Libreria delle Donne Bologna 31 ottobre 2009

Giannina Longobardi - Vita Cosentino (a cura di)

La vita alla radice dell’economia

Ediz. MAG

ALESSANDRA CASARINI  Salutiamo i nostri ospiti*

Vorrei fare  la storia di come, costruendo a poco a poco la libreria, ci siamo sentite coinvolte nell’esperienza di un’economia di tipo sociale. Fin dall’inizio  siamo state seguite, aiutate, indirizzate sia economicamente sia fiscalmente sia come capacità relazionale dalla Mag di Verona che è una società di aiuto alle imprese di donne,  soprattutto, e che ha progettato il seminario da cui è nato il libro. Con loro siamo  cresciute  da un punto di vista di consapevolezza sia nel nostro fare commerciale sia nel nostro fare relazionale.

Nella nostra storia c’è  stato un passaggio importante. Tempo fa abbiamo presentato i libri editi dalla Mag e in quella occasione Paola, che è stata la libraia per molti anni, con il suo intervento ci aiutò a fare una scelta meglio definita. Allora noi ci dibattevamo  tra le difficoltà economiche e commerciali della azienda, fra una fatica di organizzazione e la soddisfazione di fare volentieri le cose insieme; ragionavamo sulla nostra attività che c’entrava sia col dono che con il commercio dei libri. Paola puntò lo sguardo su una contraddizione che fa parte delle economia sociale e cioè il voler considerare il denaro secondario rispetto a quel che c’e di più importante cioè la relazionalità  sapendo però, nello stesso tempo, che lo stesso denaro a volte, o spesso, o in momenti particolarmente  importanti può venire a mancare e quindi il denaro  aveva bisogno di uno spazio più importante  per essere ripensato. Questa sua osservazione  importante e ben indirizzata, capace di dire una verità difficile, ci ha fatto fare un salto di qualità e grazie a lei ci siamo inserite in una ricerca più precisa di economia. In questo contesto abbiamo avuto la fortuna di incrociare Mag, e la Libera Università dell’incontro (oltre a Giannina oggi è presente anche Letizia Bianchi che ne è co-fondatrice) e le altre realtà che hanno costruito questo seminario, che da anni ragionavano attorno ai concetti di  una economia che privilegia la  costruzione sociale.

Quindi abbiamo  avuto il vantaggio di questo guadagno. Così il seminario è stata l’occasione di un incontro di tante voci anche dissonanti che pur parlando da esperienze e con linguaggi diversi hanno potuto mettere in comune il tentativo di fare il punto della situazione per ricominciare da capo, secondo me.

Il ricominciare da capo dal mio punto di vista parte dal linguaggio delle donne. Il  linguaggio è un guadagno che le donne hanno fatto dal femminismo in poi. Quindi nonostante si ragioni molto di economie diverse e molti siano anche i tentativi di sperimentazione ( considerando anche  quello che succede all’economia negli ultimi tempi),   secondo  me nella pretesa che l’economia veramente si differenzi manca l’attenzione a quello che le donne sperimentano e pensano  della loro economia. Ecco perché questo libro lo si è intitolato richiamando l’economia come  governo della casa. Con un linguaggio che cerca, per dire una realtà, una esperienza, una vicinanza di corpo  e di mente: quello che accade quotidianamente a ciascuna di noi. Un linguaggio che parla della realtà delle relazioni e che cerca di individuare, col linguaggio, nel governo della casa qualche cosa che sia una specie di indirizzo; forse la definizione  è ancora lontana da quello che effettivamente succede all’interno di una casa, forse ci sono ancora parole da inventare, forse necessita ancora una narrazione su come si manifesta la quotidianità: come si manifesta negli sforzi benefici per la vita dei componenti, cosa rappresenta l’attenzione ai bisogni  di tutte e di tutti in una interdipendenza dove la vita e la cura della vita vanno insieme al principio che li guida. Quindi questo orientamento, secondo me, è ancora un linguaggio che fa lo sforzo di dire. Anche se c’è tanto di costruito. Per quel poco che conosciamo tanto è già stato costruito: imprese sociali,  non solo di donne, che soprattutto ragionano di come hanno già costruito nella contrattazione con se stesse e nel lavoro, nelle relazioni con le altre, con i bisogni e con i servizi sul territorio. Tanto c’è  da dire su questo e anche sulle difficoltà attuali come per es. rendere  lavoro quello che una volta era considerato un legame affettivo interno ai rapporti famigliari, senza dare  per scontata la gratuità delle donne ma senza renderlo asettico e distante.

L’incontro a cui abbiamo invitato la prof.  e il prof. Zamagni è una pretesa in più. Desideriamo che questa esperienza che è la ricerca di donne che con l’economia hanno a che fare comunque nella loro vita e non se ne sottraggono, diventi il paradigma che definisce l’economia. Abbiamo voglia  che l’economia faccia un giro di trecentosessanta gradi per cui anche quello che succede in libreria, il dono del lavoro, misuri il resto del lavoro, il resto delle economia. Così come le donne che hanno vicinanza sia con le quotidianità che con l’aspetto economico possano far diventare umana una scienza che negli ultimi tempi ha dimostrato tutta la sua incapacità. Desideriamo incontrare chi ricerca e chi ha questa esperienza per questo motivo. Le donne stanno ponendo problemi radicali faticosi  che non si possono più eludere.

 GIANNINA LONGOBARDI Cercherò di essere breve anche perché l’ interesse maggiore è per i pensieri e le reazioni di chi ha letto il libro e aiutato a metterlo in piedi. In effetti qui sono presenti Letizia bianchi e Loredana della Mag che con me e Vita Cosentino hanno seguito l’iter della riflessione che è sbocciata in questo convegno che è del 2007 e che è diventato poi questo libretto che raccoglie gli interventi. Sono grata a Mag di Verona che ha avuto il coraggio di aprire l’incontro a persone  molto diverse e di aver avuto la fiducia  che da persone differenti potesse uscire qualcosa di interessante; questo è stato sia nel paio d’anni di preparazione  che nel convegno stesso. Rilancio solamente due temi oggi. Uno quello che emerge dalla relazione di Ina Praetorius - lei ha rielaborato ancora questo suo intervento su Via Dogana con un articolo dal titolo Economia della natalità -.

