ANNA ZOLI

Dopo-Sottosopra   su donne e lavoro

 

Dopo aver letto il documento e ascoltato quanto detto nell’incontro, più che riflessioni le mie rimangono impressioni accompagnate da una testimonianza sulla mia personale esperienza di lavoro, su cui fino ad ora ho riflettuto poco.

 

Prima e ultima riflessione: ben venga un documento su un argomento così pregnante come questo, perché serve a parlarne, a confrontarci, a riflettere e ad “aprire un dibattito”, come si diceva una volta,  per poi – si spera - crescere insieme e trovare soluzioni praticabili.

Io però, a torto o a ragione, mi aspettavo qualcosa di diverso – non di migliore o di peggiore, ma diverso e devo partire da lì.

Io, anziana femminista non pentita, mi aspettavo rivelazioni articolate sul mondo delle giovani, della generazione delle trentenni- quarantenni con cui ho perso i contatti da quando sono andata in pensione dalla scuola e, soprattutto, da quando si è dileguato lo sciame di amiche che mia figlia costantemente si portava in casa – ora che se ne è andata all’altro capo del mondo. Mi aspettavo una specie di indagine e di analisi relativa a quella fetta di donne.

 

E invece le donne che parlano le ho sentite lontane sia da me , più vecchia, cosiddetta privilegiata (ma bisognerebbe vederne i costi) che dalle giovani donne sicuramente più sfigate flessibili, precarie ecc. di cui abbiamo avuto un esempio nella ventiduenne precaria che ha parlato facendo di questo “non detto” il centro del discorso.

 

Quindi nel documento non mi ci sono ritrovata e, ripeto, sono rimasta delusa nelle mie aspettative.

Cerco una possibile spiegazione.

Le donne del documento che parlano si collocano, come generazione, fra me, (che ho avuto l’infanzia sotto le bombe, la scuola autoritaria, la società repressiva di un patriarcato non ancora messo in discussione - ma, questo sì, il posto di lavoro assicurato, anche se disagiato, e soprattutto ho vissuto il momento magico del ’68 e del movimento delle donne in cui tutto sembrava possibile) e Laura, la ragazza che ha parlato sfogando la sua frustrazione di precaria in un mondo chiuso al futuro, individualista, che non le permette di sperare e di apprezzare le conquiste – che pur ci sono- di (relativa) libertà che formano la piattaforma su cui lei e le altre poggiano i piedi, piattaforma per cui noi, le madri, abbiamo lottato. E questo lo rivendico con forza.

 

Per le donne del documento il lavoro – ancora abbastanza facile da trovare - è stato, come per me,  un  punto di partenza inevitabile e insostituibile per l’autonomia economica e l’emancipazione personale e, nei casi più fortunati, un buon perno per l’autorealizzazione, l’autostima, ecc.ecc.

 

Apro una parentesi per fare un rapido accenno alla  mia personale esperienza.  Il mio in realtà non è stato un caso fortunato, ma un adattamento ad uno stereotipo. Mi spiego: l’insegnamento (insegnavo inglese) non corrispondeva pienamente ai miei desideri e alle mie propensioni più profonde e certamente un lavoro in campo artistico – tipo ceramica, o qualcosa di analogo, essendo oltretutto nata a Faenza – sarebbe stato più rispondente alle mie esigenze. Ma nel primo dopoguerra il campo artistico e la ceramica non davano sufficienti garanzie di sopravvivenza e c’era il mito del posto fisso.  Quindi ho ceduto senza neanche lottare troppo e l’università e l’insegnamento sono state il naturale sbocco.

Per fortuna, a scuola  era il periodo dei collettivi,  della sperimentazione e degli autoaggiornamenti che aprivano alla possibilità di insegnare in maniera creativa (non senza dover lottare contro i presidi). E così ho cercato di fare.   

 

Quelli erano ancora i tempi – inizio anni ’70-  in cui la dimensione collettiva era forte e aiutava molto - non parlo solo dei partiti, a cui non ho mai aderito, o dei sindacati, ma dei piccoli gruppi, dei gruppi amicali, di un’atmosfera che si respirava e che sosteneva in ogni campo. E qui sta la grande differenza con i tempi d’oggi.

