RITA
BORGIOLI
Do il benvenuto
a tutte e tutti.
Alla Libreria
delle donne di Milano un gruppo di lavoro ha prodotto
il documento su cui oggi vogliamo ragionare assieme e riflettere. I passaggi
precedenti sono stati gli articoli nell’inserto di Via Dogana, i due quaderni
sul lavoro e Il doppio sì che riportava il
desiderio che le donne hanno di ricomporsi nella loro interezza rispetto alla maternità
e al lavoro. Questo gruppo ,pubblicando questo
documento “IMMAGINA CHE IL LAVORO”, ha chiamato quasi come in un appello tutte
perché oggi, in contemporanea in molte città – e per ora sappiamo che sono più
di 25- lo si discutesse e questa idea è
già una invenzione di enorme portata.
Abbiamo preparato
questo incontro Rossana, Laura, Alessandra e io, abbiamo
invitato i gruppi di donne a Bologna, e non solo,che hanno aderito. Chi non ha
potuto esserci – per es. le donne in
nero di Ravenna – è stato per altri impegni altrettanto
importanti.
L’elaborazione
di questo gruppo milanese parla di donne che stanno nella realtà del lavoro e ci
vogliono stare nella loro interezza: partono dal loro bisogno di relazioni. Aspetto
fondamentale per non essere nell’immiserimento della solitudine,
dell’isolamento.
Sono parole che testimoniano di voler dire ciò
che nel lavoro non va bene e nello stesso tempo assumendosi la responsabilità di quello che fanno , pronte a cercare i modi più opportuni per trovare quelle
forme più rispettose della vita di tutte e di tutti.
Partono dalla
capacità, che si riconoscono, dell’avere cura – come può avvenire per es. fra
le mura domestiche – e per sentirsi intere trasportano questa
esperienza nel mondo del lavoro.
Quindi capaci anche di inventiva, piene di risorse
fondate nel bisogno e desiderio di portare avanti la loro libertà.
Considero
questo scritto particolarmente potente.
La discussione,
simultanea in tante parti d’Italia,, la trovo di una
portata innovativa eccezionale:Dominijanni l’ha detto
prima di me nominando questo testo come rivoluzionario .
Altro elemento
importante che lo caratterizza è il tipo di linguaggio che viene
adoperato; scegliere di scrivere in lingua corrente - come ha precisato Lia Cigarini- vuole dire
avere cercato un linguaggio chiaro, preciso,puntuale che vuole testimoniare la
propria esperienza e l’elaborazione collettiva,parte dal proprio vero e quindi
è inutile parafrasarlo o ri -raccontarlo. Per questo
abbiamo iniziato con la lettura delle due lettere iniziali e
, nel corso di questo pomeriggio, potremo riprendere ,con la lettura,
dei brani significativi durante la discussione.
Sempre con l’attenzione a uno scambio a partire dalla propria esperienza.
Per finire vi
riporto le parole di Liliana Rampello che ci invita a capire in che rapporto ci vogliamo mettere con
quelle pratiche politiche che hanno prodotto questo documento. Si chiede e ci
chiede: Questo documento cosa dice di me? Come lavoro
da ora rispetto al risultato che ci si propone?
L’incontro di oggi è un’occasione e se vogliamo potremo continuare
dandoci altri appuntamenti.
Ringrazio tutte
e tutti e approfitto per ringraziare Radio Città del capo che
, con una intervista, ha voluto dare risalto a questa iniziativa.
Adesso vediamo
il video che ci hanno inviato da Milano
GIANNA
CANDOLO
Abbiamo letto,
nel nostro gruppo, Il doppio sì,e porto anche gli echi di questo approfondimento.
Vorrei fare un breve excursus
sui punti che per me sono stati oscuri e su altri che invece mi sembrano fondamentali
e da cui partire. Mi sono appuntata la parola solitudine
nel primum vivere….
Mi sono
soffermata su questa parola perché parlando di lavoro e non di vita personale penso
che oggi nessuno possa essere fuori da relazioni.
Credo che il lavoro moderno sia caratterizzato proprio dall’essere in rete, ovviamente con caratteristiche non
armonizzate. Direi che la parola solitudine,
che è parola molto complessa e ricca di significati, deve essere impiegata con una
certa cautela se no può portare a conclusioni che sono
esattamente all’opposto di quanto vuole dirci il documento.
Ritrovo la
stessa cosa, come contraddizione, nel brano adesso che il lavoro lo abbiamo conosciuto
Penso alla mia
esperienza: lavoro da 30 anni in una struttura della sanità pubblica, al 90% composta
da donne, e ho avuto sempre come responsabili delle donne.
E non mi risulta abbiano fatto la strada da sole: erano
sempre alleate, non
alle altre donne ovviamente, perché qui entreremmo altrimenti nel discorso - cosa vuol dire alleanza tra donne …. bisogna avere obiettivi, bisogna avere strategie - però
tutte le donne, che ce l’hanno fatta e che hanno anche posti di potere, sono sempre
in alleanza, che sia ideologica, che sia partitica. E anche le ultime, quelle
della cronaca, quelle che sono riuscite ad avere un posto in politica
attraverso favori sessuali, sono in un circolo di alleanze,
cioè hanno scelto di allearsi a quelle e quelli che le mettevano in contatto
con il potere vero e proprio. C’è sempre un sistema di alleanze.
Le donne emancipate non sono da sole. Questo mi sembra uno stereotipo da combattere, altrimenti
ci troviamo poi degli inciampi da cui non riusciamo più ad uscire. Ci
sono delle scelte di alleanza, e delle responsabilità di scegliere quella e non un’altra
alleanza. Sicuramente il femminismo si è mosso (dalla sorellanza in poi) sul fatto che ci
si allea tra donne
attraverso la pratica
dell’affidamento quando questa era una pratica che aveva un valore
politico. Vale a dire: valorizzare
l’altra donna sulla scena pubblica e questo è un modo attraverso cui le
donne hanno costruito questa rete e quindi hanno favorito secondo me anche quelle
che poi da questa rete sono andate avanti cambiando un po’ bandiera (diciamo).