Quello che riprenderei brevemente del discorso di I.P. è la definizione dell’ essere umano come essere dipendente e quindi una contestazione esplicita del  modello di maschio adulto indipendente produttivo e autonomo che sarebbe l’homo oeconomicus  rispetto al quale  viene pensata  l’ economia.  Quindi mettere al centro la vita e la dipendenza e l’ambiente umano all’interno del quale è possibile che la vita nasca e  cresca e si mantenga, rappresenta un rovesciamento di prospettiva mentre noi ci siamo abituati negli ultimi secoli a pensare l’economia come sfera indipendente rispetto alla quale si piegano realisticamente tutte le nostre scelte di vita per cui è il mercato che detta, ingovernabile. La proposta molto decisa di I.P. è la pretesa di un primato del politico contro la presunta indipendenza dell’economico e del mercato. Che cosa vuol dire primato del politico?

Chiaramente quando I.P. che è molto vicina al pensiero politico delle donne parla di politica, parla della ricostruzione di un governo potremmo dire ”dal basso” attraverso la saggezza del pensiero dell’esperienza, del pensiero della vita quotidiana che dovrebbe riuscire a dettare i criteri della scelta della vita comune. E quindi non è il politico inteso come l’intervento dello Stato. Del resto qui l’unico economista che era presente al convegno, Bruno Amoroso, fa un tratteggio e una breve storia degli ultimi decenni dalla quale appare che se noi pensiamo il politico  come Stato, in realtà viviamo in un sistema in cui gli stati nazionali sono del tutto subordinati e impotenti rispetto a queste leggi economiche. Quindi fanno solo un intervento di adeguamento a parametri che sono scelti altrove. Ho trovato che il pensiero della Praetorius  e di Amoroso che pure partono da storie diverse tendono a incontrarsi perché anche Amoroso finisce dicendo che bisogna ricostruire il mercato pre-capitalista, ossia dipendente dalla comunità. Come IP dice, un governo dell‘ambiente domestico come governo della casa, una casa pensata come cosmo. Anche Amoroso dice che l’unica via per riportare al centro la solidarietà, la comunità,  il governo dei beni comuni è ricostruire  un mercato controllato dalla comunità locale.

Accenno anche a un piccolo scontro che c’è stato tra Praetorius e Amoroso intorno  proprio al ruolo  della storia delle donne. Amoroso dice che abbiamo in realtà distrutto l’ambiente famigliare. Ma ha poi confessato che l’unico femminismo che conosceva era il femminismo dell’emancipazione,Sviluppista” o femminismo di Stato, come lo chiamiamo noi. Ideologia della parità che pensa che il nostro unico desiderio sia essere come gli uomini e quindi non occuparci più dei bambini e rincorrere un unico modello dato. I.P.  però riprenderà dicendo che probabilmente nella nostra ansia di libertà non abbiamo capito che andavamo a lasciare non messo in discussione questo  sistema che separava l’economia dalla vita domestica. E la dava come presupposto. Da queste posizioni voglio anche dire che tra le donne  questo libretto ha dato una spinta interessante ad andare avanti e nell’ ambiente femminista  milanese per esempio, si è andati avanti. Nel numero di Sottosopra sul lavoro ad es. di Ottobre 09 e il numero di Via Dogana sulla crisi è stata ripresa questa idea della Vita alla radice dell’ economia, che, detta in modo più chiaro, è Primum Vivere.

LUISA BRUNORI Grandissimo interesse per questo libro tanto che ho pensato che lo voglio portare al mio prossimo    corso che si intitola Comunità e Beni Relazionali. Adatto, mi sembra, anche a un seminario misto. Economia e psicologia. Ora questi beni relazionali gli economisti li stanno valutando. Infatti  c’è tutta una serie di gesti della quotidianità che non sono mai stati considerati come oggetto della economia. Allora questo è il primo pensiero che mi viene. Non faccio un discorso costruito ma vorrei darvi alcune delle mie reazioni leggendo questo libro, una specie di libera associazione.

 Da un lato per es. c’è un’ espressione siciliana fare alla fimminina vuol dire occuparsi della quotidianità delle cose, occuparsi delle soluzioni un po’ originali e creative perché il budget è risicato; una espressione ambigua valorizzante e svalorizzante.  Nel libro ci sono dei passaggi in questo senso: cosa spetta alle donne nella famiglia,. Una prima sollecitazione interna a questo termine, femminina che allegherei al concetto dell’economia degli affetti che cita Amoroso,  è quello del tener i rapporti con il vicinato. Ai Sassi di Matera si chiama Vicinata quel che corrisponde, nello spazio abitato, alla fontanella. Lì cominciano le relazioni che vanno al di fuori del chiuso famigliare, che apre a una comunicazione che è quella della condivisione dell’acqua. Quando si parla di queste cose, vediamo le somiglianze con il cosiddetto Terzo Mondo: mi dedico per studio al microcredito, e vado spesso in Bangladesh che  è un luogo straordinario. Quando vado là mi accorgo della sua identità forte, quella agricola dalla quale proveniamo loro e noi. Anche la signora sarda che ha riorganizzato una comunità a partire dalle risorse lasciate libere dall’ industrializzazione.

C’e questa idea che per tornare a una vita decente si debba tornare a una sorta di arcaismo agreste che aiuta a trovare un’ identità più legata a quella di una vita di  cui abbiamo tutti bisogno, cioè anche alla fisicità. Mi è venuto in mente il film 2001 odissea nello spazio. Mi sbaglio o era un film che proponeva di mettere insieme altissima tecnologia e vita agreste? A me pare di ricordare  così e se così è perché non immaginare che possiamo utilizzare i frutti della industrializzazione? Ha dato  certamente dei vantaggi ma ha anche  rovesciato  le regole del vivere, i  rapporti tra le persone. Perché non utilizzare al meglio quel  che la rivoluzione industriale ci ha potuto offrire in una forma che non sia disumana.  Ecco che vengo alla storia dell’ homo oeconomicus. Assistevo a un  lezione di economia costruita su un esercizio pratico. L’esercizio e l’esercitatore volevano dimostrare che date alcune condizioni l’homo  si sarebbe comportato in un certo modo. Insomma la profezia che poi si avvera. Ascoltavo ma il mio era un ascolto da donna e ho pensato: “Ma questo lo dici tu. Io non mi comporterei  cosi. Sono un essere diverso”. Era un prepensato, un pregiudizio il suo.  O una base per creare le condizioni per cui la profezia si avvera, proprio là dove non si capisce più dove cultura e manipolazione si intrecciano.

