RITA BORGIOLI

Do il benvenuto a tutte e tutti.

Alla Libreria delle donne di Milano un gruppo di lavoro ha prodotto il documento su cui oggi vogliamo ragionare assieme e riflettere. I passaggi precedenti sono stati gli articoli nell’inserto di Via Dogana, i due quaderni sul lavoro e Il doppio sì che riportava il desiderio che le donne hanno di ricomporsi nella loro interezza rispetto alla maternità e al lavoro. Questo gruppo ,pubblicando questo documento “IMMAGINA CHE IL LAVORO”, ha chiamato quasi come in un appello tutte perché oggi, in contemporanea in molte città – e per ora sappiamo che sono più di 25- lo si discutesse e  questa idea è già una invenzione di enorme portata.

Abbiamo preparato questo incontro Rossana, Laura, Alessandra e io, abbiamo invitato i gruppi di donne a Bologna, e non solo,che hanno aderito. Chi non ha potuto esserci  – per es. le donne in nero di Ravenna – è stato per altri impegni altrettanto importanti.

L’elaborazione di questo gruppo milanese parla di donne che stanno nella realtà del lavoro e ci vogliono stare nella loro interezza: partono dal loro bisogno di relazioni. Aspetto fondamentale per non essere nell’immiserimento della solitudine, dell’isolamento.

 Sono parole che testimoniano di voler dire ciò che nel lavoro non va bene e nello stesso tempo assumendosi  la responsabilità di quello che fanno , pronte a cercare i modi più opportuni per trovare quelle forme più rispettose della vita di tutte e di tutti.

Partono dalla capacità, che si riconoscono, dell’avere cura – come può avvenire per es. fra le mura domestiche – e per sentirsi intere trasportano questa esperienza nel mondo  del lavoro. Quindi capaci anche di inventiva, piene di risorse fondate nel bisogno e desiderio di portare avanti la loro libertà.

Considero questo scritto particolarmente potente.

La discussione, simultanea in tante parti d’Italia,, la trovo di una portata innovativa eccezionale:Dominijanni l’ha detto prima di me nominando questo testo come rivoluzionario .

Altro elemento importante che lo caratterizza è il tipo di linguaggio che viene adoperato; scegliere di scrivere in lingua corrente - come ha precisato Lia Cigarini-  vuole dire avere cercato un linguaggio chiaro, preciso,puntuale che vuole testimoniare la propria esperienza e l’elaborazione collettiva,parte dal proprio vero e quindi è inutile parafrasarlo o ri -raccontarlo. Per questo abbiamo iniziato con la lettura delle due lettere iniziali e , nel corso di questo pomeriggio, potremo riprendere ,con la lettura, dei brani  significativi durante la discussione. Sempre con l’attenzione a uno  scambio a partire dalla propria esperienza.

Per finire vi riporto le parole di Liliana Rampello che ci invita a capire in che rapporto ci vogliamo mettere con quelle pratiche politiche che hanno prodotto questo documento. Si chiede e ci chiede: Questo documento cosa dice di me? Come lavoro da ora rispetto al risultato che ci si propone?

L’incontro di oggi è un’occasione e se vogliamo potremo continuare dandoci altri appuntamenti.

Ringrazio tutte e tutti e approfitto per ringraziare Radio Città del capo che , con una intervista, ha voluto dare risalto a questa iniziativa.

Adesso vediamo il video che ci hanno inviato da Milano

 

GIANNA CANDOLO

Abbiamo letto, nel nostro gruppo, Il doppio sì,e porto anche gli echi di  questo approfondimento.

Vorrei fare un breve excursus sui punti che per me sono stati oscuri e su altri che invece mi sembrano fondamentali e da cui partire. Mi sono appuntata la parola solitudine nel primum vivere….

Mi sono soffermata su questa parola perché parlando di lavoro e non di vita personale penso che oggi nessuno possa essere fuori da relazioni. Credo che il lavoro moderno sia caratterizzato proprio dall’essere in rete, ovviamente con caratteristiche non armonizzate. Direi che la parola solitudine, che è parola molto complessa e ricca di significati, deve essere impiegata con una certa cautela se no può portare a conclusioni che sono esattamente all’opposto di quanto vuole dirci il documento.

Ritrovo la stessa cosa, come contraddizione, nel brano adesso che il lavoro lo abbiamo conosciuto

Penso alla mia esperienza: lavoro da 30 anni in una struttura della sanità pubblica, al 90% composta da donne, e ho avuto sempre come responsabili delle donne. E non mi risulta abbiano fatto la strada da sole: erano sempre alleate, non alle altre donne ovviamente, perché qui entreremmo altrimenti nel discorso - cosa vuol dire alleanza tra donne …. bisogna avere obiettivi, bisogna avere strategie - però tutte le donne, che ce l’hanno fatta e che hanno anche posti di potere, sono sempre in alleanza, che sia ideologica, che sia partitica. E anche le ultime, quelle della cronaca, quelle che sono riuscite ad avere un posto in politica attraverso favori sessuali, sono in un circolo di alleanze, cioè hanno scelto di allearsi a quelle e quelli che le mettevano in contatto con il potere vero e proprio. C’è sempre un sistema di alleanze. Le donne emancipate non sono da sole. Questo mi sembra uno stereotipo da combattere, altrimenti ci troviamo poi degli inciampi da cui non riusciamo più ad uscire. Ci sono delle scelte di alleanza, e delle responsabilità di scegliere quella e non un’altra alleanza. Sicuramente il femminismo si è mosso (dalla sorellanza in poi) sul fatto che ci si allea tra donne attraverso la pratica dell’affidamento quando questa era una pratica che aveva un valore politico. Vale a dire: valorizzare l’altra donna sulla scena pubblica e questo è un modo attraverso cui le donne hanno costruito questa rete e quindi hanno favorito secondo me anche quelle che poi da questa rete sono andate avanti cambiando un po’ bandiera (diciamo).