La parte più importante, che più mi ha colpita
è il passaggio dalle figlie alle madri: perché questo credo sia un cambiamento
vero e proprio! E’ vero questo paradosso. È un punto di forza e di debolezza
insieme. Io credo che qui potremo costruire la biblioteca del futuro, perché questa frase intanto
attiva la trasformazione
sul concetto di materno, e sulla possibilità di scelta che oggi c’è; oggi
esistono donne che hanno famiglia e anche programmi e la maternità
è vista in un altro modo. Il lavoro
è una necessità, non solo per i soldi, ma anche per l’identità. Oggi una donna
senza lavoro è avulsa dalla realtà perché il lavoro la mette subito in una rete
di relazioni plurime dentro le quali può realizzarsi,..
anche soffrire … perché l’esperienza del
part-time può essere molto dura.
L’altro grosso punto è il lavoro e anche qualcosa in più:
Sto scrivendo un libro sugli anni ‘70 e ho riletto per questo motivo Potere femminile e sovversione sociale.
Io sono entrata nel femminismo con Lotta Femminista che propugnava il salario
al lavoro domestico. Ebbene Lotta Femminista aveva inventato la figura della
casalinga incastonata dentro un linguaggio marxista produzione e riproduzione di
forza-lavoro però diceva le stesse cose “il
lavoro e anche qualcosa in più” con questo elenco
dettagliato. Questo è un lavoro delle donne ed è lavoro, ma ora non lo declinerei più nella
terminologia marxista. Mettere
insieme emozioni e mondo è questo il lavoro delle donne, un lavoro inteso
come travaglio: mettere al mondo ogni giorno qualcosa che ancora
non esisteva. Per andare a pagare le bollette le donne che non ce la fanno mettono
in moto un’organizzazione bestiale e gli uomini queste cose le lasciano fare
alle donne. Mi è piaciuta la ripresa, qui, con un altro stile, con un altro
linguaggio del movimento delle donne che ha tirato fuori delle figure che
socialmente e simbolicamente non esistevano. Punti importanti che mi riaprono
porte che mi si erano un po’ socchiuse in questi ultimi tempi.
Trovo invece la polemica
sulla parità vecchia perché tutte ci immaginiamo
con pari diritti rispetto agli uomini: nessuna per lo stesso lavoro vorrebbe
essere pagata di meno perché ci immaginiamo che siamo pari.
Non siamo uguali; c‘è un bell’articolo
di Antoinette Fouque sulla differenza tra la parola parità e
uguaglianza. Io sono per la parità Non sono per l’uguaglianza che mi apre altri
mondi. Tanto più che un po’ di parità ci vuole soprattutto
in un Paese come l’Italia che ancora a emancipazione è un po’ arretrato. Trovo
questa polemica pretestuosa, tanto più che rischia di chiudere le porte perché
magari ci si può polemizzare, quindi preferirei lasciarla lì perché non mi dice
molto. Questo è un punto che un po’ correggerei
riprendendo poi il discorso della differenza tra parità
e uguaglianza.
I due punti che ho sottolineato secondo me
sono da riprendere perché siamo veramente dentro la modernità e anche
dentro la trasformazione del femminismo; certamente il patriarcato è
morto per come lo abbiamo conosciuto, il femminismo è morto come lo abbiamo
conosciuto, mentre c’è il movimento delle donne, e che i maschi o la società
patriarcale non vogliano lasciare il posto ad altre lo vediamo sempre.
Infine un po’
di colore: mi ha colpito lo stile, come è scritto il documento perché mi è venuto in mente John Lennon “imagina che” “imagine on”
e quindi sempre un ritorno, ma arioso.
LAURA
Sono una
studentessa, sto facendo la specialistica, non so che lavoro andrò
a fare ma so già fin da adesso che sono destinata alla precarietà so che
mi laureerò, farò magari anche un bel Master, potrò fare tutto quello
che voglio ma alla fine avrò un lavoro dequalificato.
Perciò non mi ritrovo assolutamente in questo documento che
parla di donne che hanno vissuto in un altro periodo e che ora hanno una
situazione lavorativa diversa dalla mia
Sono d’accordo
per dire sì al lavoro e alla maternità, mi va bene la polemica sulla parità ma
per me è la precarietà il tema
centrale della mia esperienza e che la nostra generazione sperimenta per prima.
La tipologia
dei contratti di lavoro – a progetto, Co.Co.Pro, a
part-time-- impedisce le nostre scelte e io penso anche nel nostro poter
decidere di essere madri. Non ci sono tutele ,viviamo sotto il ricatto del licenziamento ogni tre mesi.
Laura legge una testimonianza di una giovane laureata che conferma il
suo discorso completamente e riporta l’esperienza della sorella laureata in giurisprudenza contenta di poter
essere assunta come commessa.- Voglio anche analizzare il documento iniziando da il lavoro è molto di più. Da questo elenco di tipi di lavoro a me viene da pensare che
siano una giustificazione per dei compiti imposti; io non so se voglio essere
destinata al lavoro domestico… voglio essere libera di scegliere!
Nel punto manutenzione
dell’esistenza: non può reggere il paragone con i paesi scandinavi perché
là c’è un welfare diverso, il paese è più
piccolo e ai giovani vengono dati più strumenti di
emancipazione dalla famiglia mentre noi contiamo che i genitori ci aiutino e
continueremo a farlo perché abbiamo bisogno del loro denaro; i contratti
precari durano tre mesi…. il confronto è ridicolo.
Ancora da il lavoro visto da dentro: non credo sia
possibile la cooperazione nel mondo del lavoro perché siamo sotto ricatto. Non
voglio cooperare con chi mi sfrutta. Il call-center
è l’unico luogo di lavoro che le studentesse frequentano e lì si lavora a
cottimo perciò diventa assurdo parlar di desiderio e di relazioni..
E’ bellissimo
che le donne vogliano parlare di lavoro ma pretendo che si parli di quello di oggi
non di quello di una volta! Concludo ri-sottolineando che non abbiamo nessuna aspettativa per il
futuro, anzi non ce lo immaginiamo nemmeno con l’ansia costante di poter andare
avanti e di poter vivere.