Quando racconto la storia del microcredito faccio l’ osservazione che il Pil  è il valore frutto della relazione tra quel che si produce e quel che si consuma. Ma ci sono anche altri indici, la speranza di vita, l’istruzione, l’ambiente. Cose che sono alla attenzione trepidante di tutti.

C’é qualcuno che ha stabilito che in questa casa mondiale ha il diritto di stabilire le regole, la cultura politica e non la natura. Ma se guardiamo agli studi che applicano il microcredito ai pazienti psichiatrici vediamo  grandi risultati.

Altre  ricerche che vedono nella  bulimia una manifestazione di un disordine  delle emozioni. Allora se la bulimia è il frutto del bisogno di riempire vuoti quello che manca sono le relazioni.

Università libera cosa vuol dire? che quella ufficiale é occupata dal mainstream. Un signore pessimo. Le risposte che gli economisti hanno dato alla Regina di Inghilterra (a proposito della mancata previsione della attuale crisi economica) sono insufficienti. I temi di cui noi oggi trattiamo devono tornare nelle aule delle università, nelle pratiche di insegnamento. Le novità di questi pensieri devono tornare nell’università con un osservatorio su quello che sarà il futuro dei giovani. Da qui lancio la proposta di fare un seminario per portare questi ragionamenti nelle città universitarie.

STEFANO ZAMAGNI Questo è un libro di autori diversi. Non sono poche le contraddizioni che ho notato e dal mio punto di vista  è una cosa positiva. Se si cerca una tesi unica non la si trova e ci sono almeno tre posizioni diverse.

In particolare: è stato ricordato il contribuito di Amoroso che  critica il mercato capitalistico provenendo dal pensiero marxista; se c’è un pensiero antifemminista è quello marxista. Chi legge Marx si ricorda della sua considerazione delle donne.

Il problema della donna nei sistemi anche non capitalistici si è aggravato. Non possiamo associare il femminismo al capitalismo. La critica di Amoroso al mercato è vera solo se ci mettiamo l’aggettivo  capitalistico  e purtroppo tutti gli economisti del mainstream non considerano gli altri mercati ma vi ricordo che c’è un mercato civile che nasce molto prima del capitalismo. Questi economisti fanno partire le loro analisi dalla metà del Settecento. Il mercato è nato del Trecento e non era capitalistico. E’ altresì pericoloso parlare oggi di un mercato controllato dalla comunità. Secondo me é un nuovo modo di asservire la donna. Bisognerebbe stare attenti ai falsi amici, quelli che poi vi fregano .

La scienza economica è in crisi di transizione. Viviamo un’ epoca di profonda crisi come alla fine del ‘700 quando Adam Smith fece la sua prima analisi sul mondo economico. E’ in questo momento dunque che è massimamente  importante l’intervento del pensiero femminista perché quando il pensiero è forte non si può attaccare. Quando il pensiero è in crisi è possibile invece entrare nella cittadella del mainstream e cercare di modificarlo.

 Tre sono i pilastri che questo scritto mette in conto.

Primo La lenta trasformazione dal principio di negoziabilità al principio di vulnerabilità all’interno della riflessione sul Welfare State. Ina Praetorius lo chiama essere dipendente. Ritengo più corretto parlare di vulnerabilità perché la vulnerabilità include quello di dipendenza mentre non è vero il contrario. Il punto é che il Welfare State, com’é attuato fino a tempi recentissimi, ha come principio regolante  il principio di negoziabilità che rinvia al concetto di contratto sociale (Hobbs, un antifemminista !). Eppure siamo andati avanti pensando  che fosse il fondamento. Il modello di WS è in crisi non  per la mancanza delle risorse, (risorse /monetarie): di risorse monetarie ce ne sono troppe, invece. E’ in crisi perché il fondamento teoretico è sbagliato. Il principio di negoziabilità dice che i servizi sociali devono essere assicurati a coloro i quali sono in grado di negoziare il contratto sociale. E se uno non è capace? E’ oggetto della compassione o pubblica o privata. Ed è chiaro che in questo le donne sono fuori perché non sono capaci di negoziare. Mettere invece il WS sul fondamento del principio di vulnerabilità si rovesciano le cose perché tutti lo sono …anche gli immigrati lo sono mentre invece non sono soggetti capaci di negoziare perché non sono cittadini. Quindi se mettiamo il WS sul principio di cittadinanza ad es. gli immigrati, gli handicappati, le donne stanno fuori perché sono meno capaci di negoziare perché per negoziare nel contratto sociale bisogna avere un’alta propensione al rischio ma soprattutto non bisogna avere scrupoli morali. Le donne hanno scrupoli morali, perché negoziare vuol dire fregare quindi non ne sono capaci.

Molti, in giro per il mondo oggi, si rendono quindi conto dell’importanza di ridefinire le fondamenta del welfare che deve fondarsi sul principio di vulnerabilità e rispetto a questo il pensiero femminista è già molto più avanti.

Secondo La via di accesso alla rifondazione del discorso oltre che della pratica economica riguarda il problema della organizzazione aziendale. Nel 2006 il parlamento norvegese ha approvato una legge, che poi è stata seguita da altri paesi europei, in base alla quale i consigli di amministrazione delle imprese private quotate in borsa devono avere almeno il 40% di donne e se un’impresa non assolve a questo vincolo viene decretata fallita d’autorità. Ora la domanda viene spontanea: perché i norvegesi per primi l’hanno fatta?. Sappiamo che il paese è piccolo e quindi è più facile prendere certe posizioni ma la ragione  è stata di natura economica. Non di natura moralistica, ma perché hanno scoperto che in epoca post fordista, com’è l’attuale, l’organizzazione d’impresa è completamente diversa dal modello taylorista e in particolare deve esibire una forte propensione verso il senso di equità ed in questo le donne sono molto più avanti degli uomini. Cioè le donne hanno un più marcato senso di equità e siccome oggi per governare meglio l’impresa bisogna instillare  tale principio a livello di organizzazione ecc.. ergo le donne sono più capaci degli uomini nel gestire le imprese, quelle però post fordiste. Tutti gli studi recenti di teoria dell’organizzazione mettono in evidenza un vantaggio comparato della donna rispetto all’uomo e su questo bisogna fare leva.