La parte più importante, che più mi ha colpita è il passaggio dalle figlie alle madri: perché questo credo sia un cambiamento vero e proprio! E’ vero questo paradosso. È un punto di forza e di debolezza insieme. Io credo che qui potremo costruire la biblioteca del futuro, perché questa frase intanto attiva la trasformazione sul concetto di materno, e sulla possibilità di scelta che oggi c’è; oggi esistono donne che hanno famiglia e anche programmi e la maternità è vista in un altro modo. Il lavoro è una necessità, non solo per i soldi, ma anche per l’identità. Oggi una donna senza lavoro è avulsa dalla realtà perché il lavoro la mette subito in una rete di relazioni plurime dentro le quali può realizzarsi,.. anche  soffrire … perché l’esperienza del part-time può essere molto dura.

L’altro grosso punto è il lavoro e anche qualcosa in più:

Sto scrivendo un libro sugli anni ‘70 e ho riletto per questo motivo Potere femminile e sovversione sociale. Io sono entrata nel femminismo con Lotta Femminista che propugnava il salario al lavoro domestico. Ebbene Lotta Femminista aveva inventato la figura della casalinga incastonata dentro un linguaggio marxista produzione e riproduzione di forza-lavoro però diceva le stesse cose “il lavoro e anche qualcosa in più” con questo elenco dettagliato. Questo è un lavoro delle donne ed è lavoro, ma ora non lo declinerei più nella terminologia marxista. Mettere insieme emozioni e mondo è questo il lavoro delle donne, un lavoro inteso come travaglio: mettere al mondo ogni giorno qualcosa che ancora non esisteva. Per andare a pagare le bollette le donne che non ce la fanno mettono in moto un’organizzazione bestiale e gli uomini queste cose le lasciano fare alle donne. Mi è piaciuta la ripresa, qui, con un altro stile, con un altro linguaggio del movimento delle donne che ha tirato fuori delle figure che socialmente e simbolicamente non esistevano. Punti importanti che mi riaprono porte che mi si erano un po’ socchiuse in questi ultimi tempi.

Trovo invece la polemica sulla parità vecchia perché tutte ci immaginiamo con pari diritti rispetto agli uomini: nessuna per lo stesso lavoro vorrebbe essere pagata di meno perché ci immaginiamo che siamo pari.

Non siamo uguali; c‘è un bell’articolo di Antoinette Fouque sulla differenza tra la parola parità e uguaglianza. Io sono per la parità Non sono per l’uguaglianza che mi apre altri mondi. Tanto più che un po’ di parità ci vuole soprattutto in un Paese come l’Italia che ancora a emancipazione è un po’ arretrato. Trovo questa polemica pretestuosa, tanto più che rischia di chiudere le porte perché magari ci si può polemizzare, quindi preferirei lasciarla lì perché non mi dice molto. Questo è un punto che un po’ correggerei riprendendo poi il discorso della differenza tra parità e uguaglianza.

I due punti che ho sottolineato secondo me sono da riprendere perché siamo veramente dentro la modernità e anche dentro la trasformazione del femminismo; certamente il patriarcato è morto per come lo abbiamo conosciuto, il femminismo è morto come lo abbiamo conosciuto, mentre c’è il movimento delle donne, e che i maschi o la società patriarcale non vogliano lasciare il posto ad altre lo vediamo sempre.

Infine un po’ di colore: mi ha colpito lo stile, come è scritto il documento perché mi è venuto in mente John Lennon imagina che” imagine on” e quindi sempre un ritorno, ma arioso.

 

LAURA

Sono una studentessa, sto facendo la specialistica, non so che lavoro andrò a fare ma so già fin da adesso che sono destinata alla precarietà   so che  mi laureerò, farò magari anche un bel Master, potrò fare tutto quello che voglio ma alla fine avrò un lavoro dequalificato.

Perciò non mi ritrovo assolutamente in questo documento che parla di donne che hanno vissuto in un altro periodo e che ora hanno una situazione lavorativa diversa dalla mia

Sono d’accordo per dire sì al lavoro e alla maternità, mi va bene la polemica sulla parità ma per me è la precarietà  il tema centrale della mia esperienza e che la nostra generazione sperimenta per prima.

La tipologia dei contratti di lavoro – a progetto, Co.Co.Pro, a part-time-- impedisce le nostre scelte e io penso anche nel nostro poter decidere di essere madri. Non ci sono tutele ,viviamo sotto il ricatto del licenziamento ogni tre mesi.

Laura legge una testimonianza di una giovane laureata che conferma il suo discorso completamente e riporta l’esperienza della sorella  laureata in giurisprudenza contenta di poter essere assunta come commessa.- Voglio anche analizzare il documento iniziando da il lavoro è molto di più. Da questo elenco di tipi di lavoro a me viene da pensare che siano una giustificazione per dei compiti imposti; io non so se voglio essere destinata al lavoro domestico… voglio essere libera di scegliere!

Nel punto manutenzione dell’esistenza: non può reggere il paragone con i paesi scandinavi perché là c’è un welfare diverso, il paese è più piccolo e ai giovani vengono dati più strumenti di emancipazione dalla famiglia mentre noi contiamo che i genitori ci aiutino e continueremo a farlo perché abbiamo bisogno del loro denaro; i contratti precari durano tre mesi…. il confronto è ridicolo.

Ancora da il lavoro visto da dentro: non credo sia possibile la cooperazione nel mondo del lavoro perché siamo sotto ricatto. Non voglio cooperare con chi mi sfrutta. Il call-center è l’unico luogo di lavoro che le studentesse frequentano e lì si lavora a cottimo perciò diventa assurdo parlar di desiderio e di relazioni..

E’ bellissimo che le donne vogliano parlare di lavoro ma pretendo che si parli di quello di oggi non di quello di una volta! Concludo ri-sottolineando che non abbiamo nessuna aspettativa per il futuro, anzi non ce lo immaginiamo nemmeno con l’ansia costante di poter andare avanti e di poter vivere.