DONATELLA
Associazione AXIA
Ho un’età più grande e forse per questo racconto un’esperienza
completamente diversa.
Lavoro in una
cooperativa sociale, prevalentemente di donne ( circa il 90%) e svolgiamo un
lavoro sanitario di riabilitazione. Io ne sono la presidente e anche gli organi
direttivi sono a maggioranza di donne. Però non siamo organizzate
gerarchicamente, non esiste un capo e io ho un ruolo
ma non ho né una investitura né uno stipendio né qualsiasi altra cosa che
definisca un potere; ho un compito.
La cooperativa svolge
tre tipi di servizi diversi e ogni gruppo di lavoro sceglie il proprio orario,
il proprio modo, il proprio luogo, si da una sua
connotazione specifica in autonomia. Ovviamente nel rispetto di compiti tecnici
così ogni gruppo ha un suo obiettivo da raggiungere e la somma di tali
obiettivi deve costituire la possibilità che la coop.va
l’anno dopo, ci sia ancora. L’obiettivo finale è la parità di bilancio e non
sempre ce la facciamo.
L’unico
controllo è a fine mese dove ognuno di noi rendiconta
il lavoro fatto per verificare se ogni gruppo ha raggiunto il suo obiettivo o
se non l’ha raggiunto ne indaghiamo i motivi.
Abbiamo molte
donne che ci chiedono di lavorare a part
time perché hanno famiglia e figli e non accettano il full time fondamentalmente
perché il lavoro di cura è un lavoro duro e la relazione –la cura è la
relazione- è l’aspetto più impegnativo. Altrettanto importante è la relazione
fra pari nei gruppi di lavoro perché è una delle rare possibilità di depositare
il proprio fardello di fatica per ricevere una relazione positiva.
Per la mia
esperienza come mamma posso dirvi che mia figli-22
anni- ha moltissimi desideri, li sta realizzando con la sua fatica, quasi
tutti. Fa la danzatrice e con qualche fatica sta vivendo del suo lavoro.
Non credo ai
miracoli. Credo che bisogna imparare ad essere plurali
e a considerare che non c’è un unico punto di vista ed è per questo che il
documento ha risuonato così positivamente dentro di me. Ci sono altre possibilità oltre al solo sfruttamento,
anche in questo mondo così difficile e duro – e che lo è lo verifichiamo tutti-
ci sono ancora i sogni da sognare per trovare uno spazio o una riserva di
possibilità.
ROSSANA
FIORAVANTI
In parte la mia
esperienza dà ragione alla disperata rabbia di Laura, in
parte mi sento vicina a Donatella e al desiderio. Ho 46 anni e per 23
sono stata una dipendente ma lavorando, secondo il mio desiderio, presso gli
enti teatrali. Poi mi sono trasferita a
Bologna e pur continuando a
lavorare sono stata assunta a tempo
determinato con un contratto professionale. Ora il contratto è scaduto per
ragioni economiche del teatro Comunale. In questi mesi a casa penso a quello
che sono stata capace di costruire e quello che non sono
riuscita…
Da dipendente
avevo buone relazioni con le mie colleghe anche se il luogo di lavoro era
difficile ( non si fa fatica solo dove la gente è triste ma anche dove sembra
allegra!).
Come
Professionista tutto si è complicato soprattutto per costruire relazioni.
Il caso mi ha messo dalla parte della
direzione ed è stato difficile non solo con chi mi riconosceva una certa
autorità ma anche con chi condivideva con me una stessa posizione. Ho costruito
comunque qualcosa ma non quelle belle relazioni di
quando ero insieme ai miei pari. Anche lì cera il mio call
center con la lista dei buoni e dei cattivi, chi protestava e chi no. Nello sforzo delle relazioni –due o tre le ho
costruite- mi ci ha messo questo tipo di contratto
Sono una delle
poche donne di mezz’età con una professionalità precisa ad aver vissuto la
trasformazione del lavoro dipendente: la situazione pesante è
dovuta all’insicurezza e il ricatto è vero che c’è.
Però io dico di aver fiducia nei propri desideri, di capire di più cosa
veramente vogliamo fare e chiederselo sempre ad ogni età. Immagino lo spaesamento di Laura e anche i soldi sono importanti… Ma il
desiderio è fondamentale ed è quello ce in questo momento di disoccupazione mi
sta facendo rivivere. Anche il
vuoto iniziale l’ho sfruttato per arrivare al desiderio.,
ALBA
Provo molta
tenerezza per Laura e le sue fatiche.
Leggerò il
documento che ancora non conosco ma io parto dal fatto che siamo 7 miliardi di
persone oramai in questo mondo e il desiderio secondo me si pone in un altro
modo visto che tutti devono lavorare, vivere e occuparsi delle cose di ogni giorno. La cosa fondamentale da fare è che bisogna
ribaltare tutto. Se il valore fondante per la nostra società è il lavoro
non deve più essere questo lavoro né per
le donne né per gli uomini. Noi siamo testimoni di un mondo che o cambia
o non ci sono speranze non solo per noi ma per tutti,
ecco perché bisogna ripensare ad un altro mondo e a un altro modo di vivere. E’
un discorso universale.
-Riporta
l’esempio del film Terra Madre dove Vandana Shiva ad una donna che le, si era proposta per dei lavori
domestici ha risposto che nella sua casa ciascuno provvedeva
a se stesso ma l’ha trattenuta
per impiegarla, data la sua esperienza di agricoltrice, nella Banca dei Semi
che lotta per la salvaguardia della bio-diversità-
Precaria nel
mondo della ricerca.
Sono d’accordo
con Laura: non è il lavoro di oggi quello di cui si
parla nel documento che non ho letto e che leggerò. La cosa che a me fa più
male è che io, che lavoro in una grande struttura, non sono
nelle stesse condizioni dei miei colleghi che pur facendo lo stesso lavoro
hanno 45/50 anni d’età. Questo riguarda l’oggi ma anche il futuro sistema
previdenziale. Il lavoro oggi in Italia sta perdendo la gran parte dei diritti
acquisiti e questo succede nella immobilità e
indifferenza collettiva.
