
Ho conosciuto una donna un tempo, molte maree fa
Così le Figlie del Mare di Avalon iniziavano i loro racconti mentre si stagliavano, attraenti e provate dal vento, nel Salone della Dama. Le loro arpe sfavillavano del sale di tutti gli oceani del mondo e il tesoro delle loro borse marine ricopriva le lastre del pavimento: rotoli di cotone egiziano, asce cretesi a doppia lama, scudi di pelle nera e bianca - di un cavallo striato, dicevano. Gemme, anche, con nomi tanto deliziosi quanto le stesse pietre: opale e ossidiana, granata e giada.Le Figlie del Mare cantavano le loro avventure: Ho conosciuto una donna un tempo... Molte donne, molte avventure. Con donne che correvano con agili cavalli attraverso steppe sconfinate e donne che facevano frusciare sete profumate fra pagode di teak. Raccontavano di donne coperte dalla testa ai piedi con la pelle dei lupi artici e di quelle che correvano nude e ridenti sotto viali di alberi dalle larghe foglie. Di donne che tracciavano strani simboli su tavolette di argilla umida con legnetti incavati. Di donne dalla pelle d'ebano che governavano grandi nazioni da troni ricoperti di diamanti. Di guerriere dure, nerborute i cui scudi erano fissati saldamente sul seno sinistro asportato e le cui storie erano quelle degli alti, bianchi muri di Troia.
A volte, le Figlie ne facevano anche i nomi, le cui sillabe riempivano il Salone come gioielli - Rosalinda e Ruth, Kama e Damaris, Keiko e Cerbiatta Rossa. E poi le Figlie del Mare che avevano conosciuto, diciamo, Lioslath in Scozia o Amir in Arabia parlavano dello splendore dei capelli neri o del sapore della pelle cremosa.
Quando ero una bambina appartenente al Gruppo delle Giovani, andavo spesso a feste di accoglienza per le Figlie del Mare che tornavano a casa dai loro viaggi. Vedevo i tesori e ascoltavo le storie. In seguito, mi sdraiavo sul giaciglio della baracca, mi tiravo la spessa coperta di lana sulla testa e sognavo avventure in qualche tenebrosa foresta inglese o al nord in mezzo ai banchi di ghiaccio o sulla sabbia calda e pungente di qualche spiaggia lontana. Speravo che io, Ceara della piccola noiosa Tref Eithne, un giorno avrei portato tesori alla Dama del Lago e sarei stata in sua presenza a cantare di una donna, molte maree fa.
E poi è accaduto. Più o meno. La Dea, nostra Madre, mi chiamò ad essere una Figlia del Mare di Avalon. Quattordicenne andai per mare - in una vecchia caracca costruita per le fiere dei cavalli dei Reami Celtici, anche se non con le lucenti puledre della Stirpe della Dama ma con un carico di muli. Questa fu la mia sorte per parecchio, non certo il tipo di cosa sulla quale comporre brillanti versi di saghe eroiche o storie costellate di belle donne.
Col passare degli anni, ero diventata una solitaria lupa di mare al servizio della Dama del Lago, con i capelli brizzolati e il volto raggrinzito come un vecchio stivale. Ero anche diventata più mercante che marinaia, la mia vita tediosamente sprecata, pensavo, a trattare con gli uomini del continente. Ma la Dea aveva messo il dono della dialettica nella mia borsa marina e io dovevo usarlo in qualsiasi modo la Dama ritenesse opportuno. In una tarda estate decise che era opportuno che io lo usassi in Germania.
L'Isola di Avalon, che era stata appena liberata da anni di siccità e di malattia, aveva bisogno di denaro per comprare semi e provviste. Quello di cui la Dama aveva bisogno, in altre parole, era di un pò di corposi lingotti di oro teutonico. E io dovevo procurarglieli. Sollevai un pò di resistenza all'idea; nessuna Figlia di Avalon aveva mai osato andare in quella terra dove il signore del cielo era padrone e le donne erano le sue schiave. Ma gli ordini della Dama venivano dalla Dea.
"Andrò in Germania, allora," dissi alla messaggera dell'Isola, Beitris dell'Arpa Blu, una Poeta conosciuta per le sue cantate particolarmente ricche di rapimento per le donne. "Ma dov'è questo oro?"
"Il fiume Reno ti guiderà," rispose Beitris. "Penetra proprio nel cuore della nazione."
Una risposta da poeta, pensai, tutta metafora e discordanza. Comunque, mi imbarcai per la Germania.
Trovare l'oro poteva essere un problema, ma trovare il Reno non lo era di certo. La sua foce sul mare è larga molte leghe e collega molti popoli. È anche la loro via commerciale. Perciò non ebbi difficoltà a ingaggiare una barca e un equipaggio, uomini che conoscevano il fiume e, pagando, la via al suo oro.
Erano in tre. Tipi duri, tutti coperti di peli e sporcizia, ma i marinai mi piacciono, anche quelli di acqua dolce. E dato che mi rivelai un aiuto capace e disponibile, a loro piacevo. Conoscevo un pò la loro lingua e presto ci scambiammo canzoni e storie come vecchi camerati. Gli parlai di Maeve e Cuchulain. E loro mi parlarono dell'oro del Reno.