 

DONATELLA Associazione AXIA

Ho un’età più grande e forse per questo racconto un’esperienza completamente diversa.

Lavoro in una cooperativa sociale, prevalentemente di donne ( circa il 90%) e svolgiamo un lavoro sanitario di riabilitazione. Io ne sono la presidente e anche gli organi direttivi sono a maggioranza di donne. Però non siamo organizzate gerarchicamente, non esiste un capo e io ho un ruolo ma non ho né una investitura né uno stipendio né qualsiasi altra cosa che definisca un potere; ho un compito.

La cooperativa svolge tre tipi di servizi diversi e ogni gruppo di lavoro sceglie il proprio orario, il proprio modo, il proprio luogo, si da una sua connotazione specifica in autonomia. Ovviamente nel rispetto di compiti tecnici così ogni gruppo ha un suo obiettivo da raggiungere e la somma di tali obiettivi deve costituire la possibilità che la coop.va l’anno dopo, ci sia ancora. L’obiettivo finale è la parità di bilancio e non sempre ce la facciamo.

L’unico controllo è a fine mese dove ognuno di noi rendiconta il lavoro fatto per verificare se ogni gruppo ha raggiunto il suo obiettivo o se non l’ha raggiunto ne indaghiamo i motivi.

Abbiamo molte donne che ci chiedono di lavorare a part time perché hanno famiglia e figli e non accettano il full time fondamentalmente perché il lavoro di cura è un lavoro duro e la relazione –la cura è la relazione- è l’aspetto più impegnativo. Altrettanto importante è la relazione fra pari nei gruppi di lavoro perché è una delle rare possibilità di depositare il proprio fardello di fatica per ricevere una relazione positiva.

Per la mia esperienza come mamma posso dirvi che mia figli-22 anni- ha moltissimi desideri, li sta realizzando con la sua fatica, quasi tutti. Fa la danzatrice e con qualche fatica sta vivendo del suo lavoro.

Non credo ai miracoli. Credo che bisogna imparare ad essere plurali e a considerare che non c’è un unico punto di vista ed è per questo che il documento ha risuonato così positivamente dentro di me. Ci sono altre possibilità oltre al solo sfruttamento, anche in questo mondo così difficile e duro – e che lo è lo verifichiamo tutti- ci sono ancora i sogni da sognare per trovare uno spazio o una riserva di possibilità.

 

ROSSANA FIORAVANTI

In parte la mia esperienza dà ragione alla disperata rabbia di Laura, in parte mi sento vicina a Donatella e al desiderio. Ho 46 anni e per 23 sono stata una dipendente ma lavorando, secondo il mio desiderio, presso gli enti  teatrali. Poi mi sono trasferita a Bologna e  pur continuando a lavorare  sono stata assunta a tempo determinato con un contratto professionale. Ora il contratto è scaduto per ragioni economiche del teatro Comunale. In questi mesi a casa penso a quello che sono stata capace di costruire e quello che non sono riuscita…

Da dipendente avevo buone relazioni con le mie colleghe anche se il luogo di lavoro era difficile ( non si fa fatica solo dove la gente è triste ma anche dove sembra allegra!).

Come Professionista tutto si è complicato soprattutto per costruire relazioni.

 Il caso mi ha messo dalla parte della direzione ed è stato difficile non solo con chi mi riconosceva una certa autorità ma anche con chi condivideva con me una stessa posizione. Ho costruito comunque qualcosa ma non quelle belle relazioni di quando ero insieme ai miei pari. Anche lì cera il mio call center con la lista dei buoni e dei cattivi, chi protestava e chi no. Nello sforzo delle relazioni –due o tre le ho costruite- mi ci ha messo questo tipo di contratto

Sono una delle poche donne di mezz’età con una professionalità precisa ad aver vissuto la trasformazione del lavoro dipendente: la situazione pesante è dovuta all’insicurezza e il ricatto è vero che c’è.

Però io dico di aver fiducia nei propri desideri, di capire di più cosa veramente vogliamo fare e chiederselo sempre ad ogni età. Immagino lo spaesamento di Laura e anche i soldi sono importanti… Ma il desiderio è fondamentale ed è quello ce in questo momento di disoccupazione mi sta facendo rivivere. Anche il vuoto iniziale l’ho sfruttato per arrivare al desiderio.,

 

ALBA

Provo molta tenerezza per Laura e le sue fatiche.

Leggerò il documento che ancora non conosco ma io parto dal fatto che siamo 7 miliardi di persone oramai in questo mondo e il desiderio secondo me si pone in un altro modo visto che tutti devono lavorare, vivere e occuparsi delle cose di ogni giorno. La cosa fondamentale da fare è che bisogna ribaltare tutto. Se il valore fondante per la nostra società è il lavoro non deve più essere  questo lavoro né per le donne né per gli uomini. Noi siamo testimoni di un mondo che o cambia o non ci sono speranze non solo per noi ma per tutti, ecco perché bisogna ripensare ad un altro mondo e a un altro modo di vivere. E’ un discorso universale.

-Riporta l’esempio del film Terra Madre dove Vandana Shiva ad una donna che le, si era proposta per dei lavori domestici ha risposto che nella sua casa ciascuno provvedeva a se stesso  ma l’ha trattenuta per impiegarla, data la sua esperienza di agricoltrice, nella Banca dei Semi che lotta per la salvaguardia della bio-diversità-

 

 

Precaria nel mondo della ricerca.

Sono d’accordo con Laura: non è il lavoro di oggi quello di cui si parla nel documento che non ho letto e che leggerò. La cosa che a me fa più male è che io, che lavoro in una grande struttura, non sono nelle stesse condizioni dei miei colleghi che pur facendo lo stesso lavoro hanno 45/50 anni d’età. Questo riguarda l’oggi ma anche il futuro sistema previdenziale. Il lavoro oggi in Italia sta perdendo la gran parte dei diritti acquisiti e questo succede nella immobilità e indifferenza collettiva.