Terzo  Riguarda il tema della felicità, accennato dalla prof. Brunori. Il paradosso della felicità di  Richard Easterlin (1974) oramai molto conosciuto, dice che se si mette in ascissa  il reddito pro capite  di una popolazione, in un certo periodo di tempo, e si mette in ordinata l’indice sintetico di felicità si ottiene una curva che ha forma di parabola prima crescente e poi decrescente. Ciò vuol dire che oltre un certo livello di reddito pro capite (in America è stimato nell’ordine di 32.000 dollari all’anno a testa), ulteriori aumenti di tali redditi invece che aumentare la felicità del singolo la diminuiscono. Per produrre più reddito si devono, evidentemente, tagliare i legami interpersonali e non si riescono a beneficiare dei beni relazionali e siccome la felicità di noi esseri umani, uomini e donne, è molto più legata ai beni relazionali che non a quelli materiali ecco come si spiega tale paradosso.  Per i primi anni il suo autore venne deriso dagli economisti dell’epoca; ora invece si capisce che interroga fortemente sulla legittimazione sociale dell’attuale modello di sviluppo. Infatti le persone si chiedono qual è il senso del lavorare di più, essere più produttivi,più efficienti se alla fine anziché essere più felici  lo si è di meno. Se la ricchezza non è più correlata alla felicità qual è la direzione che guida se accumulando più beni materiali la felicità diminuisce (ed è  già  dimostrato anche statisticamente).

Concludendo queste sono tre vie di accesso in cui  il pensiero femminista può entrare  nel discorso economico e scardinarlo dall’interno. Nei fatti il vecchio femminismo, come si accennava già prima, non è arrivato allo scopo perché pretendeva di scalzare o di distruggere “la cittadella” dall’esterno. Bisogna scardinarla dall’interno cioè andando a vederne i fondamenti e le tre indicazioni cui  accennavo sono i tre principali modi con cui è veramente possibile incidere e modificare alla radice. Ovviamente questo non avviene a costo nullo. Bisogna impegnarsi non più in rivendicazionismi vari che ottengono solo l’effetto contrario. Le donne hanno il vantaggio di alzare il livello del dibattito; non solo, ma l’onere della prova per chi volesse negare la loro validità starebbe proprio in chi nega. Vi assicuro che non può succedere perché i fatti parlano da soli oltre alle categorie di pensiero. Invece tentativi di fuga come quelli di ritornare alla comunità ecc.. ecc.. ribadisco sono pericolosissimi. Amoroso lo stimo moltissimo ma sbaglia, in buona fede ma sbaglia,  perché vorrebbe fare tornare indietro la storia come se il tempo, pensato nella tradizione greca, si presentasse come un circolo che ritorna invece che un kairòs, che procede in avanti, come nella tradizione ebraica. I tempi sono maturi per tentare.

DONATA BELLOTTI  Sono Responsabile  delle Cooperative sociali di Lega Coop di Bologna. Mi interessa la discussione di oggi perché vorrei aggiungere degli elementi su cui ragionare. Nel servizio che  eroghiamo per le svariate forme di assistenza a persone svantaggiate il lavoro si caratterizza come un lavoro che vende relazione. Svolto in massima parte da donne è comunque remunerato poco. E’un lavoro importante, tanto che se a Bologna non ci fossero le cooperative sociali, credo che la città si bloccherebbe. Viene erogato un pezzo di welfare  che consente di poter andare a lavorare, andare a scuola. Ci interessa acquisire idee, anche studi che ci facciano avere una visione diversa dalla nostra tradizionale che nasce da una legge. Sappiamo che al di là di come ci definisce la legge il lavoro si svolge perché le persone relazionano fortemente con quella che noi chiamiamo utenza; quindi siamo fortemente interessati a visioni anche nuove che ci diano nuovi spunti di interpretazione e di sviluppo di quello che stiamo facendo. La Cooperazione sociale a Bologna è l‘unico settore in cui ci sono presidenti donne e negli ultimi anni è stato un settore in forte espansione. Ha avuto uno sviluppo molto forte e anche se è vero che le risorse destinate al Welfare non sono calanti ma forse non sono espandibili.

In un assetto come questo noi diciamo che l’ottica bisogna cambiarla. Posto che la vulnerabilità, come dicevi tu, è universale e  pensando  a una Bologna che ha un buon livello di servizi,  sono convinta che  bisogna cambiare ottica prendendo come concetto di orientamento l’equità. Partendo da qui  pensiamo che chi più ha più deve dare. Sappiamo che questo comporta sicuramente dei cambiamenti di visuale politica ma penso che le donne di questa città hanno necessità, per l’alto tasso di occupazione  che mantengono, abbiano bisogno e necessità di mantenere alti i servizi…. Vediamo le donne, le famiglie in pena ora davanti ai tagli della scuola…

LOREDANA ALDEGHERI    Mi aggancio subito ad una tua definizione iniziale. Mi ha colpito l’esordio con cui hai detto “vendo relazione”. Direi che bisogna cambiarla questa parola anche se la capisco soprattutto pensando al lavoro prezioso che fai. Anche noi alla Mag quando pensiamo a come  definire quello che facciamo diciamo che ci occupiamo di economia sociale, operiamo nell’economia sociale,  cioè  anche noi vogliamo tenere presente il denaro e orientarlo in modo equo, però anche l’attenzione  al linguaggio può aprire un mercato diverso. A me piace l’idea di un mercato  più grande di quello tipo capitalistico che ci ha alienato, strozzato. Penso che l’economia sociale possa ambire a un mercato più grande senza marginalizzare il mercato. Tener viva l’idea che l’opera nell’economia sociale è più grande, il lavoro di cura è più grande e a questo serve un diverso linguaggio.

