Simona Baldanzi

Figlia di una vestaglia blu

Fazi editore

 

presentazione a cura di Roberta Curti

 

Abbiamo qui tra noi stasera una giovane scrittrice di cui si parla molto in questi ultimi tempi e che è qui per presentarci il suo primo romanzo (benchè avesse già scritto un racconto “Finestrella viola” che ha partecipato al Campiello più di 10 anni fa), ”Figlia di una vestaglia blu”, edito da Fazi.
Prima di cominciare a parlare con lei del suo libro, mi piace raccontarvi come Simona è arrivata qui, in modo un po’ insolito per noi. E’ stata una felice coincidenza. Alcune di noi avevano già letto il romanzo, di cui la critica ha parlato molto bene, incuriosite dal fatto che una giovane parlasse di fabbrica, quella dove lavorava la madre, la famosa Rifle, e di lavoro operaio, quello degli operai della TAV, proprio in un’epoca così poco operaista come la nostra.
Ci dicevamo tra noi che era interessante e gradevole, e proprio allora lei ci ha scritto proponendoci in modo molto semplice, schietto, diretto, modesto, così come è lei, di presentarlo. Non sempre per noi è possibile accogliere le richieste di tutte, perché abbiamo già la nostra rete di relazioni che ruota intorno ai nostri interessi, ma la proposta di Simona, che ci era del tutto sconosciuta, l’abbiamo accettata con piacere, anche se i due temi, uno di attualità politica (la TAV), l’altro di memoria politica (la realtà operaia e la fabbrica nei decenni passati) non sono mai rientrati tra i temi delle nostre presentazioni. Ma quello che ci interessava era lei, Simona, il suo sguardo, la sua voce, il modo in cui riesce a comunicare il suo vissuto e soprattutto le emozioni che la attraversano nelle sue relazioni, la più intima di figlia e quelle di giovane donna che affronta direttamente non il problema TAV, ma i lavoratori della TAV in carne ed ossa, con una vasta gamma di emozioni, disagio, tenerezza e anche amicizia.

Simona scrive dunque della sua esperienza, solo per esperienza diretta, senza teorizzare, e questa è una buona posizione da cui partire per noi, che proprio attraverso la nostra pratica politica ci confrontiamo con il pensiero e l’esperienza delle altre e altri, per dialogare oggi con lei.
Per me e la mia generazione, sia uomini che donne, la realtà della fabbrica anche quando era centrale nelle analisi politiche delle assemblee studentesche, prima ancora che Simona nascesse, non apparteneva affatto alla nostra esperienza. Voglio dire che di operai tra noi non ce ne erano proprio (caso mai erano ostili a noi studenti) eppure le analisi riguardavano le lotte in fabbrica, loro. Questo rende per me interessante leggere i ricordi di Simona della madre operaia e di chi come lei passava le sue giornate in fabbrica, legata alla catena (tornerò su questo), perché io come tante donne ho sofferto di tutti questi discorsi astratti sugli operai, discorsi privi dei loro corpi, lontani non solo per condizione da me, ma distanti fisicamente, anche loro astratti come i discorsi su di loro. Non sono mai riuscita ad inventarmi nulla che non fosse legato in qualche modo al mio vissuto e non a caso dopo tutta questa astrazione è nato (per me) il femminismo.
Per quanto riguarda l’altro tema, intrecciato al primo, quello della TAV e delle interviste ai lavoratori della TAV, ho visto in Simona qualcosa in comune con altre nostre ospiti qui in libreria. Mi spiego: nel suo modo di avvicinarli, nel coinvolgimento che si è creato tra lei e gli intervistati, nel suo porre domande non in modo oggettivo e asettico, come vuole il ruolo tradizionale dell’intervistatrice, nelle relazioni che è stata capace di creare tra lei e l’altro, il diverso da sé, e tanto, uomo-meridionale-operaio, nello sguardo con cui ha guardato quella diversità incarnata, nel suo stare in relazione, tanto intimamente da resuscitare dentro di sé i ricordi personali di figlia, ricostruendo con le emozioni dell’infanzia l’esistenza della madre operaia, io ho pensato al modo in cui Federica Sossi ha intervistato i detenuti nei CPT in ‘Autobiografie negate’ o a quello di Daniela Padoan che dialoga con le sopravvissute di Auschwitz in ‘Come rane d’inverno’. Capacità di ascolto, coraggio nel mettersi in gioco, empatia nella relazione con l’altro e la sua diversità , tutto questo fa sì che quella esperienza non sia più cancellabile, che resti inscritta nella propria vita, un bagaglio formativo sedimentato dentro di sé: credo che questo sia successo a Simona e il suo libro lo testimonia.

Parto dal titolo ‘Vestaglia blu’e dalla prima pagina:

‘Un sabato di qualche anno fa dal balcone di casa mia si muoveva, appesa a un filo, una vestaglia blu. Spesso mi sono divertita a guardarla muoversi nel vento, cambiare sfumature di colore nei riflessi della luce, del cielo. Accarezzata dal sole gonfiarsi e prendere anima, diventare pelle blu di un corpo trasparente. Salire fino a distendersi al pari del filo per poi ricadere improvvisamente in verticale. Una danza invitante, regina fra gli stracci. Figlia di una vestaglia blu. Fra l’orgoglio, la disfatta e due mollette.’