 

CARLA MAZZONI

Lavoro in un ente pubblico – una biblioteca- quasi come una media azienda di servizi.

Ho dei figli dell’età di Laura e mi sono immedesimata nel suo racconto anche perché nel mio posto di lavoro sono quella “garantita” contro cui viene fatta una campagna selvaggia di denigrazione e questo serve per aggravare le condizioni di sfruttamento. Sono garantita ed è giusto che lo sia  perché in realtà lavoriamo moltissimo ma vicino a me ho questi ragazzi che sono invece precari e guadagnano 5,50 euro l’ora. Sono sempre arrabbiatissima e per questo oggi ho anche fatto uno sciopero che altrimenti avrei ignorato.

A me questo documento è piaciuto. Io mi sento a metà Questo è un bel documento ma è vero che rispecchia l’esperienza di donne anche più vecchie e garantite di me.

I lavori di massa sono oramai spariti: esternalizzati, ridotti al cottimo.

Mio figlio più grande che fa il fiorista per una propria propensione si è sistemato ed è contento… è stato fortunato… è interessante notare però che seguendo una spinta in apparenza irrazionale…lui maschio…i fiori…… abbia trovato una sistemazione decente.

 

MARZIA VACCARI

Mi scuso per non avere ancora letto il documento ma ho dimestichezza con l’argomento. Ho sempre ammirato la capacità di Cigarini e delle altre di mettere in parola argomenti che a volte non stanno di casa fra noi nel femminismo. Lo sottolineo perché è un cosa bella questa parola leggera e significativa, questo partire da sé, questo dare spazio all’esperienza.

La mia esperienza di lavoro è rappresentata da questo documento perché il mio percorso è stato dentro al mio desiderio, ed è una delle forme più compiute di affermazione di me ma anche perché ho avuto la fortuna di avere relazioni molto significative con donne per me molto importanti.

Oggi il lavoro è argomento di grande sofferenza vista la precarietà, la flessibilità, la globalizzazione però fino a ieri ,per una donna,uscire di casa e andare a lavorare  era vera emancipazione. Voleva dire denaro che fra le mura domestiche non si riceveva. Io sono una di quelle donne perché la mia famiglia non era benestante e per me il lavoro ha avuto il significato di “opera”. Lavoro…opera.. riprendiamo Anna Harendt.

Per me lavoro quindi partendo da un desiderio, da delle relazioni,e da tanta fiducia sogno, fantasia, visioni è stato dentro anche a ragionamenti di trasformazione, di cambiamento. Vorrei vedere anche fra i giovani questo registro.

L’altro aspetto dolente, e da questo il sottosopra sta un po’ alla larga, è la dimensione politica. Non possiamo starne distanti perché la legge Treu o la Biagi/Maroni hanno portato allo  sfacelo che c’è oggi. Dobbiamo contare di più sulla presa di parola pubblica, sulla pratica politica per andare a condizionare le leggi, i disegni di legge, le commissioni, per rimettere in gioco quello che è il sindacato oggi. Non c’è tutela perché non c’è capacità di essere forza collettiva.

Ultima cosa.

Il destino della terra  è un’emergenza da cui non possiamo prescindere: bisogna fare dei ponti fra generazioni e anche con il maschile. Siamo di fronte a fenomeni epocali. Oggi in questa occasione  uguale in tante città d’Italia spero che si cominci a ragionare con questo tenore. Siamo uscite dalle mura domestiche ma quanto siamo state capaci di concepire forme di lavoro che non siano nella retorica del managemet?

 

GIOIA VIRGILIO

Ho letto con attenzione il documento e mi aspettavo una continuazione alle ultime riflessioni che avevamo fatto negli anni passati. Tempo fa ho letto il libro di Beppe Grillo sul precariato e c’erano esperienze disperanti. Ne ero rimasta angosciata. Anch’io ho conosciuto il precariato ma mai in quelle forme di degrado. Quelle persone, certo non si trovano in questo documento!

Sono garantita, lavoro nel servizio pubblico e siamo quasi tutte donne. Il documento non mi a illuminato particolarmente… Per la parte della parità e della conciliazione l’abbiamo già detto che non ci si può aspettare tanto.

Di questo documento ho apprezzato soprattutto gli occhielli Particolarmente azzeccato quello sulla manutenzione dell’esistenza degli uomini; aggiungerei all’auto e alle motociclette il computer.. le possibilità degli uomini si vedono in queste cose qui!

Voglio soffermarmi sul paragrafo e adesso che il lavoro l’abbiamo conosciuto. In questo trovo molto interessante la questione tempo,il valore del tempo. E’ vero quello che diceva Gianna, che senza lavoro non hai identità e si può anche essere dissociate fin che si vuole ma stando in un posto 8 ore ti devi identificare un po’ col lavoro che fai. Ma tempo vuol dire valorizzare il tempo, mantenere energie residue, vuol dire crescita di sé  Lavorando si imparano tante cose e anche nei lavori peggiori comunque si acquisisce una competenza un tuo sapere, e in questo senso le donne di oggi sono più forti delle casalinghe di un tempo. Poi come te la giochi?

Nel documento si dice: bisognerebbe avere un lavoro in cui si innova, si apprende e si decide ma questo porta via delle energie che sono mostruose! Sono rimasta molto colpita che nei casi drammatici di suicidio in Francia erano le persone su cui l’azienda aveva investito di più; Così prese dalla competizione, vivevano al massimo la richiesta sulle loro prestazioni tanto da arrivare alla disperazione. Fa riflettere!

Quando si dice la debolezza dell’altra e si termina dicendo di colorare con l’ironia è un gran bel suggerimento. Io vedo donne né frustrate né depresse ma veramente cattive e cerco di recuperarle ma mi chiedo che relazioni ci posso avere? Vanno avanti senza dubbi, non mettono in crisi niente, vanno d’accordo con gli uomini da cui accettano anche la volgarità: cioè fanno carriera alla maniera spietata, alla maschile. Ci si deve fare i conti.

