomini giovani) più istruite e con più strumenti intellettuali si trovano spiazzate e senza capacità di fronte alle difficoltà del lavoro e con poco senso della  necessità di lottare.

Si soffermano anche a considerare il tipo di socialità e di amicalità o di divertimento che spesso si forma su occasioni esterne come il condividere il lavoro, il consumo: lobbies di bassissimo rango nella scelta del senso e che non possono sopperire alla rassegnazione che viene con l’isolamento.

Dicono che sono empasse che non possiamo assumere come responsabilità di noi femministe. Piuttosto bisogna fare un riflessione sulla regressione in atto nel nostro paese sulle forme della società dove oramai dappertutto si adoperano metodi di controllo che una volta erano conosciute solo nel lavoro dipendente privato.

 

LAURA TESTONI. Mi è difficile prendere la parola perché nei vari interventi sento, anche da visioni in conflitto, qualcosa che mi appartiene e qualcosa che racconta anche la mia esperienza. Trovo questi incontri fondamentali perché si mette in moto dentro di me un processo di apprendimento e di formazione rispetto ad alcune lacune nel mio modo di ragionare e di esistere.

Con questo intendo dire che se dovessi guardare esclusivamente alla mia esperienza allora la mia situazione e le mie sensazioni si iscriverebbero interamente nel contesto descritto da Laura. Durante lo scorso incontro infatti mi sono rivista nelle sue parole, nei tratti reali con cui lei dipingeva il mondo del lavoro che ci viene presentato dalle istituzioni, dai media, dai genitori, dalle aspettative della società come utopisticamente ambizioso, ma praticamente ridotto a un numero di posti minimo e il più delle volte già occupato. Una prospettiva (quella della disoccupazione) tanto reale, quanto fomentata per creare paura, per creare competizionedistruttiva, e per creare “esclusione” darwiniana. Spesso non c’è nemmeno il tempo di chiedersi qual è il desiderio, valutare il merito; giacché hanno ceduto i nervi!

È proprio da questo vortice drammatico e apparentemente senza vie di uscita che mi sono accorta di stare diventando più una “malata immaginaria” che una donna lucida, che parte da sé, credendo in sé e dando significati all’essere e non all’avere come obiettivo determinante l’identità.

Di lì la dissociazione e la sofferenza tra me e quello che mi viene chiesto di essere e di diventare dallo sguardo altrui. Per me però era una contraddizione irrisolvibile, e l’implosione l’unica possibilità di disinvestire da un modello indotto, mai ragionato veramente in prima persona.

Per questo, durante il primo appuntamento del Sottosopra, io, come giovane, mi sono sentita dare delle risposte “sconvolgenti”. Pennellate di un mondo che non avevo mai visto. Mi sono resa conto che tutta la paura a cui si risponde con aggressività e disperazione è conseguenza della pressione che ci si sente addosso come macchine da produzione, fungibili. È in realtà un circuito vizioso indotto per impedire un pensiero più grande, a volte per rendere impossibile il costituirsi spontaneo di una rete di relazioni in dimensioni che sono di dominio della manipolazione.

Il mondo che mi sono sentita raccontare il 24 ottobre, o che ho letto nel Sottosopra è per me una epifania, una alternativa già sperimentata, che non mi è preclusa, ma che mi interroga. Rispetto a questa rivelazione io mi metto in rapporto di ispirazione e di gioia. E non è un fatto di “rassicurazioni” da parte delle “madri”; né è un fatto di “uccisione della madre” come responsabile, ma è per me l’opportunità dello sguardo rivolto a un modello. Non tanto da emulare come risposta assoluta, ma come possibilità di creazione di una consapevolezza di esistente, di realizzabile, di speranza.

Come se crescere, diventare donna (in generale e rispetto al lavoro che è per me estensione essenziale al mio divenire e all’essere della mia identità) significasse abbandonare illusioni, ma accogliere speranze coltivate dalla forza del desiderio che non si può abbandonare, smarrire o sminuire.

Perché la lotta e la resistenza del proprio sguardo non sono proiettate solo verso l’esterno per come si presenta, ma soprattutto verso l’esterno per come minaccia la nostra interiorità, come tentativo del primo di invadere la seconda. Occorre quindi spostare lo sguardo, senza credere in quello che vorrebbero farci credere, ossia che non ci sono alternative, che non c’è potere di incisione sulla nostra realtà.

Devo però dire che è stando qui in Libreria (nella rete di relazioni che abbiamo costruito); che è partendo da queste consapevolezze che inizio a poter prendere atto di conoscenze, e saperi che fuori sembrano essere stati cancellati ad arte e che in una vita di “scolarizzazione” non ho mai incontrato nemmeno per caso.

Di qui mi viene da pensare che sia proprio a partire dall'istruzione tradizionale che vengono inculcati concetti, parametri, categorie di pensiero su cui si cresce fintanto a credere che sia possibile vivere solo in questa disperazione, e in questo senso di perdita. Purtroppo questa è la caratteristica primaria del mercato del lavoro.