GIANNA CANDOLO  Volevo precisare tre cose.

In riferimento a quello che viene definito femminismo di stato e che io chiamo dell’uguaglianza o mimetico. Leggendo sui giornali le cronache di quello che stava succedendo nella grande  crisi economica in cui siamo, mi hanno colpito alcuni studi fatti in Nord America, che è un paese ad emancipazione riuscita, in cui hanno rilevato che alcune banchiere lo avevano previsto  e addirittura non avevano esposto i propri  correntisti ai rischi delle altre banche. Allora in questo esempio mi sembra ci fosse la dimostrazione che qualsiasi femminismo emancipatorio e mimetico si scontra con il corpo. (… avevano fatto delle prove sul testosterone…) Capisco anche da questo che ci vuole molta attenzione al linguaggio e anche al cercare fra le notizie che ci sovrastano quelle meno usuali per guardare con uno sguardo fuori dallo stereotipo, che esca dall’omologazione.

L’altro discorso è il domestico. Ascoltando l’altro giorno Nadia Urbinati mi ha molto colpito una cosa che lei ha detto e che mi ha fatto pensare alla situazione di confusione che c’è oggigiorno rispetto al pubblico e al privato. Siamo immersi nel pubblico del privato di alcuni per cui il presidente del consiglio si permette da casa sua l’accesso con una telefonata in una trasmissione televisiva pubblica. Questa è una perversione che non ha niente a che fare con il tentativo che hanno fatto e che stanno ancora facendo le donne di portare il domestico, quindi le passioni che si creano nel domestico, sulla scena politica. In questo c’è un improvviso rovesciamento.

L’altra cosa sono le cooperative. Io lavoro da trent’anni nel servizio sanitario pubblico. Ho visto tutta la storia a Bologna e in Emilia Romagna soprattutto ho visto quello che è successo nelle cooperative. All’inizio erano poche, forse c’era solo l’Anffas,  poi ne sono nate tantissime in concomitanza con la dismissione da parte del Comune che ha cominciato a subappaltare i servizi. All’inizio erano coop. ve con operatori, con educatori che erano abbastanza capaci poi è incominciato il ribasso, sono iniziate le aste perché è iniziato il voler risparmiare. Mi chiedo come sia possibile l’attenzione alla socialità  con queste modalità, con queste categorie economiche pervasive che anche una regione a welfare avanzato e con idee solidaristiche come la nostra continua ad attuare.

GIANANDREA FRANCHI  Mi sembra che il titolo del  libro di cui si parla oggi “La Vita alla radice dell’Economia”è esattamente il contrario della dinamica attuale inarrestabile che si muove  sulla morte e la distruzione. II libro di oggi vuole aprire una crisi radicale nell’economia  facendo esattamente il contrario cioè facendo sì che il senso della vita sia dominante mentre nell’economia domina il senso del profitto che appunto porta alla morte. Il senso della vita inteso come guadagno, come arricchimento come possesso di beni o più precisamente come possesso di merci che è la stessa cosa.  Quindi il titolo di questo fascicolo contiene la contraddizione radicale del nostro tempo che non è facile affrontare, però pone il problema se continuiamo così con l'economia, con il profitto che dirige la vita stiamo andando verso la morte. Credo anche che il pensiero delle donne sia stato l'unico che si è posto il problema in questi termini e l'ha fatto perché viene da un'esperienza del corpo totalmente diversa da quella maschile. L'esperienza maschile  tende a considerare il corpo come una forza che lotta contro altre forze quindi tende a vedere il mondo come un insieme di materiali da conquistare e da possedere. Il pensiero delle donne, come dice bene Ina Paetorius, tende a vedere il mondo come una casa, un ambiente che va curato, protetto, amato perché non c'è una scissione tra la vita delle singole persone e il mondo, dal momento che, come dice la Praetorius, tutti respiriamo l'aria e l'aria non è qualche cosa di esterno ma è nel contempo in tutti i corpi e ciò che consente che tutti i corpi vivano.

Quindi questo discorso non so come possa essere concretizzato se non attraverso attività in piccole situazioni che poi dovrebbero trovare un collegamento. Su questo posso portare un esempio concreto molto modesto ma che può dare un'idea di come queste cose possono nascere. Vicino a  un piccolo paese del Friuli  sorge un gigantesco cementificio che adesso viene occultamente trasformato in inceneritore; una parte del combustibile che serve a far funzionare il cementificio verrà sostituito con i rifiuti solidi urbani che, guarda caso, saranno quelli che la provincia di Pordenone non riesce a smaltire. Ora si è formato dal basso un piccolo gruppo di persone che ha creato un comitato con una serie di assemblee in tutti i paesi lì intorno che sta cercando di bloccare questo progetto. Mi ha molto colpito che i principali promotori di questo comitato siano delle giovani donne che hanno parlato dei loro figli. Il discorso che ha fatto una di queste, che è anche una maestra, è che quando va in giro per questi meravigliosi colli verdeggianti e vede questi alti camini che sputano fumo si chiede quando suo figlio avrà vent'anni che aria respirerà, in che condizioni vivrà? Leggo qui una visione del futuro, una visione della vita, una immaginazione del futuro che sicuramente è legata al corpo femminile che si contrappone alla non visione del futuro che per esempio il padrone della centrale, che è una potenza economica e per questo ha potuto ottenere l'assenso della regione Friuli Venezia Giulia, sicuramente non ha. Ha un'idea della vita come presente che genera profitto. Queste giovani donne stanno cercando di costruire un contrasto e mi sembra che questo sia un esempio, nella sua modestia, caratteristico di come la vita può andare contro l'economia del profitto instaurando forme di relazione che dovranno tenere conto dei bisogni vitali e quindi di forme di mercato e di scambio. Però questione fondamentale è che queste forme di mercato e di scambio non dovranno avere come fonte principale il profitto ma il bisogno della gente.

LETIZIA BIANCHI   Alcuni punti.