CARLA
MAZZONI
Lavoro
in un ente pubblico – una biblioteca- quasi come una media azienda di servizi.
Ho dei figli
dell’età di Laura e mi sono immedesimata nel suo racconto anche perché nel mio
posto di lavoro sono quella “garantita” contro cui
viene fatta una campagna selvaggia di denigrazione e questo serve per aggravare
le condizioni di sfruttamento. Sono garantita ed è giusto che lo sia perché in realtà lavoriamo moltissimo ma
vicino a me ho questi ragazzi che sono invece precari e guadagnano 5,50 euro
l’ora. Sono sempre arrabbiatissima e per questo oggi ho anche fatto uno
sciopero che altrimenti avrei ignorato.
A me questo
documento è piaciuto. Io mi sento a metà Questo è un bel documento ma è vero
che rispecchia l’esperienza di donne anche più vecchie e garantite di me.
I lavori di
massa sono oramai spariti: esternalizzati, ridotti al
cottimo.
Mio figlio più
grande che fa il fiorista per una propria propensione
si è sistemato ed è contento… è stato fortunato… è interessante notare però che
seguendo una spinta in apparenza irrazionale…lui maschio…i fiori…… abbia
trovato una sistemazione decente.
MARZIA
VACCARI
Mi scuso per
non avere ancora letto il documento ma ho dimestichezza con l’argomento. Ho
sempre ammirato la capacità di Cigarini e delle altre
di mettere in parola argomenti che a volte non stanno
di casa fra noi nel femminismo. Lo sottolineo perché è
un cosa bella questa parola leggera e significativa, questo partire da sé,
questo dare spazio all’esperienza.
La mia esperienza
di lavoro è rappresentata da questo documento perché il mio percorso è stato
dentro al mio desiderio, ed è una delle forme più
compiute di affermazione di me ma anche perché ho avuto la fortuna di avere
relazioni molto significative con donne per me molto importanti.
Oggi il lavoro
è argomento di grande sofferenza vista la precarietà,
la flessibilità, la globalizzazione però fino a ieri ,per
una donna,uscire di casa e andare a lavorare
era vera emancipazione. Voleva dire denaro che fra le mura domestiche
non si riceveva. Io sono una di quelle donne perché la mia famiglia non era
benestante e per me il lavoro ha avuto il significato di “opera”. Lavoro…opera.. riprendiamo Anna Harendt.
Per me lavoro
quindi partendo da un desiderio, da delle relazioni,e
da tanta fiducia sogno, fantasia, visioni è stato dentro anche a ragionamenti
di trasformazione, di cambiamento. Vorrei vedere anche fra i
giovani questo registro.
L’altro aspetto
dolente, e da questo il sottosopra sta un po’ alla larga, è la dimensione politica.
Non possiamo starne distanti perché la legge Treu o
la Biagi/Maroni hanno
portato allo sfacelo che c’è oggi.
Dobbiamo contare di più sulla presa di parola pubblica, sulla pratica politica
per andare a condizionare
le leggi, i disegni di legge, le commissioni, per rimettere in gioco quello che
è il sindacato oggi. Non c’è tutela perché non c’è capacità di essere forza collettiva.
Ultima cosa.
Il destino
della terra è un’emergenza da cui non
possiamo prescindere: bisogna fare dei ponti fra generazioni e anche con il
maschile. Siamo di fronte a fenomeni epocali. Oggi in questa occasione
uguale in tante città d’Italia spero che si cominci a ragionare con
questo tenore. Siamo uscite dalle mura domestiche ma quanto siamo state capaci
di concepire forme di lavoro che non siano nella retorica del managemet?
GIOIA
VIRGILIO
Ho letto con
attenzione il documento e mi aspettavo una
continuazione alle ultime riflessioni che avevamo fatto negli anni passati.
Tempo fa ho letto il libro di Beppe Grillo sul precariato
e c’erano esperienze disperanti. Ne ero rimasta
angosciata. Anch’io ho conosciuto il precariato ma mai
in quelle forme di degrado. Quelle persone, certo non si trovano in questo
documento!
Sono garantita,
lavoro nel servizio pubblico e siamo quasi tutte donne. Il documento non mi a illuminato particolarmente… Per la parte della parità e
della conciliazione l’abbiamo già detto che non ci si può aspettare tanto.
Di questo
documento ho apprezzato soprattutto gli occhielli
Particolarmente azzeccato quello sulla manutenzione dell’esistenza degli
uomini; aggiungerei all’auto e alle motociclette il computer.. le possibilità
degli uomini si vedono in queste cose qui!
Voglio
soffermarmi sul paragrafo e adesso che il lavoro l’abbiamo conosciuto. In
questo trovo molto interessante la questione tempo,il valore del tempo.
E’ vero quello che diceva Gianna, che senza lavoro non hai
identità e si può anche essere dissociate fin che si vuole ma stando in un
posto 8 ore ti devi identificare un po’ col lavoro che fai. Ma tempo vuol dire
valorizzare il tempo, mantenere energie residue, vuol dire crescita di sé Lavorando si imparano
tante cose e anche nei lavori peggiori comunque si acquisisce una competenza un
tuo sapere, e in questo senso le donne di oggi sono più forti delle casalinghe
di un tempo. Poi come te la giochi?
Nel documento
si dice: bisognerebbe avere un lavoro in cui si innova,
si apprende e si decide ma questo porta via delle energie che sono mostruose!
Sono rimasta molto colpita che nei casi drammatici di suicidio in Francia erano
le persone su cui l’azienda aveva investito di più; Così prese dalla
competizione, vivevano al massimo la richiesta sulle loro prestazioni tanto da
arrivare alla disperazione. Fa riflettere!
Quando si dice la
debolezza dell’altra e si termina dicendo di colorare con l’ironia è un gran bel suggerimento. Io vedo donne né
frustrate né depresse ma veramente cattive e cerco di recuperarle ma mi chiedo che
relazioni ci posso avere? Vanno avanti senza dubbi,
non mettono in crisi niente, vanno d’accordo con gli uomini da cui accettano
anche la volgarità: cioè fanno carriera alla maniera
spietata, alla maschile. Ci si deve fare i conti.