Poi ci sono una altra parte di donne che sono “alcolizzate” di lavoro; identificate totalmente, senza creare i presupposti per una effettiva crescita di sé,non vanno mai in pensione togliendo lavoro ai giovani, non hanno altro se non un grande vuoto che riempiono così.

Alla fine del documento viene detto che dobbiamo anche parlare di lavoro con gli uomini. Mi sta bene ma io preferisco prima cercare di recuperare queste donne… soffrono…sono totalmente identificate nella logica maschile…non mangiano… non hanno mai tempo. Torna il tempo!

Se torniamo all’autocoscienza bisogna dirsele in faccia queste cose, dirsi la verità

Un’altra cosa è il valore della dignità del lavoro che sia da manager che sia quello più precario e umile. Non abbassarsi ai giochi del potere, non ammiccare, non spettegolare non accettare le volgarità del capo. Altrimenti si creano dei climi organizzativi invivibili. Bisogna che ci guardiamo in faccia per dirci la verità.

 

CLAUDIA GIORDANI

Non ho dimestichezza con i Sottosopra ma il documento l’ho letto.

Sono uscita dal precariato l‘anno scorso dopo 10 anni. Prima sono stato un anno dipendente poi mi sono licenziata perché se no facevo una brutta fine. Bisogna dire anche che in questi 10 anni le cose sono peggiorate vertiginosamente. Lavoro in Comune e faccio cose che mi interessano veramente poco. Ma so che ci sono persone nel mondo che pagherebbero per essere precari come da noi…

Questo documento , rispetto a queste situazioni mi è sembrato un po’ piccino, spazialmente ridotto a una categoria molto ristretta che universalizzando  diventa anche sottile di spessore analitico rispetto alla realtà delle cose.

Faccio il mio lavoro da dieci anni, lo faccio al meglio, costruisco relazioni attorno a me, acquisisco competenze e supero un concorso a posto fisso. Ma la mia vita è cambiata quando non ho più puntato ad un dover fare ma ad un voler essere perché così mi permetto un attaccamento lucido. Ci vuole tempo per riflettere, tempo libero dalla materia , tempo per sé, individualmente e questo non è preso in considerazione.

Inoltre in questo scritto la famiglia non è mai nominata ma è data per scontata: Non si mette in discussine questo sistema così com’è adesso. La famiglia non ce l’ho e mio padre e mia madre mi hanno aiutato certo ma è stare dentro alla necessità non al bene. Il tipo di struttura del mondo del lavoro non è separato dal tipo di struttura sociale perché si alimentano reciprocamente e in questo documento mi sembra invece che si ritagli il lavoro rendendolo avulso da tutto il resto. Creare delle crisi nel mondo del lavoro può stare insieme ad una struttura sociale, famigliare che si mantiene inalterata?

 

PATRICIA TOUGH

Sono pensionata e godo della libertà che ho desiderato mentre lavoravo. Però mi pongo tutti i problemi che vedo far parte del mondo del lavoro.

Mia figlia vive un precariato abbastanza stabile La sua novità è che ha un bimbo appena nato e desidera stare on suo figlio, di vederlo crescere, di educarlo. Il lavoro non va incontro al desiderio a le dà una tranquillità economica.

Il mio lavoro di insegnante mi ha dato grandi soddisfazioni perché molto creativo e siamo cresciute con tante competenze. Allora, durante la mia attività anche di sindacato, ho incontrato molte donne che sceglievano il part time non per rispondere ad un dovere famigliare ma perché volevano curare la parte  relazionale della loro vita. Infatti le relazioni sono importanti e non sono necessariamente le relazioni che abbiamo in famiglia, o nelle coppie canoniche , tradizionali, eterosessuali. Non si può prescindere dalle relazioni, non si può vivere una vita senza relazioni oramai anche questa è una parola indicibile perché molti giovani hanno già costruito un nuovo modo di relazionarsi fra loro, un nuovo modo anche di fare famiglia.

C’è la crisi, noi donne cosa diciamo di questa crisi? Vogliamo pensare ai modelli economici da superare e cambiare nel documento siamo chiamata a rispondere di questo e se vogliamo che Laura lavori, se vogliamo che il mondo cambi bisogna assumersene la responsabilità.

FRANCA GIANONI

Tranne che nel primo intervento mi sembra ci sia stata la tendenza a dire che questo documento o era tutto da buttare o era tutto uno. Non trovo che corrisponda alla verità.

Secondo me ha davvero un respiro rivoluzionario

Mi ci sento inclusa anche se anziane e già pensionata perché vorrei bere acqua pulita e respirare aria pura e so che se riparte l’economia indiscriminata dei consumi l’economia girerà ma il mondo esplode .In questo Alba è stata estremamente significativa

Quello che mi interessa particolarmente è a questione del tempo. Il documento pone una questione del tempo ce anche Claudia riprendeva. C’è chi di noi non ha assolutamente tempo ma la gran parte di donne che hanno tempo per pensare a sé possono  vedere se le proposte politiche finali sono consone oppure no a quello che loro possono fare.  Una nuova autocoscienza.

Tenere conto di sé e non pensare solo a sé. Attualmente tutto il simbolico dominante spinge ad un individualismo esasperato come se non fossimo esseri umani dipendenti. Io ho avuto la fortuna di essere molto indipendente nella mia vita, sono stata una della generazione fortunata che Serena Zoli  tratta nel suo libro (senza però dire i costi di quella generazione!) e pensavo che i lavori domestici fossero una cosa del tutto secondaria e non desideravo farli proprio come Laura. Invecchiando non sono più così perché ho scoperto di avere più bisogni e perché ho una mamma molto anziana che non è più autosufficiente e allora non si può prescindere dalla dipendenza,non si può prescindere dall’aver cura di chi è dipendente. Sono esperienze che ti danno qualcosa.