Vulnerabilità e dipendenza: la parola vulnerabilità mi sembra una parola molto bella. Veniva sottolineato che tutte e tutti lo siamo e questo va bene. Dipendenza invece secondo me è una parola relazionale. Non è detto che siano concetti che mutualmente si escludono però io sono affezionata alla parola relazionale ma  anche a dare attenzione agli aspetti relazionali della dipendenza che ci rimandano a età della vita, a condizioni e anche, visto che è stata menzionata la parola etica, a un'etica della vulnerabilità. So che ci sono in certi momenti delle vulnerabilità per ognuno nessuno escluso ma so anche che ci sono delle responsabilità di me adulta , facciamo l'es. più semplice verso una anziana o un bambino, e quindi vorrei sottolineare anche questo dato. Mi sembra che dipendenza non necessariamente lo dica ma è una parola relazionale . Vulnerabilità è già molto importante nominarla perché normalmente noi ragioniamo in termini di autonomia e indipendenza e quindi dire che tutti sono vulnerabili è già molto importante perché dice la verità.

L'altra cosa che a me interessa ha a che fare con l'economia, con un pensiero sull'economia che ci faccia diventare tutte e tutti protagonisti o se non protagonisti responsabili. Non solo perché ricondurre il dato dell'economia all'economia della casa rimanda ad una modalità di cui alcuni hanno già detto molte cose tutte condivise e condivisibili e  alla capacità e impegno delle donne che è molto grande e oggi si vede essere non semplicemente  conciliativo ma viene riscoperto come una vera e propria competenza che può essere messa a disposizione di tutti. Dico che questo momento se non vogliamo farci soverchiare dall’ attuale idea di economia  bisogna trovare modi innovativi. Il giusto pensiero del denaro. La felicità su cui ho qualche dubbio pur chiamandomi Letizia che dopo un certo punto non sale nemmeno più. Credo che in questo libro - io sono molto affezionata a tutte le situazioni di questo tipo-, c'è l'idea che riguarda tutti, esperti e non esperti, e che l'interrogazione reciproca dei non esperti degli esperti può essere feconda.

Cominciare a fare una narrazione, come donne, di come noi stiamo nell'economia, come c'è qui, in modo da fare vedere quello che veramente nelle nostre economie ha valore. Allora nella mia economia ha valore il denaro, il senso, le relazioni , l'affettività, il senso di appartenenza;  insomma una serie di cose che penso siano vere per tutti.

Un'altra cosa

Mi colpisce sentire dire di voler portare all'Università una iniziativa di questo tipo e mi sembra molto bello. Però c'è un problema. Molti esperti all'Università, pensano che l'esperienza propria e degli altri non faccia parte delle loro competenze. Il più possibile andirivieni fra il fuori e il dentro è quello che è stato più proficuo per me e continuo a pensare che sia estremamente importante così come immagino che gli allievi  di Brunori siano avvantaggiati dalla sua esperienza di microcredito in Bangladesh. Riportiamola pure all'Università ma l'Università si metta in discussione, si deve fare interrogare così diventerebbe il luogo che io ho tanto amato e che spesso così non è. Altro problema: donne e uomini e come dice Gianna il corpo va narrato.

Ultima cosa. Sono rimasta molto colpita dalla presenza, all'incontro di Verona, di Babacar M'Bow vale a dire di un capo spirituale Sufi del Senegal che rientrato dalla Francia, con la sua compagna, ha tentato di fare rivivere una serie di villaggi. Perciò dire che il ritorno alla comunità è necessariamente un ritorno regressivo non mi sembra adattabile a quell'esperienza. Ma anche dire che le grandi tecnologie siano l'unica possibilità (anch' io so che tornare indietro sia illusorio e quindi non efficace) contrasta con quell'esperienza africana e anche con quella delle donne della Sardegna. La tecnologia, noi (occidentali) che pensiamo di essere autonomi, la imponiamo. Allora la tecnologia è  da ripensare a come si mette a confronto con chi ne ha bisogno e a  come è disposta ad entrare in crisi. Stiamo mettendo in comune delle cose e anche  oggi è uno dei tentativi per capire e per riflettere su cosa è economia per noi per diventare un pochino più consapevoli, studiare anche.

L'idea di non essere responsabile di niente è associata a una idea di impotenza e questo per i giovani ha a che fare con l'assenza di futuro.

STEFANO ZAMAGNI  Alla signora intervenuta per prima – Donata Bellotti – che ha parlato a proposito dell'economia sociale devo dire che in effetti delle cose stanno cambiando. Il Parlamento europeo nel febbraio di quest'anno, per la prima volta nella sua storia, con una maggioranza schiacciante, ha approvato una risoluzione sull'economia sociale e su forme alternative di economia con la raccomandazione ai governi dei 27 paesi membri di aggiustare la legislazione soprattutto in materia di concorrenza per consentire a chi, tipo MAG o imprese o coop.ve sociali, voglia avviare imprese produttive al di fuori del profitto lo possa fare senza subire, come succede adesso, discriminazioni di varia natura. Però è una battaglia che è stata vinta dopo anni e anni di lotte. La relatrice italiana è stata una donna, noi ovviamente l'abbiamo aiutata, ma è stata Patrizia Toia del PD. Lo dico perché potrei fare mille altri esempi.

Faremo una borsa sociale che vuol dire che sarà una borsa di capitali non speculativi fuori dal profitto per consentire quindi ai soggetti dell'economia sociale di poter avere finanziamenti senza sottostare ai vincoli capestro che ora devono subire. E potrei continuare con altri esempi.

A Gianna che parlava della situazione delle cooperative nella sanità voglio precisare che la colpa è del pubblico perché le gare al ribasso sono imposte da una legge italiana del 1912 che i partiti sia di destra che di sinistra non hanno avuto il coraggio di cambiare. Bisogna avere il coraggio della verità anche nel dire le cose spiacevoli. Quindi le coop.ve sociali sono state strangolate e non è certo loro la colpa. Bisogna saper che già Gropius nel 1600 condannava le gare al ribasso. Questo è un comportamento delinquenziale e si deve dare atto ad alcuni comuni in Italia che hanno avuto il coraggio civile e morale di cambiare le regole delle gare al ribasso e lì le cose vanno diversamente. Mi aspetterei che su questo le donne si facessero sentire anziché subire passivamente perché questa denuncia devono farlo soprattutto coloro che operano.

