Non mi piacciono i ‘decaloghi’, e nemmeno le semplificazioni accattivanti, soprattutto quando si parla di esperienze dalle implicazioni profonde, complesse e contraddittorie, come la maternità. Del Quaderno di Via Dogana, Il doppio sì, e del “Sottosopra”, Immagina che il lavoro, condivido l’idea che si debba tornare a far parlare le vite, partendo dalla propria -un principio che nei vostri documenti mi sembra trascurato-, ho condiviso i dubbi e gli interrogativi che ogni tanto si affacciano dietro una predominante assertività, tesa a definire ‘valori’ e ‘identità’ del femminile, un ‘genere’ per intendersi, più che la singolarità dei vissuti; mi trova in totale disaccordo, come potete leggere negli stralci dell’articolo che vi mando, e che uscirà domani sul quotidiano Gli Altri, l’idea che si possa parlare di maternità e lavoro, prescindendo dal conflitto uomo-donna, e cioè dalla divisione patriarcale tra produzione e riproduzione, e da quello con un’organizzazione del lavoro che ha al centro, come sappiamo, il profitto, e non certo la qualità della vita.
Detto questo, mi fa piacere che riprenda tra le diverse voci del femminismo un confronto, sia pure aspro e senza peli sulla lingua. Il conflitto non è la guerra, con cui materialmente o simbolicamente, si cancella l’altro.
Amore e lavoro: i nessi che non si vogliono vedere
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Le battaglie delle donne del secolo scorso hanno ricalcato quasi sempre il binomio ‘uguaglianza-differenza’: omologazione al modello maschile o valorizzazione delle ‘doti femminili’, le “virtù domestiche” da impegnare, come diceva Maria Montessori, nella vita sociale, per opere di assistenza e prevenzione. Oggi, pur restando ancora predominante nei servizi alla persona, la presenza femminile ha guadagnato terreno: a richiedere ‘competenze’ femminili, capacità relazionale, flessibilità, è il sistema produttivo stesso, la nuova economia incentrata sul lavoro cognitivo, immateriale. Alla ‘differenza’ femminile si aprono territori inaspettati, ma ancora una volta può fare la sua comparsa solo come ‘risorsa’, ‘merce preziosa’, ‘valore aggiunto’ e complementare di un ‘intero’ che non cambia volto, mentre potenzia, nella riunificazione dei due rami della specie umana, le sue capacità (…). Il corpo femminile, nella sua duplice valenza –erotica e materna- entra prepotentemente nell’economia e nella politica, dalla televisione al mercato pubblicitario, dai Palazzi del potere alla produzione industriale. Con un'unica differenza: mentre il corpo nudo della donna-immagine, della escort o della ‘velina’, provocano sussulti di indignazione, non accade altrettanto per l’uso, a costo zero, che il potere aziendale fa delle ‘doti materne’ -cura dei rapporti interpersonali, fluidificazione dei contrasti, dispensa di affetti e di attenzione. Contratti atipici, part-time, assunzioni personalizzate, sembrano oggi venire incontro sia alle necessità del sistema produttivo che al desiderio di molte donne di conciliare maternità e lavoro, il “doppio sì” di cui parla il Gruppo lavoro della Libreria delle donne di Milano nel Quaderno di Via Dogana 2008. La ‘cura’, che le donne prodigano gratuitamente all’interno delle case, svalutata per la contaminazione col corpo e con la dipendenza, con i bisogni essenziali della persona, cambia segno, diventa, nell’analisi della Libreria delle donne di Milano, il valore sulla base del quale rivendicare il part-time come “gesto di libertà femminile”, “autodeterminazione dei tempi di lavoro (…). Allo sforzo di somigliare all’uomo si sostituisce una strada più facile e più rapida, incoraggiata a quanto sembra da entrambi i sessi: valorizzazione delle attrattive che l’uomo ha visto nel corpo femminile e che, cadute alcune barriere di controllo patriarcale e di pudore, possono essere oggi impugnate dalle donne stesse come ‘rivalsa’ e come ‘capitale’ da far fruttare sul mercato del denaro e del successo.
Lo scambio sessuo-economico, venuto alla ribalta con le vicende berlusconiane, è solo l’aspetto più vistoso di un processo che vede il corpo, la sessualità, ma anche la maternità, emanciparsi in quanto tali. La donna celebra il suo ingresso nella polis come ‘genere’ portatore di ‘valori’ divenuti indispensabili, ma pur sempre ‘aggiuntivi’. Indigna il corpo ‘prostituito’ delle ‘veline’e delle ‘escort’, mentre passa come felice uscita dalla minorità l’elogio che ogni giorno la stampa più vicina alla Confindustria e le ricercatrici dell’Università Bocconi, fanno del ‘valore D’, del management che si tinge di rosa. Il bisogno di migliorare i profitti si viene a sposare con quel desiderio di maternità, “inscritto -si legge in “Sottosopra”, ottobre 2009, Immagina che il lavoro- nel corpo e nella mente delle donne”. L’ondata di critiche e di appelli, che giustamente si sono alzati contro il sessismo di Stato e contro la misoginia diffusa nei media, rischia dunque di far passare in ombra una ‘conciliazione’ senza conflitti tra la forza lavoro femminile e un sistema produttivo che, pur nel declino, non ha perso i tratti del potere patriarcale e capitalistico. Amore e lavoro, riunificati nello spazio pubblico, possono far calare di nuovo sulle coscienze il “lungo sonno” che ha impedito fino alle soglie della modernità di sottrarre alla ‘natura’ il dominio di un sesso sull’altro.
Riportare alla maternità, come tempo da dedicare a un figlio, piacere di vederlo crescere, la mole di lavoro senza sosta che comporta la quotidiana vita famigliare, fatta di bambini, ma anche di anziani, malati e adulti perfettamente sani ma avvezzi ad avere chi si preoccupa del loro buon vivere, vuol dire, di fatto, lasciare che continui a pesare essenzialmente sulle donne la responsabilità delle condizioni indispensabili per la continuità della vita, confermare la ‘natura’ salvifica delle donne e la loro complementarietà rispetto a un modello dominante maschile a cui si chiede solo di farsi più attento ai desideri dell’altro sesso. Tornare a nominare, come è stato fatto da alcuni gruppi femministi negli anni ’70, la divisione tra lavoro produttivo e riproduttivo, la quantità di lavoro non pagato e spesso non riconosciuto come tale dalle donne stesse, sembra un anacronismo, nel momento in cui le case si riempiono di collaboratrici domestiche e di ‘badanti’ straniere. Ma se si prende in mano un volantino di quegli anni, ci si può accorgere facilmente che la monetizzazione, là dove lo consentono le condizioni sociali, di una parte di lavoro domestico, non ha sciolto né l’intreccio di lavoro e di affetti, né la svalutazione che porta ad assegnare la ‘cura’ alla parte svantaggiata della popolazione, né la convenienza per il capitalismo di avere una riserva indefinita e gratuita di servizi confinati nella sfera privata, contro l’evidenza che li vorrebbe al centro dell’etica pubblica e della responsabilità politica (…).