Poi ci sono una altra parte di donne che sono “alcolizzate” di lavoro;
identificate totalmente, senza creare i presupposti per una effettiva crescita
di sé,non vanno mai in pensione togliendo lavoro ai giovani, non hanno altro se
non un grande vuoto che riempiono così.
Alla fine del
documento viene detto che dobbiamo anche parlare di
lavoro con gli uomini. Mi sta bene ma io preferisco prima cercare di recuperare
queste donne… soffrono…sono totalmente identificate nella logica maschile…non
mangiano… non hanno mai tempo. Torna il tempo!
Se torniamo all’autocoscienza bisogna dirsele in faccia
queste cose, dirsi la verità
Un’altra cosa è
il valore della dignità del lavoro che sia da manager
che sia quello più precario e umile. Non abbassarsi ai giochi
del potere, non ammiccare, non spettegolare non accettare le volgarità del capo.
Altrimenti si creano dei climi organizzativi invivibili.
Bisogna che ci guardiamo in faccia per dirci la verità.
CLAUDIA GIORDANI
Non ho
dimestichezza con i Sottosopra ma il documento l’ho letto.
Sono uscita dal
precariato l‘anno scorso dopo 10 anni. Prima sono stato un anno dipendente poi
mi sono licenziata perché se no facevo una brutta
fine. Bisogna dire anche che in questi 10 anni le cose sono peggiorate
vertiginosamente. Lavoro in Comune e faccio cose che mi interessano
veramente poco. Ma so che ci sono persone nel mondo che pagherebbero per essere precari come da noi…
Questo
documento , rispetto a queste situazioni mi è sembrato
un po’ piccino, spazialmente ridotto a una categoria
molto ristretta che universalizzando diventa anche sottile di spessore analitico
rispetto alla realtà delle cose.
Faccio il mio
lavoro da dieci anni, lo faccio al meglio, costruisco relazioni attorno a me,
acquisisco competenze e supero un concorso a posto fisso. Ma
la mia vita è cambiata quando non ho più puntato ad un dover fare ma ad un voler essere perché
così mi permetto un attaccamento lucido. Ci vuole tempo per riflettere, tempo
libero dalla materia , tempo per sé, individualmente e
questo non è preso in considerazione.
Inoltre in
questo scritto la famiglia
non è mai nominata ma è data per scontata: Non si mette in discussine
questo sistema così com’è adesso. La famiglia non ce l’ho
e mio padre e mia madre mi hanno aiutato certo ma è stare dentro alla necessità
non al bene. Il tipo di struttura del mondo del lavoro
non è separato dal tipo di struttura sociale perché si alimentano
reciprocamente e in questo documento mi sembra invece che si ritagli il lavoro
rendendolo avulso da tutto il resto. Creare delle crisi nel mondo del lavoro
può stare insieme ad una struttura sociale, famigliare
che si mantiene inalterata?
PATRICIA
TOUGH
Sono pensionata
e godo della libertà che ho desiderato mentre
lavoravo. Però mi pongo tutti i problemi che vedo far
parte del mondo del lavoro.
Mia figlia vive
un precariato abbastanza stabile La sua novità è che
ha un bimbo appena nato e desidera stare on suo figlio, di vederlo crescere, di
educarlo. Il lavoro non va incontro al desiderio a le
dà una tranquillità economica.
Il mio lavoro di insegnante mi ha dato grandi soddisfazioni perché molto
creativo e siamo cresciute con tante competenze. Allora, durante la mia attività
anche di sindacato, ho incontrato molte donne che sceglievano il part time non per rispondere ad un dovere
famigliare ma perché volevano curare la parte
relazionale della loro vita. Infatti le
relazioni sono importanti e non sono necessariamente le relazioni che abbiamo
in famiglia, o nelle coppie canoniche , tradizionali, eterosessuali. Non si può
prescindere dalle relazioni, non si può vivere una vita senza relazioni oramai
anche questa è una parola indicibile perché molti giovani hanno già costruito
un nuovo modo di relazionarsi fra loro, un nuovo modo
anche di fare famiglia.
C’è la crisi,
noi donne cosa diciamo di questa crisi? Vogliamo pensare ai modelli economici
da superare e cambiare nel documento siamo chiamata a
rispondere di questo e se vogliamo che Laura lavori, se vogliamo che il mondo cambi bisogna assumersene la
responsabilità.
FRANCA
GIANONI
Tranne
che nel primo intervento mi sembra ci sia stata la tendenza a dire che questo
documento o era tutto da buttare o era tutto uno. Non trovo che corrisponda
alla verità.
Secondo me ha davvero un respiro rivoluzionario
Mi ci sento
inclusa anche se anziane e già pensionata perché vorrei bere acqua pulita e
respirare aria pura e so che se riparte l’economia indiscriminata dei consumi
l’economia girerà ma il mondo esplode .In questo Alba
è stata estremamente significativa
Quello che mi interessa particolarmente è a questione del tempo. Il documento pone
una questione del tempo ce anche Claudia riprendeva.
C’è chi di noi non ha assolutamente tempo ma la gran parte di donne che hanno
tempo per pensare a sé possono vedere se
le proposte politiche finali sono consone oppure no a quello che loro possono
fare. Una nuova autocoscienza.
Tenere conto di sé e non pensare solo a sé. Attualmente tutto il
simbolico dominante spinge ad un individualismo esasperato come se non fossimo
esseri umani dipendenti. Io ho avuto la fortuna di essere
molto indipendente nella mia vita, sono stata una della generazione fortunata
che Serena Zoli
tratta nel suo libro (senza però dire i costi di quella generazione!) e
pensavo che i lavori domestici fossero una cosa del tutto secondaria e non
desideravo farli proprio come Laura. Invecchiando non sono più così perché ho
scoperto di avere più bisogni e perché ho una mamma molto anziana che non è più
autosufficiente e allora non
si può prescindere dalla dipendenza,non si può
prescindere dall’aver cura di chi è dipendente. Sono esperienze che ti
danno qualcosa.