Per l'economia di morte richiamato dall'altro intervento vorrei ricordare - brevemente – che per  Marx prima dell'avvento del socialismo che sarebbe stato l'ultimo stadio dell'evoluzione storica bisognava passare attraverso la fase del capitalismo e quindi del profitto perché prevedeva che ci fosse bisogno del capitalismo come organizzazione socio- economica che può liberare l'umanità dal giogo della fame. Questo nel 1863.

GIANANDRA FRANCHI   Ma non è stato così!                   -voci confuse che protestano -

STEFANO ZAMAGNI    Bisogna essere precisi e dire il vero. Ed infatti l'umanità è uscita dal giogo della fame solo nel 1925 perché fino ad allora la vita media era di 40 anni circa. O la vita ha un valore o non ce l'ha e anche se è vero che prima non c'era lo sfruttamento però la gente non viveva perché era priva di risorse. Chi mi conosce sa che non condivido la logica capitalistica e scrivo da anni esponendomi a favore del mercato civile e non del mercato capitalistico però io riconosco i meriti visto che so che le società primitive sono scomparse non perché siano state attaccate -la colonizzazione è iniziata nel 1500 - ma perché bastava una carestia per uccidere tutti .

Se oggi ci sono 900 milioni di persone nel mondo che soffrono la fame non è perché mancano le risorse ma perché le risorse sono troppe. Tanto più che ogni anno vengono distrutte tonnellate di riso, di granaglie per tenere alto il prezzo, il che vuol dire che è il modello distributivo di tipo capitalistico a dover essere messo in discussione ma non la quantità di risorse. Prima si moriva invece per la mancanza di risorse e questo fa molta differenza perché ora si può fare qualcosa. Nel 2007 sono morte 200.000 persone per la mancanza del riso e del grano su cui la borsa di Chicago con i derivati aveva speculato sul loro prezzo. Si deve precisare, quindi  un “certo modello” di economia. Il mondo della cooperazione però non è così e noi siamo in una regione in cui la cooperazione sociale e non sociale contribuisce al 30% circa del PIL regionale.

A questo proposito rispondo alla signora che ha sollevato il problema del Pil. La commissione Sarkozy ha infatti la necessità di cambiare la compilazione dell’indice. Preciso inoltre che io non ho parlato di crescita ma ho parlato di sviluppo e c'è una bella differenza. Svilupparsi, considerando l'esse privativo vuol dire etimologicamente sciogliere i legami; lo sviluppo vuol dire allargare gli spazi di libertà. Sono d'accordo che un futuro basato sulla crescita non è credibile ma sottolineo la precisione nelle parole e io sostengo invece lo sviluppo proprio perché amo la libertà. Poi si discuterà di quale modello di sviluppo.

Infine. Sulla questione della dipendenza per me è vero il contrario e glielo spiego. Dipendenza a me non piace invece la vulnerabilità indica la mutua dipendenza cioè la reciprocità. Nel concetto di dipendenza si può nascondere la situazione in cui io dipendo da te e non viceversa. Non dico che nelle sue parole ci fosse questa intenzione però torno ad insistere dobbiamo imparare ad adoperare le parole. Dipendenza non mi basta io penso alla mutua dipendenza e alla reciprocità e per esprimere il concetto della reciprocità abbiamo bisogno di pensare in termini di vulnerabilità. Dal mutuo riconoscimento della comune vulnerabilità discende come implicazione logica prima che pratica il fatto della reciprocità. Se andassimo a categorizzare tale principio cambierebbero molte cose. La dipendenza deve prevedere la reciprocità se no diventa pericolosa.

GIANNINA LONGOBARDI    Anche fra la madre e il bambino c'è reciprocità?      Ma è uno scambio relazionale, non economico!

STEFANO ZAMAGNI  Certo che c'è. Ho quattro nipotini e posso dire che basta un sorriso anche senza parole. A meno che non vogliamo cadere in una situazione di mero materialismo dove la reciprocità è solo dare soldi. La reciprocità, dobbiamo stare attenti a non fare confusione, non è lo scambio (!) di equivalenti di valore come nel mercato. Lì c'è l'errore; certo il bambino non può scambiare con la madre ma è reciproco eccome, un sorriso, un vagito....lo scambio presuppone l'equivalenza di valore e la reciprocità la proporzionalità.

Ovviamente nel mondo dell'economia, nel mercato. Capiamoci sull'uso delle parole!

L'ultima cosa. Non sono assolutamente contro la comunità, la mia sottolineatura era per i rischi del comunitarismo. In America c'è una corrente di pensiero di filosofi morali dell'Università di Harvard che si dichiarano comunitaristi; le loro tesi si stanno espandendo. Io le rispetto ma non mi piacciono perché limitano la libertà e a me invece piacerebbe che soprattutto le donne che soffrono da millenni fossero precise in questo; la deriva è che dall'esaltazione della comunità si arriva poi al comunitarismo ( società come un arcipelago fatto di tante isole ) e invece io preferisco l'universalismo. Però sono pronto a discutere di tutto.

LUISA BRUNORI      Molte cose molto interessanti a cui non do risposte. Voglio chiamarla reazione.

Sulla questione del welfare. Con l'osservatorio sulla micro finanza civica vogliamo estendere il microcredito alle persone con problemi psichici rilevanti; intendo dire che stiamo immaginando di applicare il microcredito a tutte le situazioni di devianza e marginalità però con delle metodologie adeguate dove le relazioni devono essere a competenza professionale. La responsabilità professionale di una relazione presuppone una adeguata preparazione.

Siamo all'inizio di questo lavoro con la psichiatria e i numeri sono piccoli ma sappiamo già che i costi che si devono sostenere per aiutare queste persone a sviluppare dei progetti sono molto molto più lievi rispetto alle spese dell'Ausl. Si può risparmiare, certamente, ottenendo una efficienza e un'efficacia maggiore!

Le gare al ribasso ovvio sono una follia.