Continuo a leggere:

Dare credito alla propria esperienza e ai propri desideri. …Creare luoghi in cui dirli….. conoscersi rispecchiandosi negli altri.. E’ una specie di decalogo che secondo me contiene delle indicazioni praticabili

A me, Laura, ha colpito molto il tuo modo di esprimerti  perché mi pareva indicasse una profonda convinzione che non puoi fare niente per cambiare la tua situazione. Questo è una vittoria  di chi vuole sfruttarti perché fin che ognuno di noi sarà convito che non può fare niente é chiaro che niente potrà cambiare

Questo documento aspira a cambiare il mondo, gli stili di vita di tutti noi a coinvolgere nel discorso donne e uomini e attualmente si trova di fronte u mondo pazzesco terribilmente peggiorato rispetto a 30 fa. Il patriarcato

continua a dare i suoi colpi brutalissimi ma nella testa della stragrande maggioranza delle donne anche di chi non è mai stata femminista in vita sua, il patriarcato non c’è più.  Agli uomini non gli si dà più il credito che gli dava mia madre o anche parecchie mie coetanee.

Dico anche quelli che secondo me sono dei limiti: uno dei principali sta nel lavoro visto da dentro dove c’è un vero ossimoro tra la ricerca di un altro genere di competizione e la cooperazione. Secondo me bisogna andare un po’ più per il sottile e scegliere o competizione o cooperazione. I bonus ai manager…. qui c’è una infinità di cose da discutere e io sono criticissima.

Finisco con una considerazione, se mi permettete, storica

Siamo in una crisi pazzesca:tutti i giorni ci troviamo di fronte alle emergenze della disoccupazione che aumenta senza nessuna tutela se non per i garantiti, alle emergenze climatiche planetarie e noi ci permettiamo ancora di dire che desideriamo cambiare il mondo, che desideriamo soprattutto tempi di lavoro diversi che permettano di tenere assieme la nostra vita secondo i nostri desideri! Una cosa di per sé rivoluzionaria.

Nel 1848 apparve un libretto che si chiamava il Manifesto del Comunismo in un momento in cui i bambini venivano mandati in miniera ,e le donne ,se erano lavoratrici, partorivano vicino alla macchina a cui lavoravano. C’è stato qualcuno che ha sognato di cambiare il mondo .Sappiamo come è  finito quel sogno però il bisogno di giustizia che esprimeva è quello che abbiamo ancora noi, oggi, ma lo abbiamo dal nostro punto di vista di un sesso che ha desideri, bisogni, tutto molto differente da quello che hanno gli uomini   e proprio perché c’è stata una presa di parola della soggettività femminile.

Non avere fiducia è la prima vittoria di chi vuole continuare a sfruttarci e se potesse farebbe anche di peggio.

In questo periodo dire che vogliamo il nostro tempo, che vogliamo vivere secondo i ostri desideri, che sappiamo e vogliamo che nella vita si è dipendenti e che senza relazioni andiamo tutti a catafascio secondo me è  rivoluzionario

Per gli altri difetti alla prossima.

 

LETIZIA BIANCHI

In effetti, come diceva Franca, se vogliamo veramente metterci in relazione, visto tutte le cose che sono state dette, dovremo proprio rivederci. Per non andare avanti in un gioco, inevitabile, di contrapposizioni anche fra noi ma anche con il documento che viene  preso in considerazione più o meno.

Sento però  il bisogno di stare sulle cose con più precisione.

Provo a dire due cose che mi sembra non siano state ancora dette.

Come Franca, sicuramente sono della generazione felice ma non solo perché finita l’Università ho trovato un posto. Io non voglio sottolineare  la fatica e la miseria di una situazione semplicemente per dire .. “ guarda Laura.. anch’io.

So che la mia fortuna  è stata che sono cresciuta in un momento in cui con altre donne abbiamo potuto fare quello che stiamo facendo adesso, cioè abbiamo potuto crescere, discute assieme, avere luoghi di riflessioni che sono diventati luoghi di vita, di crescita e di pensiero in cui quello che ci avveniva nella vita – e il lavoro è vita – trovava un senso, una unità, una proporzione. Questa è stata la nostra fortuna e questo è quello che ancora oggi ci porta a venire qui.

C’erano donne molto diverse e credo che quello che ci ha messo in relazione non era un primato, non c’era chi diceva tutte le cose giuste. Nel movimento delle donne ho sentito che c’era qualche cosa che mi interrogava e se mi interrogava io avevo anche la disponibilità a non essere tutta lì presente.

Non è possibile essere tutta lì presente.

Alcune cose sul documento.

Non credo che la parola  famiglia non ci sia, però dovrebbe essere interrogata, questo è vero.  Ma non si può fare tutto.

Così come qui c’è una visione del lavoro…Dal mio punto di vista io sono andata in pensione perché nel mio lavoro mi si diceva di fare male quello che io so fare molto bene. Non potevo più starci perché è stata una sofferenza pazzesca. Questo mi fa dire che oggi c’è una situazione molto difficile, ma se noi  ( non solo nell’848 che non c’ero) negli anni 60 fossimo partite da tutto quello che non andava non ci saremmo mai mosse. Di questo sono assolutamente sicura.

Loro dicono”noi donne più degli uomini siamo coscienti che non esiste divisione fra vita e lavoro…questa è una coscienza che per starci dentro deve essere fatta in continuazione,quotidianamente ma non è solo perché non c’è  divisione , c’è che il lavoro è vita: Questo è fondamentale e ciò che ci rende felici nella vita è ciò che ci rende felici nel lavoro e viceversa. Benissimo, così come loro scrivono PRIMUM VIVER e questo però non lo dice nessuno.

Ancora  per questo sta a noi condurre la attaglia…. nuovamente…per tutti… Dici onnipotenti…è così   non possiamo permettere che siano le condizioni di lavoro…. non ho dubbi su questo… ed è vero che se stiamo al dato perderemo su tutta la linea.