Continuo a
leggere:
Dare credito
alla propria esperienza e ai propri desideri. …Creare luoghi in cui dirli….. conoscersi rispecchiandosi negli altri.. E’ una specie di decalogo che secondo me contiene
delle indicazioni praticabili
A me, Laura, ha
colpito molto il tuo modo di esprimerti perché
mi pareva indicasse una profonda convinzione che non
puoi fare niente per cambiare la tua situazione. Questo è una vittoria di chi vuole sfruttarti perché fin che ognuno
di noi sarà convito che non può fare niente é chiaro che niente potrà cambiare
Questo
documento aspira a cambiare il mondo, gli stili di vita di tutti noi a
coinvolgere nel discorso donne e uomini e attualmente
si trova di fronte u mondo pazzesco terribilmente peggiorato rispetto a 30 fa.
Il patriarcato
continua a dare i suoi colpi brutalissimi
ma nella testa della stragrande maggioranza delle donne anche di chi non è mai
stata femminista in vita sua, il patriarcato non c’è più. Agli uomini non gli si dà più il credito che
gli dava mia madre o anche parecchie mie coetanee.
Dico anche
quelli che secondo me sono dei limiti: uno dei
principali sta nel lavoro visto da dentro dove c’è un vero ossimoro tra la
ricerca di un altro genere di competizione e la cooperazione. Secondo me bisogna andare un po’ più per il sottile e scegliere o
competizione o cooperazione. I bonus ai manager…. qui c’è una infinità di cose
da discutere e io sono criticissima.
Finisco con una
considerazione, se mi permettete, storica
Siamo in una crisi
pazzesca:tutti i giorni ci troviamo di fronte alle
emergenze della disoccupazione che aumenta senza nessuna tutela se non per i
garantiti, alle emergenze climatiche planetarie e noi ci permettiamo ancora di dire che desideriamo
cambiare il mondo, che desideriamo soprattutto tempi di lavoro diversi che
permettano di tenere assieme la nostra vita secondo i nostri desideri!
Una cosa di per sé rivoluzionaria.
Nel 1848
apparve un libretto che si chiamava il Manifesto del Comunismo in un momento in
cui i bambini venivano mandati in miniera ,e le donne
,se erano lavoratrici, partorivano vicino alla macchina a cui lavoravano. C’è
stato qualcuno che ha sognato di cambiare il mondo .Sappiamo
come è finito
quel sogno però il bisogno di giustizia che esprimeva è quello che abbiamo
ancora noi, oggi, ma lo abbiamo dal nostro punto di vista di un sesso che ha
desideri, bisogni, tutto molto differente da quello che hanno gli uomini e proprio perché c’è stata una presa di
parola della soggettività femminile.
Non avere
fiducia è la prima vittoria di chi vuole continuare a sfruttarci e se potesse farebbe anche di peggio.
In questo
periodo dire che vogliamo il nostro tempo, che vogliamo vivere secondo i ostri desideri, che sappiamo e vogliamo che nella vita si
è dipendenti e che senza relazioni andiamo tutti a catafascio secondo me è rivoluzionario
Per gli altri
difetti alla prossima.
LETIZIA BIANCHI
In effetti,
come diceva Franca, se vogliamo veramente metterci in relazione, visto tutte le
cose che sono state dette, dovremo proprio rivederci. Per non andare avanti in
un gioco, inevitabile, di contrapposizioni anche fra noi ma anche con il
documento che viene
preso in considerazione più o meno.
Sento però il bisogno di stare sulle cose con più
precisione.
Provo a dire
due cose che mi sembra non siano state ancora dette.
Come Franca,
sicuramente sono della generazione felice ma non solo perché finita
l’Università ho trovato un posto. Io non voglio sottolineare la
fatica e la miseria di una situazione semplicemente per dire .. “ guarda
Laura.. anch’io.
So che la mia
fortuna è stata che sono cresciuta in un
momento in cui con altre donne abbiamo potuto fare quello che stiamo facendo
adesso, cioè abbiamo potuto crescere, discute assieme,
avere luoghi di riflessioni che sono diventati luoghi di vita, di crescita e di
pensiero in cui quello che ci avveniva nella vita – e il lavoro è vita –
trovava un senso, una unità, una proporzione. Questa è stata la nostra fortuna
e questo è quello che ancora oggi ci porta a venire qui.
C’erano donne
molto diverse e credo che quello che ci ha messo in relazione non era un primato, non c’era chi diceva tutte le cose giuste.
Nel movimento delle donne ho sentito che c’era qualche cosa che mi interrogava e se mi interrogava io avevo anche la
disponibilità a non essere tutta lì presente.
Non è possibile
essere tutta lì presente.
Alcune cose sul
documento.
Non credo che
la parola famiglia non ci sia, però
dovrebbe essere interrogata, questo è vero.
Ma non si può fare tutto.
Così come qui
c’è una visione del lavoro…Dal mio punto di vista io sono andata in pensione perché
nel mio lavoro mi si diceva di fare male quello che io so fare molto bene. Non
potevo più starci perché è stata una sofferenza pazzesca. Questo mi fa dire che
oggi c’è una situazione molto difficile, ma se noi ( non solo nell’848 che non c’ero) negli anni
60 fossimo partite da tutto quello che non andava non
ci saremmo mai mosse. Di questo sono assolutamente sicura.
Loro dicono”noi
donne più degli uomini siamo coscienti che non esiste divisione fra vita e
lavoro…questa è una coscienza che per starci dentro deve essere fatta in
continuazione,quotidianamente ma non è solo perché non c’è divisione , c’è che il lavoro è vita: Questo è fondamentale e ciò
che ci rende felici nella vita è ciò che ci rende felici nel lavoro e viceversa.
Benissimo, così come loro scrivono PRIMUM VIVER e questo però non lo dice
nessuno.
Ancora per questo sta a noi condurre la attaglia…. nuovamente…per
tutti… Dici onnipotenti…è così non
possiamo permettere che siano le condizioni di lavoro…. non
ho dubbi su questo… ed è vero che se stiamo al dato perderemo su tutta la
linea.