Ho spulciato un po’ in Internet per preparare questa presentazione e devo dire che non mi sono trovata d’accordo su quello che spesso è stato scritto di questa vestaglia blu, che anche noi adesso vediamo sventolare davanti ai nostri occhi. Viene definita ‘simbolo della condizione operaia’. Allora rispolvero l’antica ma sempre preziosa distinzione di Muraro in ‘Maglia e uncinetto’ tra metafora e metonimia e ricordo il suo metterci in guardia dai pericoli del linguaggio metaforico, che è molto suggestivo ma porta lontano dall’oggetto. In questo caso infatti per me la vestaglia blu non sta ‘al posto di..’, della madre di Simona, ma resta strettamente legata a chi la porta, è riempita dal suo corpo, ha i suoi odori, la sua forma, il suo calore, non esiste disgiunta da quello, è ‘parte di…’, metonimia, della madre e di tutte quelle che l’hanno indossata. Infatti, scrive Simona a p.166:

‘Penso a mia mamma, a quando mi tuffavo in collo alla sua vestaglia. Tiravo i lembi, sprofondavo le mani nelle tasche per vedere che ci trovavo, sbottonavo e riallacciavo i bottoni, risistemavo il colletto. Trovavo la posizione per starci comoda, ci trovavo la pace.’.


Un’altra cosa che mi fa sentire vicina Simona è il suo amore per la sua terra, il Mugello, terra così vicino alla mia, che attraverso come tutte voi in autostrada per andare al Sud, in cui solo poche volte mi sono fermata, che ho guardato per lo più dal finestrino, quella montagna che va, andrebbe curata, perché è fragile, ma di cui posso immaginare i tesori. A p.114:

”Sono fatta del Mugello…”, la butto là come una palla di carta stropicciata, ma il tuo sorriso la distende. Quando il mare diventa vento, si deposita sulla pelle. Il sapore del sale passa dai pori, entra nel sangue e tutto scorre più lento, C’è un mare nel Mugello che è fatto di verde, carico di onde di terra, un susseguirsi di colline, prati e vette. Dai confini di questo mare, all’orizzonte, si alza una tramontana che a volte ti affetta gli zigomi, schietta e rapida. Segna le guance di rosso e i pensieri si fermano. Il Mugello, assieme al mare, è per me l’unica cosa che riesce ad assorbire l’odio. Se mi distruggono il Mugello mi sfregiano la speranza di guarire dalla rabbia, mi impediscono di curarmi del suo cielo, dei suoi odori, dei suoi sapori, dei suoi silenzi, della sua storia che nasce nel sottobosco ai bordi dei ruscelli. Nella solitudine, intensa e serena, ci vuole lo spazio enorme, l’illusione di possedere l’infinito, la pancia che non gorgoglia e un cucchiaino di miele, E qua al ridosso degli Appennini mi sento abbracciare senza soffocare. La Raticosa, la Futa, il Giogo, la Colla, la Crocetta, il Muraglione, i nostri passi. Passi di signore montagne che fanno il girotondo.’


Sono vicina al suo dolore nel vedere questa terra violata: tutte noi dal finestrino abbiamo visto quegli squarci nella pietra, quei livellamenti, opera di macchine, che hanno sostituito alla pace e alla vitalità degli alberi e del verde la desolazione e lo squallore. Il suo dolore è anche il mio e di chi si sente privata intimamente della natura che è di tutti e di ciascuno e andrebbe curata, amata, invece è sventrata. Ho ben poche speranze al riguardo, nel presente e anche nel futuro.
I personaggi del libro sono tanti, la capacità di Simona è di renderli tutti protagonisti, anche solo di una pagina.
La gente del Mugello, come i lavoratori della TAV: li delinea con pochi tratti, pennellate di colore (dall’arancione dei minatori al blu delle operaie), poche parole, ma vive, attraversate dalle emozioni che ha provato nei loro confronti e da quelle che manifestano loro. Il resto è aperto, è lasciato a chi legge, alla libertà del lettore e della lettrice. Ognuno può così attingere al proprio patrimonio di esperienze e di ricordi. Le operaie, per esempio, le fratine: bastano poche frasi per farcele riconoscerle, io le ritrovo in tutte le donne industriose, semplici, attive, concrete, che oltre al loro lavoro in fabbrica si danno sempre da fare, cucinano, lavano, si prendono cura, parlano vivacemente tra loro, hanno pochi vezzi, ma una grande forza e tanta generosità. Non mi piace l’espressione ‘macchina da guerra’, ma non faccio fatica ad immaginare la loro energia alla festa di laurea dell’autrice. A p.137:

‘Tante vestaglie blu, assieme ad altre amiche e amici di famiglia, per la mia festa di laurea si sono trasformate in un perfetto catering. Le mie amiche le hanno ribattezzate “la macchina da guerra”. Hanno fatto di tutto: da cucinare dolci e salati ad allestire tavoli, a preparare e servire aperitivi, montare ombrelloni, sistemare sedie per due giorni di festa.(…)La festa più bella della mia vita. Giravano con il cartellino con scritto “Servizio”. E quando passavano ridendo, chinavano il capo salutandomi: “Salve, dottoressa”, “Buongiorno dottoressa”, “Come sta dottoressa?”. Ancora oggi se ci ripenso mi viene da piangere. Mi commuovo. Eh sì, perché dopo tutto hanno avuto persino il coraggio di regalarmi un viaggio. Sul biglietto la figura di un aereo in volo e tutte le loro firme. “Adesso parti per dove vuoi”. E come facevo a trattenere le lacrime?


Mi stupisce il senso della memoria di una giovane donna come Simona, tutto il suo libro è intessuto di ricordi infantili, personali, familiari molto dettagliati che nascono per contrasto o per analogia nel corso della sua esperienza con gli operai della TAV. Ha un modo di ricordare che mi commuove e in cui ritrovo il mio. Un esempio per tutti, i filmini dell’infanzia. A p.140:

“Mi ricorda il super otto”, sorrido a Stefano che aveva in mano la telecamera e che ha fatto le riprese. Chissà che colpo deve essere per una madre veder compier i primi passi del proprio figlio. Una gamba dietro l’altra, un passettino alla volta, il procedere incerto, il ruzzolare per terra come una palla, il rialzarsi col sorriso senza denti…una minuscola creatura che riesce a camminare. Incredibile! Forse è lì che si stacca veramente il cordone ombelicale, o che comunque si assottiglia. Forse, da qualche parte, c’è un super otto che documenta questo avvenimento. Ne abbiamo borsate intere di questi filmini. L’assenza di audio. La grafica sgranata proiettata sul muro. Il movimento a scatti. Eppure quando si attaccava il videoproiettore in sala era come al cinema. E i protagonisti noi. Si stava seduti sul pavimento e mio fratello e io leggevamo i titoli sulle buste gialle di carta. E si allungava al babbo quelle prescelte. Una delle nostre preferite è quando siamo Gianni e io in pineta a scendere dallo scivolo. Sembra una candid camera. Io tutta perfettina che scendo e non mi si scompone un capello. Gianni che viene giù piano e che appena tocca il bordo cade a testa in giù come un sacco di patate.


Infine, ritorno all’espressione ‘condizione operaia’. Tutto il romanzo ricostruisce il modo intimo e le emozioni con cui Simona ha vissuto la ‘condizione’ della mamma operaia. Per riprendere il discorso iniziale circa la differenza tra la teoria astratta e l’esperienza emotiva, vi leggo una pagina in cui Simona descrive cosa era la catena di montaggio a cui lavorava la madre a partire dalle sue fantasie di bambina. Il racconto è semplice, diretto, senza mediazioni teoriche, libresche, è vita vissuta. A p.60:

Da piccola, quando la mamma pronunciava la parola “catena” e ancora non riuscivo a capire di cosa si trattasse, mi immaginavo cose terribili. Vedevo tutte queste vestaglie blu incatenate come in carcere. Legate una all’altra da enormi catene che venivano sciolte solo alla fine della giornata. Magari anche con qualche palla di ferro per rendere tutto ancor più pesante. Anche quando si andava in giro mamma e io, e si incontrava un’altra vestaglia blu, mi diceva:”Lei è della mia stessa catena”, pensavo “Caspita addirittura ce ne sono più di una!”, E quindi nella mia testa il concetto di essere incatenate insieme tornava perfetto, quanto tetro. Spesso mia mamma si ritrovava con “il monte”. Cioè rimaneva indietro con il lavoro e quindi le si accatastava vicino una montagna di jeans. (..) Jeans sopra jeans. Come pietra su pietra, strato di roccia dopo strato di roccia. Arido però. Senza verde. Senza soste. Senza sentieri. Il monte. Altra parola minacciosa, grande, invalicabile. Magari in una giornata non era riuscita neanche a fare la pipì perché anzichè fare la pausa si metteva in pari con le altre. Mia mamma ha quasi sempre svolto la stessa mansione. Era alle travette o ai passanti. Altre parole incomprensibili che ho scoperto col tempo.(…)Insomma o l’uno o l’altro tipo di lavoro vi danno l’idea di cosa significa produrre. Significa raggiungere il traguardo di centottanta jeans all’ora. Poi la produzione addirittura aumentò. Chi ce la fa bene,chi no, schianta. E c’erano anche esponenti del sindacato che con un orologio alla mano stavano di schiena alle operaie per prenderle i tempi. Tempi e numeri, quindi. Da conciliare, da rispettare. Ecco che significa lavorare “in catena”.’


Finalmente, do la parola a Simona che dirà quello che vuole sul libro, su di sé, su quanto ho detto. Poi potrete fare tutte le domande che vorrete, come sempre.

 

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