Per associazione di idee: l'ultimo premio Nobel donna in economia ha dimostrato come attraverso opportuni processi di condivisione delle decisioni, i beni comuni rimangono come tali e non diventano oggetto di appropriazione e di rapina dei privati. Lo lego al ragionamento attorno al cementificio, il cui proprietario si appropria di un bene comune prezioso come l'aria, ne trae beneficio e profitto e tutti i danni che riceveranno le persone saranno a carico della comunità. Non c'è rispetto nei confronti del futuro della specie.

Che ci siano risorse. Vero e la loro distruzione, questa si, la vedo come una economia di morte.

Posso fare un dono se ho delle risorse, ma se non le ho non lo posso fare. Quindi chi può donare è solo quello che ha risorse e qui si chiude. Rovescio il ragionamento perché in tutte queste pratiche la questione della reciprocità della relazionalità orizzontale è cruciale. Creare situazioni in cui le persone si prendono fraternamente per mano e cercano di darsi aiuto reciproco partendo non dalla carità (sarebbe lo stesso anche con la fideiussione), non dalla situazione in cui c'è chi può e chi non può.

Dobbiamo fare in modo che tutte le persone possano contribuire con le risorse (capacità) che loro possono apportare senza sottovalutare l'importanza di sentirsi opportuni, utili.

Concetti economici vengono presi dalla psicologia clinica più di quello che si pensi e quella è la strada.

Anche per la mia formazione teorica, mi rappresento un mondo più vicino concettualmente e praticamente all'economia civile relazionale. Penso ogni individuo come un punto centrale di una rete di relazioni e quindi l'indipendenza, la responsabilità, il legame sono pensati in questo mondo di relazioni in cui ognuno è immerso. I legami ottimali sono quello della reciprocità, quello più libero possibile, ma sappiamo che ci sono anche legami che sono privi di spazi di libertà.

MARIANGELA TEDDE  Un debito di riconoscenza alla MAG e alla Libreria delle donne di Milano per il loro pensiero, il loro linguaggio e le loro pratiche che  mi hanno permesso di essere una presidente matta di una cooperativa di matti. Noi come coop.va abbiamo prevalentemente donne come utenti socie lavoratrici. Portavano un gesto del loro sapere che però scisso dalla parola rischiava di restare nel mondo della scontatezza quindi dell'invisibile, dell'ovvietà che non ha sguardo e non riceve sguardo.

Quella pratica, quel linguaggio ci ha permesso di tenere insieme il gesto, la parola, fare una narrazione dell'esperienza, far diventare l'esperienza un sapere e il sapere, quel sapere lavoro. Abbiamo molte donne impegnate in un ripristino ambientale: un'ex risaia bonificata al cui interno gestiamo un ristorante, una sala convegni, un'aula didattica, un' ostello con una pratica che è un sapere antico, quello del sapere accogliere. I nostri clienti continuano poi la comunicazione con noi ed è un ulteriore guadagno.

L'aspetto della convenzione: paradossalmente, noi che siamo una coop.va sociale a scopo plurimo A e B, quando andiamo a contrattare con il direttore del TSM stiamo definendo non cosa facciamo ma come lo facciamo. Io stessa finisco per non dire le nostre abilità per privilegiare il come nascono quelle abilità e come la nostra economia è una economia sana. Anche questo è un guadagno.

Il terzo guadagno è che per scelta etica non vogliamo essere pagati tanto, ci basta il poco. Certo che quando “vendo” all'Ausl il mio lavoro lo voglio equamente retribuito. Questa forza mi permette di fare questo tipo di politica quindi no alle gare d'appalto, no a una esternalizzazione come si è cercato di fare in tutti questi anni per cui il risultato è che la cooperazione sociale rischia di non avere un pensiero sul lavoro, sull'organizzazione del lavoro, rischia di essere omologata. Io non lavoro perché loro escano ma perché lavorino dentro e  possano anche andare fuori sapendo che possono anche tornare.

L'altro guadagno: noi abbiamo bisogno del territorio, della comunità. Non comprendo perché una coop.va sociale di Bologna debba partecipare ad una gara d'appalto a Napoli. Non lo concepisco. Per noi  sono fondamentali territorio e comunità perché una parte del nostro lavoro che vuole arrivare a dire io sono poi deve portare anche l'io ci sono.

Se il sindaco di Bentivoglio deve parlare dello stato sociale, della comunità non si azzarda a parlarne senza di noi perché riconosce che lì c'è un sapere, c'è una pratica che va a vantaggio del contesto. Quindi il valore della comunità è questo.

Abbiamo chiesto lo sgravio contributivo, cioè la certificazione del socio svantaggiato solo dopo 10 anni perché i soci svantaggiati ci hanno chiesto che quello che guadagnavamo lo dovevamo a loro come superminimo. Quindi “certifica pure che io sono matto, però una parte di ciò che tu guadagni la devi dare a me perché una parte del risparmio che fai sulla mia malattia è anche mio”. Perciò ci vuole contrattazione, mediazione. Io senza voi non farei l'esperienza che sto facendo quindi capisco l'onere di Doriana a tenere insieme e a fare in modo che ci siano le diverse esperienze nelle cooperative e sono contenta che sia qui con noi oggi.

Giannina Longobardi   Ringrazio, mi è sembrata una discussione molto interessante

** Relatori :

Giannina Longobardi insegnante, saggista, fondatrice della Libera Università dell’Incontro e presidente dell’associazione Ishtar interessata all’incontro fra migranti

Stefano Zamagni docente della facoltà di Economia a Bologna, saggista, particolarmente impegnato nella ricerca attorno all’economia sociale e ai beni relazionali

Luisa Brunori  docente di Psicologia Dinamica all’Università di Bologna, interessata alle tecniche psico sociali del micro credito

Fra le Partecipanti : Letizia Bianchi co-,fondatrice Libera Università dell’incontro, Donata Bellotti responsabile economia sociale della LEGA COOP, Mariangela Tedde presidente Cooperativa Arcobaleno Bentivoglio Bo, Loredana Aldegheri  MAG verona

L’incontro è stato preparato da amiche e socie della libreria: Rita, Laura, Rossana, Vanna, Mariangela, Alessandra. Sbobinatura di Rossana e Alessandrauando parlo dimicrocreditoqUA