Amo citare , soprattutto in un luogo come questo, delle donne che io ho incontrato di recente ma non come dei modelli per darsi una mossa ma come speranza  :le  Madres di Plaza de Majo. Loro hanno abbattuto una crudelissima dittatura, lo ricordo per me a lo dico anche un po’ per tutte.

Fior di analisi parlano dell’epoca delle” passioni tristi2 e le Madres dicono che è quello su cui “il padrone fa conto”. Detto da me sembra un discorso da sdatare ma sono d’accordo che è vero.

Cosa posso fare per lei, tu cosa puoi fare per lei… chiuse in un box…la debolezza delle altre…Io ho sentito un rigore delle figlie nei confronti delle madri. Quindi le madri si devono assumere delle responsabilità. Essere figlie: ci abbiamo ragionato moltissimo.

Per quel che riguarda il documento sento che noi potremmo andare molto di più sul come. Gianna è l’unica che ha parlato dell’affidamento, io l’ho praticato e ci ho creduto in maniera sia un po’ ideologica che viscerale però è stato fondamentale. Ragionare sul COME.

La messa in comune è NECESSITANTE.

C’è un pensiero che mi interroga. Siamo sicure che i nostri diritti non siano invece dei privilegi e siamo disposti a mollarli?

 

ANNA

Molto è stato detto. Ho letto il doc. ma non l’ho studiato Diciamo che la conclusine di Franca è condivisibile sul lavoro come ce lo immaginiamo

Ho 46 anni, un posto sicuro,credo di guadagnare meno ora di quando sono stata assunta.

Mi riallaccio a Letizia.

Il focus del discorso sta tra lavoro e cura delle relazioni in un contesto che se anche non viene nominata è  la famiglia cioè si prevede una famiglia con dei figli e in una coppia con un uomo… Perciò non mi ci sono ritrovata.

Marzia ha usato il termine politica mentre io adoprerei il termine diritti ; questo lo sento molto mancante.

Per me che lavoro con donne “alcolizzate” dal lavoro, che sono anche molto cattive, vicine quindi alla frustrazione totale, con Brunetta che ci sta mettendo l’una contro l’altra, è sempre più difficile la cooperazione, la collaborazione reciproca, la solidarietà. La cosa positiva, quindi, è porre l’accento sulle relazioni.

Ma se tutto questo non viene portato nel campo del diritto, delle leggi, della sicurezza… tutto diventa una teoria poco praticabile anche se  non sottovaluto la pratica individuale che è certamente importante nel cambiamento sociale.

Per superare la crisi, per cambiare un po’ il mondo la pura riflessione è su cosa di tutto quello ce abbiamo dobbiamo o possiamo rinunciare, dei soldi, delle cose che possediamo non dei diritti che non considero affatto privilegi.

Io sono di una generazione di mezzo, ho fatto il mio possibile ma non ho mai auto la sensazione di poter cambiare questo mondo. Ora immagino che vada ancora diminuendo la possibilità di immaginarlo in maniera diversa; non è solo capacità individuale c’è una situazione storica, sociale, economica… chi ha avuto quella possibilità certo ha cambiato tanto, tantissimo ma quello che c’è oggi è anche la responsabilità di chi viene prima  e non solo di chi lo sta vivendo e  che un mondo diverso e migliore non ha né la forza né la capacità di immaginarselo.

 

GIAN ANDREA FRANCHI

Ho avuto l'esperienza di passare da una fase della mia vita in cui credevo che il mondo si potesse cambiare, una vita orientata verso il futuro con un immaginario potentissimo – a  una fase in cui, invece, (e qui gioca la differenza sessuale) questo immaginario è  radicalmente crollato e  mi sono trovato a fare i conti anche con un vuoto di pensiero.

Da questo punto di vista, e anche per ragioni personali, il movimento delle donne è stato un fenomeno assolutamente importante: credo che sia stato l'unico, e sia tuttora l'unico, tentativo di pensare il post marxismo, cioè di elaborare un pensiero complessivo che venisse dopo quella formidabile caduta di speranze e di emozioni forti che era nata con la Rivoluzione Francese. Quindi oltre duecento anni di cultura (chiamiamola “rivoluzionaria”) che si sono consumati in maniera estremamente rapida. Da questo punto di vista il pensiero delle donne nelle sue varie articolazioni è stato l'unica forma di pensiero che ha in qualche modo preso il testimone e ha messo in luce gli aspetti non visti dal pensiero precedente. I limiti sono stati quelli che poi lo hanno fatto implodere per un eccesso di  semplicità. Mentre il pensiero del movimento delle donne gettava un fascio di luce su alcuni aspetti  fondamentali che non erano stati visti precedentemente; c'era una fortissima esasperazione dei processi di distruzione della vita e del mondo, quello che accennavano Franca e Alba.

E oggi io vivo questa contraddizione che chiamerei tragica: da un lato mi pare molto interessante e molto ricco quello che viene detto sulla FORZA DEL DESIDERIO (come dice la Muraro). Pensare in grande indipendentemente dalla modestia e dalla piccolezza della propria situazione. Dall'altra mi viene da  pensare che esista una LINEA DEL DESIDERIO del mondo al di qua della quale si può pensare e sognare in grande; oltre questa linea non si può assolutamente desiderare perché si è ai livelli poverissimi della vita. Non solo il miliardo di persone che muore di fame, ma la massa enorme di donne e uomini che ogni giorno si trovano a lottare per la sopravvivenza e ai quali il desiderio appare un lusso, un privilegio.

