Leggo il manifesto "Immagina che il lavoro", e rifletto. Qualche mese fa, senza conoscere la vostra iniziativa, ho scritto un libro pensando ai bambini, anzi ai neonati: quelli che la nozione comune vorrebbe serenamente socializzanti, a tre mesi o poco più, in tanti piccoli nidi-alveare mentre i loro genitori-api si danno da fare, altrettanto serenamente, per produrre miele a circolo continuo.

La realtà è diversa: la realtà dei neonati, sui quali non riusciamo ancora a immaginare i riflessi di una separazione dalla madre e dal padre sempre più precoce, sempre più prolungata, eppure sempre più indiscutibile. La realtà dei genitori, incastrati in modalità lavorative ormai obsolete, che nuociono alla vita, prima ancora che alla famiglia. E soprattutto la realtà delle madri, ingannate (ingannatesi) sull'appetibilità e sull'indiscutibilità di un modello professionale che ha radici estranee non solo alla maternità, ma alla stessa femminilità. Invece di dare corpo e forza alla loro energia, alla loro inventiva, alle loro passioni, invece di scansare il presenzialismo, il verticismo, l'efficientismo,  le donne si sono adattate ai desideri altrui; finendo inquadrate - tutte, a prescindere da livello e mansioni - in un esercito di volenterose impiegate.

Il modello impiegatizio ci circonda, ci sovrasta, impregnando ormai di sé settori diversi, professioni diverse, esperienze diverse. Intanto, le esigenze personali e familiari delle donne sono totalmente sacrificate, prima che alle loro ambizioni, a questo modello superato dai fatti. Per quanto possa suonare inverosimile, in un ventunesimo secolo invaso di gadget materiali e immateriali per la comunicazione a distanza, lavoriamo ancora nelle modalità che un comico come Villaggio aveva avuto facile gioco a ridicolizzare con il suo Fantozzi più di trent’anni fa.

A suggerire un cambio di passo, si rischia immediatamente di essere bollate come le fautrici di un "ritorno al passato". E qui si annida un equivoco non facile da chiarire: un equivoco che vive di altri equivoci, come l'identificazione tra telelavoro e lavoro a domicilio, tra part-time e fannullonismo, tra contributo professionale e visibilità mondana, tra congedi di maternità e dimenticatoio.
Temuto e osteggiato dove non ce n’è traccia, il famoso "passato" si annida più spesso in piena evidenza, dove meno lo si cercherebbe. Mentre le donne si preoccupano del ritorno dell’oppressione patriarcale, che le aveva segregate in casa, non battono ciglio di fronte alla segregazione impiegatizia, che la veloce evoluzione delle tecnologie rende ancora più obsoleta della prima – e che per giunta le ha obbligate a disfarsi dei figli.

Immaginare un modo diverso di lavorare, di vivere, di stare in famiglia e in società, non è solo possibile: è necessario. Non solo per imprimere una svolta alle politiche di conciliazione, ancora oggi ingessate nella delega incondizionata della dimensione privata in vantaggio di quella pubblica. Non solo per salvaguardare la genitorialità, invece della mera natalità. Non solo per una politica più liberale, per una legislazione più innovativa, per uno Stato meno invasivo - tutte conseguenze, non premesse. Ma per recuperare l'occasione perduta dalle donne di indicare la strada a partire da se stesse, invece di accodarsi a chi spacciava i vicoli ciechi a senso unico per l'unica via possibile.

 

Paola Liberace