Amo citare , soprattutto in un luogo come questo, delle donne che io
ho incontrato di recente ma non come dei modelli per darsi una mossa ma come speranza :le Madres di Plaza de Majo. Loro hanno abbattuto una crudelissima dittatura, lo
ricordo per me a lo dico anche un po’ per tutte.
Fior di analisi parlano dell’epoca delle” passioni tristi2 e le Madres dicono che è quello su cui “il padrone fa conto”.
Detto da me sembra un discorso da sdatare ma sono d’accordo
che è vero.
Cosa posso fare per lei, tu cosa puoi fare per lei… chiuse
in un box…la debolezza delle altre…Io ho sentito un rigore delle figlie nei
confronti delle madri. Quindi le madri si devono assumere
delle responsabilità. Essere figlie: ci abbiamo
ragionato moltissimo.
Per quel che
riguarda il documento sento che noi potremmo andare molto di più sul come. Gianna è
l’unica che ha parlato dell’affidamento, io l’ho praticato e ci ho creduto in
maniera sia un po’ ideologica che viscerale però è stato fondamentale.
Ragionare sul COME.
La messa in comune è NECESSITANTE.
C’è un pensiero
che mi interroga. Siamo sicure che i nostri diritti
non siano invece dei privilegi e siamo disposti a mollarli?
ANNA
Molto è stato
detto. Ho letto il doc. ma non l’ho studiato Diciamo che la conclusine
di Franca è condivisibile sul lavoro come ce lo immaginiamo
Ho 46 anni, un
posto sicuro,credo di guadagnare meno ora di quando
sono stata assunta.
Mi riallaccio a
Letizia.
Il focus del discorso sta tra lavoro e cura delle relazioni in
un contesto che se anche non viene nominata è la famiglia cioè si prevede una famiglia con
dei figli e in una coppia con un uomo… Perciò non mi ci sono ritrovata.
Marzia ha usato
il termine politica mentre io adoprerei il termine
diritti ; questo lo sento molto mancante.
Per me che
lavoro con donne “alcolizzate” dal lavoro, che sono anche molto cattive, vicine
quindi alla frustrazione totale, con Brunetta che ci sta mettendo l’una contro
l’altra, è sempre più difficile la cooperazione, la collaborazione reciproca,
la solidarietà. La cosa positiva, quindi, è porre
l’accento sulle relazioni.
Ma se tutto
questo non viene portato nel campo del diritto, delle leggi, della
sicurezza… tutto diventa una teoria poco praticabile anche se non sottovaluto la pratica individuale che è
certamente importante nel cambiamento sociale.
Per superare la
crisi, per cambiare un po’ il mondo la pura riflessione è su cosa di tutto
quello ce abbiamo dobbiamo o possiamo rinunciare, dei
soldi, delle cose che possediamo non dei diritti che non considero affatto privilegi.
Io sono di una
generazione di mezzo, ho fatto il mio possibile ma non ho mai auto la
sensazione di poter cambiare questo mondo. Ora immagino che vada ancora diminuendo la possibilità di immaginarlo in maniera diversa;
non è solo capacità individuale c’è una situazione storica, sociale, economica…
chi ha avuto quella possibilità certo ha cambiato tanto, tantissimo ma quello
che c’è oggi è anche la
responsabilità di chi viene prima
e non solo di chi lo sta vivendo e
che un mondo diverso e migliore non ha né la forza né la capacità di
immaginarselo.
GIAN
ANDREA FRANCHI
Ho avuto
l'esperienza di passare da una fase della mia vita in cui credevo che il mondo
si potesse cambiare, una vita orientata verso il futuro con un immaginario
potentissimo – a
una fase in cui, invece, (e qui gioca la differenza sessuale) questo
immaginario è radicalmente crollato
e mi sono trovato a fare i conti anche
con un vuoto di pensiero.
Da questo punto
di vista, e anche per ragioni personali, il movimento delle donne è stato un fenomeno
assolutamente importante: credo che sia stato l'unico, e sia tuttora l'unico,
tentativo di pensare il post marxismo, cioè di
elaborare un pensiero complessivo che venisse dopo quella formidabile caduta di
speranze e di emozioni forti che era nata con la Rivoluzione Francese. Quindi
oltre duecento anni di cultura (chiamiamola “rivoluzionaria”) che si sono
consumati in maniera estremamente rapida. Da questo
punto di vista il pensiero delle donne nelle sue varie articolazioni è stato
l'unica forma di pensiero che ha in qualche modo preso il testimone e ha messo
in luce gli aspetti non visti dal pensiero precedente. I limiti sono stati
quelli che poi lo hanno fatto implodere per un eccesso di semplicità. Mentre il pensiero del movimento
delle donne gettava un fascio di luce su alcuni aspetti fondamentali che non erano stati visti precedentemente; c'era una fortissima esasperazione dei
processi di distruzione della vita e del mondo, quello che accennavano Franca e
Alba.
E oggi io vivo questa contraddizione che chiamerei tragica: da un lato
mi pare molto interessante e molto ricco quello che viene
detto sulla FORZA DEL DESIDERIO (come dice la Muraro).
Pensare in grande indipendentemente dalla modestia e dalla
piccolezza della propria situazione. Dall'altra mi viene da pensare che esista una LINEA DEL DESIDERIO
del mondo al di qua della quale si può pensare e
sognare in grande; oltre questa linea non si può assolutamente desiderare
perché si è ai livelli poverissimi della vita. Non solo il miliardo di persone
che muore di fame, ma la massa enorme di donne e uomini che ogni giorno si
trovano a lottare per la sopravvivenza e ai quali il desiderio appare un lusso,
un privilegio.
