Helen Humphreys
Cani selvaggi
edizioni Playground 2007
Il primo (o forse secondo, ma l'altro di Marsilio di una decina di anni fa deve essere passato in silenzio) romanzo tradotto della scrittrice e poetessa canadese, ancora poco conosciuta da noi ma veramente notevole, al pari di altre sue connazionali più famose, come Munro o Mc Donald. Romanzo forte, intenso, originale, ha uno stile frammentario e incisivo, le parole, isolate nella loro nudità, penetrano come lame finissime e taglienti. La tensione creata si comunica alla lettrice e la inchioda con la precisione dei dettagli e il vuoto che ritaglia intorno a loro.
Siamo in una cittadina del Canada, un gruppo di sei persone si incontrano ogni sera al limitare del bosco per cercare insieme i loro cani scappati per motivi diversi da casa e ora in branco (ri)diventati selvaggi. Una di queste, Alice, è la voce narrante, che si innamora di una donna del gruppo di un amore dilaniante e impossibile. Trama intrigante e un modo ‘spiazzante' di svilupparla. Perché se è evidente che una delle qualità di questo sviluppo è proprio quella di mantenere costante il confronto tra la vita di qua, della civiltà, della razionalità, (della normalità?), vita costruita sulla rinuncia e in solitudine, e quella opposta, dell'istinto, dell'animalità, della selvatichezza, vita in comunità calda e sfrenata pur nelle sue rigide regole del potere, è ancora più eccezionale l'attenzione che l'Autrice pone sul confine tra le due vite, il limitare del bosco. Se è vero che, come l'antropologia e la psicoanalisi ci hanno detto, il prezzo che abbiamo pagato per passare dalla natura alla cultura è stato altissimo, è vero anche che dopo tanto di tutto, non solo millenni, i vantaggi oggi non sembrano (più) sufficienti ad accettare di pagarlo. Credo che ognuno di noi, immergendosi nella lettura e continuando a riflettere in seguito (perché non si smette più di pensarci, raramente la lettura di un romanzo mi ha provocato così tanto desiderio di confronto con le altre lettrici) potrebbe trovare temi diversi da sviluppare, pescando dalla ricchezza delle suggestioni e delle problematiche che via via si incontrano. Piacerebbe risentire (qualche rara intervista si rintraccia sul web) la voce dell'Autrice riguardo ai suoi intenti nel trattare la condizione selvaggia e la forza disperata dell'amore. Forse potrebbe parlarci anche della paura, altra grande protagonista del romanzo, traccia animalesca anche del nostro individuo ‘civilizzato' se solo si accetta di ascoltarla e di sopportarne la fragilità che ci fa esplodere dentro.
E della perdita, condizione dell'animo che ci apre a inquietudini sulla nostra identità.
Comunque a breve arriverà un altro romanzo tradotto e Humphreys potrà di nuovo parlarci.
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