Ho letto con molto piacere Sottosopra -Immagina che il lavoro - perché da tempo sentivo il “bisogno” che il lavoro diventasse tema della riflessione delle donne, penso, infatti, anche a costo di essere eretica, che il femminismo si sia fermato alla soglia del lavoro; sento la mancanza di un pensiero collettivo sul lavoro, che lo affronti non solo come necessità, come salario aggiuntivo in “famiglia”, ma lo legga anche come desiderio, progetto, realizzazione, scelta, libertà.

Come sempre il pensiero in verità c’è, attraverso molte riflessioni, nel vostro lavoro lo si ordina e propone, non ho condiviso tutto, molto va pensato e non solo letto in acrobazie di tempo; vi invio qualche prima riflessione, intravedendo non un pensiero che si conclude, ma una ricerca che si apre.

 

L’organizzazione del lavoro, anche quella meglio contrattata e condivisa, è a misura di uomo. L’organizzazione del lavoro è assunta, spesso/sempre, come appiattita, vincolata, determinata dalla tecnica e dagli obiettivi, ed in ragione di quella organizzazione si determina l’orario, la professionalità, l’interazione e nella oggettivazione asettica non si considerano le relazione, né quelle fra, né quelle con, non l’interno, non l’esterno.

Eppure anche quando molte lavoratrici, si descrivevano come lavoratrici per necessità anche allora nel loro lavoro c’era la relazione. La qualità delle relazioni era di per sé tratto distintivo del loro lavoro, ignorato nelle valutazioni, nei manuali, nei riconoscimenti.

Un modo diverso di stare nel lavoro, anche una lettura del luogo di lavoro, come un fuori, un posto dove cambiava il rapporto tra i tanti lavori e quello retribuito, nello stesso tempo una ricerca di come tradurre quello che abbiamo titolato in tanti modi ma continua a racchiudersi nel concetto di discriminazione.

Discriminazione che ha tanti volti, tante pratiche ed una ragione di fondo, la contesa del campo maschile, dello spazio, del potere che dal lavoro (e dalla sua gerarchia) deriva.

La parità è parsa per lungo tempo la risposta, la strada per superare la discriminazione. Aveva tra gli altri il un limite di assumere quell’organizzazione come unico modello a cui pretendere di appartenere, omologando i comportamenti, ed un secondo straordinario limite accettare di essere categoria che doveva conquistare la condizione di soggetto, un essere “fragile” da proteggere per diventare forte.

Se la guardiamo oggi parità sempre più spesso dice di una sommatoria di diversità, sommatoria di esclusi o di potenziali escludi dal modello maschile ma anche di uomo bianco ed eterosessuale, magari di mezz’età.

Parità, pari o meno, ha segnato un periodo, ma oggi offre prevalentemente la conservazione di un modello, e non ha ridotto la discriminazione ma ha cambiato forme, pratiche, ma resta profonda.

La discriminazione si concentra in gran  parte sulla maternità, ma non solo, tutto ciò che parla di libertà si scontra con la discriminazione, con la negazione.

Un misto di forme di difesa (del territorio), di paura dell’ignoto.

Non si cambia solo a partire da noi dalla differenza, si cambia con, è uno dei fili di Sottosopra.

Penso che la discriminazione, quella che reputo più forte, tagliente, la maternità, si cambia solo superando l’idea del qualche permesso per conciliare, ovvero se la condivisione da privata, irrompe sulla scena pubblica, se costringe a non essere più il “costo del lavoro” di un genere ma un costo collettivo.

Tradotto: con la “paternità obbligatoria”, per togliere l’alibi del chi guadagna di più, per smitizzare l’assenza di un periodo come ragione del cambio di prospettiva di qualificazione, o di carriera.

Il cambiamento qualche volta va forzato, perché non deve apparire un ignoto da allontanare, ma quotidianità.

Maternità che non è ovviamente solo il periodo di congedo, non lo è nel nostro vissuto, lo è molto nelle logiche aziendali, la maternità dicevo propone molti altri passaggi di lettura e rilettura del rapporto con il lavoro, della qualità e tenuta delle relazioni, anche la modifica delle aspettative che trovano equilibri diversi.

Non per tutte è uguale, ma non per tutte il tema ruota intorno alla scelta di maternità.

Molte volte mi sono interrogata su quale era l’elemento trasversale, il filo da tirare per parlare e valorizzare il lavoro retribuito delle donne, per intervenire sulle discriminazioni di qualità del lavoro, di riconoscimento professionale, di carriera.

Molte volte mi sono interrogata perché le donne ed in particolare le gonne giovani parlano di merito, lo rivendicano come criterio senza quel disvalore al termine che ha caratterizzato la cultura politica della mia generazione e senza cogliere le modalità con cui il merito è letto nelle aziende e nella cultura organizzativa dominante.

La mia riflessione ruota intorno al termine “tempo”.

Perché tempo è quello dell’ingresso, della maternità, dello studio, dei tanti tempi che ognuna può immaginare per la propria vita, ma tempo è anche il tiranno quotidiano, acrobate del tempo è certamente formula immediatamente comprensibile per tutte.

Tempo chiama orario come grande crinale del vincolo o della libertà. Orario in tutte le sue forme.

 Tempo, però, è anche un metro di misura nel conformismo delle decisioni sulle carriere, misura del merito, misura della tua appartenenza al club dei decisori, dei fidelizzati.

Tempo è misura dell’esclusività dei tuoi interessi, tempo è dedizione, fedeltà finanche asservimento.

Se distribuisci il tempo tra tante attività, lavori, scelte, se la quantità di tempo non è l’unica misura delle tue relazioni, il tuo “merito” sarà meno merito, una pizza con il caporeparto può essere più “utile” di una corsa all’asilo, o di una buona lettura.

Ma il tempo è il grande assillo di un lavoro che attraverso i sistemi di comunicazione può invaderti in ogni momento, la scansione delle giornate, i ritmi dello scorrere delle ore sono ignorati da un cellulare, un computer, un palmare.

Quale libertà, quale non discriminazione se non si ripropone il “governo” del tempo come punto di partenza?

Questa domanda si ricollega alle ragioni della crisi, all’inseguimento della ricchezza per pochi, al consumo come unico scopo, alla riduzione del reddito del lavoro, fermare la corsa al consumo del mondo, è il tratto delle donne, anche da questa angolatura il “tempo" può essere il filo da prendere.