Sappiamo che poi tutto è precipitato: con l’ “emergenza terrorismo” conseguente alla “strategia della tensione”,  tutti gli spazi collettivi gradualmente ma progressivamente si sono chiusi – c’è stato il riflusso nell’individualismo, lo yuppismo, ecc. ecc., mentre il pensiero elaborato dal movimento delle donne è sopravvissuto in maniera carsica o si è istituzionalizzato. Naturalmente semplifico.

 

L’unica strada aperta per le donne, nel frattempo entrate in massa nel mondo del lavoro, è stata l’omologazione al modello vincente maschile capitalista – visto che quello femminile non aveva avuto il tempo e la forza di imporsi - pena la marginalizzazione – mascherata da parità.

 

Ecco che le donne del documento fanno riferimento a questa realtà in cui si sono trovate immerse e che rifiutano e mettono in discussione, dicendosi stanche di pari opportunità –( solo apparenti) – perché poi per le donne il lavoro di cura/accudimento non si è alleggerito ( alla faccia delle strategie di conciliazione tanto annunciate), mentre negli altri paesi (tipo Norvegia) è molto più condiviso con gli uomini e aiutato da un’amministrazione amica fatta anche di servizi sociali efficienti. 

 

 

Per loro il femminismo è superato (forse quello vecchia maniera lamentoso e rivendicativo) ma – di grazia - da che cosa è stato sostituito?  Per me continua a vivere nella coscienza delle donne che hanno consapevolezza, nelle istituzioni (o pseudo istituzioni) come il CDD, nelle librerie delle donne come questa, nelle case delle donne per non subire violenza, nelle università dove finalmente  si studia la storia delle donne, nella miriadi di associazioni (tipo Armonie) o gruppi che ancora fanno “resistenza” al modello vincente (il nostro stesso gruppo di ricerca sulla poesia delle donne è uno di quelli), è presente fra le giovani  nella rete, che io frequento poco (per limiti miei) - insomma il pensiero femminista è vivo, non sta per niente in silenzio, gli mancano solo gli strumenti mediatici per fare sentire forte la sua voce. 

 

Per loro il patriarcato è morto (magari lo è nella coscienza delle donne più avvedute), ma nella realtà i suoi colpi di coda ancora colpiscono sotto forma di maschilismo, misoginia, omologazione e, nel peggiore dei casi, di violenza vera e propria. Quindi, non illudiamoci, è ancora vivo e vegeto nella mentalità corrente, nei costumi, nel linguaggio, nei modelli, nelle relazioni, tanto più nel lavoro, conquista relativamente recente, segnato dal maschile e governato da leggi economiche date per immodificabili e spacciate per neutre.

Ce ne vorrà di tempo e di fatica per scalzarlo definitivamente e dichiararlo morto!

Se è vero che la  rivoluzione non violenta delle donne (per cui pare verrà ricordato il ‘900 insieme alla bomba atomica) sarà “la rivoluzione più lunga della storia”, sarà meglio non scoraggiarsi, considerare questo documento in maniera positiva come indicatore di una strada, magari un po’ utopica (alla maniera di “Imagine” di Lennon) in quanto lontano dalla realtà attuale), ma evviva l’utopia se è in grado di  indicare la strada verso la realizzazione dei nostri desideri e delle nostre esigenze!. Qui però io mi augurerei  venissero prese in considerazione altre strade, altre esperienze, magari chiamando in causa il pensiero di Vandana Shiva o le riflessioni sull’economia delle eco femministe radicali su cui sono stati fatti di recente studi e seminari o ancora altri..

 

Azzardo a dire- ma non sono certo la sola a dirlo-  che questo momento di crisi globale può essere un  momento favorevole, se ne sappiamo approfittare per fare riemergere le buone pratiche virtuose, il collettivo, la dimensione relazionale pubblica ( ma anche fra noi superando appartenenze troppo strette  e steccati ideologici limitanti) che è quella che più ci corrisponde e che fa la nostra forza e affossare così l’individualismo globalizzato, che è quello che ci divide e ci fa deboli.