Perché
il desiderio è libertà dall'immediatezza del bisogno che distrugge nel corpo,
che distrugge la possibilità di avere relazioni. Questa è una contraddizione che mi sembra irrisolvibile,
direi tragica. Questo però non può portare a una visione depressa, per noi che siamo al di qua della
linea e abbiamo possibilità di desiderare. Allora, quello che ci rimane è cercare di costruire qualcosa
che possa servire come modello anche nei confronti di
coloro che sono al di là della linea. Tra l'altro adesso si confondono
con noi perché il fenomeno della
migrazione anche in un Paese come l'Italia è veramente imponente. Le grandi
potenze che adesso conoscono la crisi si trovano di fronte a molte persone che
vivono in una situazione di clandestinità e che erano venute qui
per desiderare, in qualche modo; e adesso si trovano in una situazione in cui
vengono ricacciati e devono pensare semplicemente a salvare la pelle. Per concludere insomma io vivo personalmente questa
contraddizione irrisolvibile, una vera e propria sofferenza personale. Penso però
appunto che noi che possiamo desiderare dobbiamo farlo e costruire anche gruppi piccolissimi o anche minuscoli – senza
farci deprimere dalla piccolezza delle cose che si possono fare. Altrimenti sarebbe meglio spararsi un colpo.
ALESSANDRA
GUERMANDI
Un ragionamento
non troppo ragionato.
Laura, io mi
sono sentita presa in causa da questo tuo appello, quasi un'accusa; direi da
questa tua richiesta “che cosa avete da offrire? che
cosa date?”. Intanto io ho un posto fisso ma le logiche del potere
spersonalizzanti, che isolano, che fanno stare soli entrano ovunque e io sono
quotidianamente in lotta contro questa logica della significazione di cui si
parla nel documento e che è una logica che fa sì che il mio lavoro in ogni
momento possa essere tradotto in qualcosa di condivisibile.
Allora, io faccio scuola a delle ragazze che mi
dicono - prof.
non ci stressi per favore con Baudelaire per fare prima si sposa il figlio di Berlusconi.... - Lì ci sono due questioni: ci sono io e c'è un
brutto stronzo che fa passare un messaggio di potere assolutamente
spersonalizzante, oggettivizzante, e profondamente
regressivo e lì ce la giochiamo! Quindi per me la partita non è chiusa , è aperta ogni giorno. Però è vero questo: nel momento attuale, faccio molta più fatica a parlare con le mie colleghe che con le
ragazze che hanno voglia di scendere in piazza che hanno voglia di rompere le
palle al preside per farsi un giorno di occupazione perché forse ne vale la
pena. E allora lì ci stiamo, ci possono essere dei
ponti.
Allora se tu non punti su te stessa io non ho niente da offrirti, non posso darti
niente. Se tu lo fai invece forse scopro anche io che
ho qualcosa da darti; che è quello che a me è successo col movimento degli
studenti. Quando qualche studentessa ha detto - ne vale la pena o no di
studiare? - o mi prende in giro tutti
i giorni .. ci siamo guardate in faccia e abbiamo detto cosa facciamo ci
vediamo ancora e studiamo o no? Quello è stato un momento di rilancio e di
scommessa ed è stato un bel momento nostro di vittoria, piccolissimo, ma lo è
stato. Allora è questo: quello
che si può dare e trasmettere oggi dipende solo da quello che uno riesce a investire su di se, confidando che questo poi venga captato, venga raccolto e confidando
che ci siano poi dei ponti che da lì si lanciano.
GIUSEPPINA
TEDDE
Sono stata
fortunata sia da precaria che da studente perché sono vissuta in un contesto che era
totalmente differente da quello di oggi. Ho avuto la fortuna di poter cercare
di pensare in maniera rivoluzionaria perché era diversa la politica, c’erano i
partiti,i sindacati, c’erano le donne, gli studenti e
gli operai. C’era un clima collaborativo e se scadeva
un contratto di lavoro, poteva essere dei chimici come dei metalmeccanici, si
andava in piazza tutti perché a turno per
tutti ci sarebbe stato un contratto da rinnovare. C’era quindi molto
“noi” e molto poco “io”.
La domanda di
base è: io da sola non ce la faccio , anche con la mia
esperienza, e sfido ciascuna di noi a dire che ce la fa.
Bisogna lanciarsi dei ponti fra le diverse condizioni , fra noi che abbiamo 50 anni e una e un giovane di
oggi: Sono sicura che delle differenze ci siano e noi che abbiamo una certa età
e un certo vissuto abbiamo delle responsabilità da mettere.
Il mondo del
lavoro è così disarticolato e frammentario che
fa fatica anche chi ha un’esperienza consolidata alle spalle. I desideri
però valgono sempre e per tutti.
Perché non
andiamo in piazza e cominciamo a mettere un punto fermo che non vogliamo lavorare oltre i 60 anni e cominciamo a liberare
dei posti di lavoro? Può essere un ragionamento a ruota libera ma
l’innalzamento dell’età pensionabile è passata con un silenzio, con una calma piatta che fa
paura. Non riusciamo a destrutturate minimamente il modello di produzione
dominante. O lo si
abbatte o la situazione può solo peggiorare perché qualcuno da sfruttare
di più lo si trova sempre.
Allora è Da
vedere anche come la politica delle donne può essere messa in campo nel mondo
del lavoro.
Lavoro in una grande azienda della sanità pubblica e sono,
settimanalmente, allo sportello per i dipendenti. Verifico una frustrazione e
una disperazione – tenuta a bada da un uso massiccio di psicofarmaci – che non
si può ignorare.
Ci sono
attacchi alla maternità in continuazione.
Si è frantumato
il tessuto sociale e accettiamo tutto troppo.
Oggi è una giornata importante per metterci in
rete fra chi ha il lavoro garantito, chi lo ha precario, chi non lo ha per
niente.
ALESSANDRA
GUERMANDI
Mi va benissimo
il tuo discorso. Vengo in piazza con te. Però se mi dici dove ne va di te.
Dove in questa questione sei toccata.
Per me oggi
bisogna che ci diciamo in cosa e come in questa crisi ci misuriamo, di quali
contraddizioni reali, giorno per giorno,incontriamo e
affrontiamo. Lì io ci sono.
Se no “come donne” io non faccio proprio niente.
Ci diamo
appuntamento fra una decina di giorni. Arrivederci e grazie