Nella mia personale esperienza lo studio è dall’infanzia il mio veicolo di libertà. La possibilità dello studio mi ha fatto sentire “potente” e “ricca”. Attraverso la cultura passava la percezione della mia integrità e dignità come individuo. Al termine del ciclo delle superiori mi sono sentita dire che “io avrei potuto fare qualsiasi cosa io avessi voluto” corroborando un’immagine di me infallibile o comunque proiettata alla chiarezza di intenti e alla schetizzazione perfezionistica della mia figura tale da rendere facile e indolore qualsiasi scelta sul futuro. Invece, arrivata all’università, mi sono scontrata con i miei limiti, con ciò che per indole non potevo accettare né come “corpo pensante” né come “mente addomesticata” da anni di modelli egocentrico-ambiziosi. Inizialmente ho provato a produrre come e quanto mi veniva richiesto, ma dopo qualche mese di indolente adeguamento ero in panne: schiacciata dal fatto che l’espressione di me stessa era incompatibile col metodo e con la pretesa di “affiliazione” alle regole formali e sostanziali dettate da un sistema che non ho mai apprezzato né tanto meno accettato.

Questa negazione corrispondeva per me all’automatismo di sabotarmi, non di esserci di più e con desiderio di lasciare la mia impronta. Sentivo inconciliabile le due sfere. Io e il sistema. A quel punto la mia fragilità non ha saputo trovare strumenti per imprimere una risposta diversa, una reazione diversa alla mia esistenza, al mio modo di intendere e di affrontare le cose. Il panico, il senso di impotenza e di autosqualificazione hanno preso il sopravvento.

Insomma, paradossalmente, privilegiata da anni di studio e disciplina, consapevole delle mie capacità, già proiettata verso un’immagine lavorativa fulgida prima ancora che verso me stessa...non ho saputo opporre alcuna reazione costruttiva a quanto mi stava capitando pensando appunto di essere in un vicolo cieco, senza via d’uscita. L’unica cosa che sentivo rimanermi era la resistenza e la volontà di non mollare perché sapevo che avevo il dovere di ascoltarmi. Ma aspettavo anche la rivelazione di una strada percorribile per disporre diversamente della mai vita e non solo soffrirne (a un certo punto in modo vittimistico).

In questo non ho avuto modelli. Sicuramente la mia famiglia mi ha sempre mantenuta permettendomi di “specializzarmi”, si è sempre opposta alla mia volontà di fare piccoli lavoretti per vedere cosa significa essere retribuiti e cosa significa dover accettare un’occupazione al di sotto delle proprie aspettaive (volantinaggio, call center, fiera: lavoretti sottopagati e snervanti che poco hanno a che fare con espressioni creative dei propri studi) sul presupposto che così facendo avrei avvallato un sistema di sfruttamento che è poi la “moderna forma di schiavitù”....  ma se da un lato hanno adottato questa lungimirante politica, dall’altro mi sollecitavano verso aspettative mastodontiche che secondo loro, proprio in virtù della mia educazione e del mio studio, non potrei disattendere. L’influenza di questa polifonia confusa rende inevitabile, talvolta, la collisione tra noi e la realtà. È una trappola in cui noi giovani involontariamente, ma disarmati rischiamo di arenarci.

Il Sottosopra e le sue elaborazioni danno spazio, invece, a un momento di presa di coscienza dell’esistenza di altre realtà, altre esperienze, altre possibili risposte, all’affermazione felice “che c’è anche qualcos’altro!”; che “c’è anche un altro modo”!

Per questo, e concludo, io penso due cose: la prima è che questo Sottosopra sia fondamentale per rinnovare la discussione sul lavoro mostrando la sapienza di anni di elaborazione, di storia, di esistente. E penso che sia prezioso ciò che è emerso qui a Bologna, ossia lo scontro generazionale dal quale però si può instaurare una relazione genealogica attraverso cui comunicare e continuare insieme. Il conflitto ci sarà, ma attraverso la differenziazione, che non spaventa ma arrichisce, saranno possibili quei ponti di trasmissione, di sapienza e di consapevolezza che non devono disperedersi, ma essere raccolte e ancora una volta impiegate per modificare sé e il mondo!

Per questo vi ringrazio: perché so di muovermi già diversamente all’università, come nel lavoro, come in famiglia.

Se è vero che ognuno vive come sa, ora io so di più e questo spero sia di buon auspicio perché non si perda vigore nella voglia di continuare a confrontarsi, seppur nel contrasto tra madri e figlie.

 

Immagina che questa politica morta , che vedi intorno a te, venga infine sepolta e faccia spazio a qualcosa di nuovo che si alimenta della vita narrata da ogni persona.

 

 

Infine ci diamo appuntamento per lunedì 23 novembre dalle ore 20,30 alle 22,30 ( ultimo appuntamento infrasettimanale per poi passare di nuovo ai pomeriggi del sabato) per una discussione che parta dalla LETTURA del documento.