Perché il desiderio è libertà dall'immediatezza del bisogno che distrugge nel corpo, che distrugge la possibilità di avere relazioni. Questa è una contraddizione che mi sembra irrisolvibile, direi tragica. Questo però non può portare a una visione depressa, per noi che siamo al di qua della linea e abbiamo possibilità di desiderare. Allora, quello che ci rimane è cercare di costruire qualcosa che possa servire come modello anche nei confronti di coloro che sono al di là della linea. Tra l'altro adesso si confondono con noi perché il  fenomeno della migrazione anche in un Paese come l'Italia è veramente imponente. Le grandi potenze che adesso conoscono la crisi si trovano di fronte a molte persone che vivono in una situazione di clandestinità e che erano venute qui per desiderare, in qualche modo; e adesso si trovano in una situazione in cui vengono ricacciati e devono pensare semplicemente a salvare la pelle. Per concludere insomma io vivo personalmente questa contraddizione irrisolvibile, una vera e propria sofferenza personale. Penso però appunto che noi che possiamo desiderare dobbiamo farlo e costruire anche  gruppi piccolissimi o anche minuscoli – senza farci deprimere dalla piccolezza delle cose che si possono fare. Altrimenti sarebbe meglio spararsi un colpo.

 

ALESSANDRA GUERMANDI

Un ragionamento non troppo ragionato.

Laura, io mi sono sentita presa in causa da questo tuo appello, quasi un'accusa; direi da questa tua richiesta “che cosa avete da offrire? che cosa date?”. Intanto io ho un posto fisso ma le logiche del potere spersonalizzanti, che isolano, che fanno stare soli entrano ovunque e io sono quotidianamente in lotta contro questa logica della significazione di cui si parla nel documento e che è una logica che fa sì che il mio lavoro in ogni momento possa essere tradotto in qualcosa di condivisibile.

Allora,  io faccio scuola a delle ragazze che mi dicono - prof. non ci stressi per favore con Baudelaire per fare prima si sposa il figlio di Berlusconi.... - Lì ci sono due questioni: ci sono io e c'è un brutto stronzo che fa passare  un messaggio di potere assolutamente spersonalizzante, oggettivizzante, e profondamente regressivo e lì ce la giochiamo! Quindi per me la partita non è chiusa , è aperta ogni giorno. Però è vero questo: nel momento attuale, faccio molta più fatica  a parlare con le mie colleghe che con le ragazze che hanno voglia di scendere in piazza che hanno voglia di rompere le palle al preside per farsi un giorno di occupazione perché forse ne vale la pena. E allora lì ci stiamo, ci possono essere dei ponti.

Allora se tu non punti su te stessa io non ho niente da offrirti, non posso darti niente. Se tu lo fai invece forse scopro anche io che ho qualcosa da darti; che è quello che a me è successo col movimento degli studenti. Quando qualche studentessa ha detto - ne vale la pena o no di studiare? - o mi prende in giro tutti i giorni .. ci siamo guardate in faccia e abbiamo detto cosa facciamo ci vediamo ancora e studiamo o no? Quello è stato un momento di rilancio e di scommessa ed è stato un bel momento nostro di vittoria, piccolissimo, ma lo è stato. Allora è questo: quello che si può dare e trasmettere oggi dipende solo da quello che uno riesce a investire su di se, confidando che questo poi  venga captato, venga raccolto e confidando che ci siano poi dei ponti che da lì si lanciano.

 

GIUSEPPINA TEDDE

Sono stata fortunata sia da precaria che da studente perché sono vissuta in  un contesto che era totalmente differente da quello di oggi. Ho avuto la fortuna di poter cercare di pensare in maniera rivoluzionaria perché era diversa la politica, c’erano i partiti,i sindacati, c’erano le donne, gli studenti e gli operai. C’era un clima collaborativo e se scadeva un contratto di lavoro, poteva essere dei chimici come dei metalmeccanici, si andava in piazza tutti perché a turno per  tutti ci sarebbe stato un contratto da rinnovare. C’era quindi molto “noi” e molto poco “io”.

La domanda di base è: io da sola non ce la faccio , anche con la mia esperienza, e sfido ciascuna di noi a dire che ce la fa.

Bisogna lanciarsi dei ponti fra le diverse condizioni , fra noi che abbiamo 50 anni e una e un giovane di oggi: Sono sicura che delle differenze ci siano e noi che abbiamo una certa età e un certo vissuto abbiamo delle responsabilità da mettere.

Il mondo del lavoro è così disarticolato e frammentario che  fa fatica anche chi ha un’esperienza consolidata alle spalle. I desideri però valgono sempre e per tutti.

Perché non andiamo in piazza e cominciamo a mettere un punto fermo che non vogliamo lavorare oltre i 60 anni e cominciamo a liberare dei posti di lavoro? Può essere un ragionamento a ruota libera ma l’innalzamento dell’età pensionabile è passata  con un silenzio, con una calma piatta che fa paura. Non riusciamo a destrutturate minimamente il modello di produzione dominante. O lo si  abbatte o la situazione può solo peggiorare perché qualcuno da sfruttare di più lo si trova sempre.

Allora è Da vedere anche come la politica delle donne può essere messa in campo nel mondo del lavoro.

Lavoro in una grande azienda della sanità pubblica e sono, settimanalmente, allo sportello per i dipendenti. Verifico una frustrazione e una disperazione – tenuta a bada da un uso massiccio di psicofarmaci – che non si può ignorare.

Ci sono attacchi alla maternità in continuazione.

Si è frantumato il tessuto sociale e accettiamo tutto troppo.

Oggi  è una giornata importante per metterci in rete fra chi ha il lavoro garantito, chi lo ha precario, chi non lo ha per niente.

 

ALESSANDRA GUERMANDI

Mi va benissimo il tuo discorso. Vengo in piazza con te. Però se mi dici dove ne va di te. Dove in questa questione sei toccata.

Per me oggi bisogna che ci diciamo in cosa e come in questa crisi ci misuriamo, di quali contraddizioni reali, giorno per giorno,incontriamo e affrontiamo. Lì io ci sono.

Se no “come donne” io non faccio proprio niente.

 

Ci diamo appuntamento fra una decina di giorni. Arrivederci e grazie