Era una storia piuttosto lunga e Kuonraet, il loro capitano, mi disse che saremmo dovuti attraccare mentre la raccontavano. Riluttante, accettai e poi passai mezza giornata ad ascoltare la storia dell'oro del Reno regalato dal signore del cielo alla casa di Hagen e del suo valore, superiore a qualsiasi altro tesoro del nord.
Li interruppi per sapere se l'attuale Hagen avesse ancora l'oro. Mi assicurarono di si - Hagen usava il dono del signore del cielo solo per ciò a cui era stato destinato.
"E cioè?" chiesi.
"La guerra, naturalmente," rispose Kuonraet. Aggiunse che Rheinfestung, la fortezza di Hagen, non era molto lontana.
"Ma è presidiata dalle Fanciulle del Reno," continuò Kuonraet e all'improvviso la sua voce si riempì di terrore.
Ero colpita dal fatto che Hagen potesse permettersi i cavalli della Stirpe della Dama. Non ero altrettanto colpita dalle custodi dell'oro, anche dopo che Kuonraet mi disse che se un uomo avesse guardato queste Fanciulle del Reno sarebbe diventato di ghiaccio. Gli ricordai di essere donna.
I battellieri ci rifletterono sopra per un pò e alla fine Kuonraet disse, "Ciononostante, sei venuta per una missione insensata. L'oro non lascerà Rheinfestung che a Gotterdammerung."
"Gotterdammerung? E che cos'è?"
"Il terribile momento nel quale il signore del cielo alla fine sarà sconfitto," rispose. "Allora l'universo sarà in balìa del fuoco e gli stessi dei periranno fra le fiamme."
Di tutte le superstizioni che avevo sentito nella mia vita passata fra estranei, ritenni che questa fosse di gran lunga la più selvaggia.
Ma poi il battelliere aggiunse, "Dopo Gotterdammerung, le Fanciulle del Reno recupereranno l'oro dalle ceneri e tornerà la primavera."
Un'altra storia di morte e resurrezione. Il mondo ne è pieno e di solito il loro unico scopo è di estorcere ulteriore denaro agli ignoranti. Diedi altre monete a Kuonraet e in breve tempo stavamo nuovamente navigando sul Reno.
Eppure, un giorno o due dopo, quando ci avvicinammo alla scogliera sulla quale si ergeva la fortezza di Hagen, fu chiaro che i battellieri credevano veramente che le Fanciulle del Reno li avrebbero mutati in ghiaccio. Terrorizzati, si misero le mani sugli occhi e si buttarono faccia a terra sul ponte. Io, invece, mi volsi verso l'alto torrione.
Non vedevo altro che la scogliera e, forse, l'ombra fugace di una figura fra le rocce. L'unico suono era lo stormire dei pini, come una leggera risata di donna. Dopo qualche miglio attraccammo a un pontile, e i battellieri si sentirono abbastanza sicuri da alzare le loro braccia pelose verso il signore del cielo e gridare i loro ringraziamenti gutturali al dio. Non mi augurarono buon viaggio quando li lasciai lì, e sapevo che avrei dovuto trovare il modo di andarmene a Rheinfestung per conto mio.
Un viottolo conduceva dal pontile alla cima della scogliera e poi si univa a una strada che sembrava essere stato un sentiero reale ora in disuso. Fra i suoi ciottoli emergevano erbacce ed era pieno di cespugli troppo cresciuti e rami non potati di alberi. Mi sento spesso nervosa a terra - mi sento intrappolata dalle sue recinzioni - ma questo posto mi spaventò particolarmente. Era come un verde sudario.
Diedi un grido di gioia quando finalmente arrivai al cancello diroccato di Rheinfestung. E rimasi lì a gridare per qualche tempo, perché nessun guardiano mi diede il benvenuto. Avevo appena scavalcato lo steccato cadente quando intravidi un lanciere avanzare a grandi passi verso di me. Unii le mani e me le portai alle labbra in quello che sarebbe stato un segno di pace perfino in questo posto barbaro.
Il guerriero, avvolto in una tunica di lana lacera, si fermò e mi sentì dire il mio nome, la mia nazionalità e le mie buone intenzioni.
"Vattene!" fu la risposta.
"E chi sei tu per mandarmi via dalla terra del tuo signore?"
"Gyldan, la figlia del signore, anche se non sono affari tuoi."
Perciò questa era una delle cosiddette Fanciulle del Reno. Beh, Gyldan era tutt'altro che la fanciulla eterea della storia dei battellieri; piuttosto una donna grande e robusta, più alta di me, con capelli neri e occhi scuri color fiume. I battellieri potevano aver paura di guardarla, ma a me piaceva ciò che vedevo. E volevo continuare a vederlo.
Cosa volesse Gyldan non lo so, ma del tutto inaspettatamente disse, "Sta arrivando la notte. La puoi passare qui. Domani, comunque, te ne andrai."
Pensavo che Rheinfestung sarebbe stato pieno di guerrieri e scudieri; invece, sembrava privo di vita. Nessun uomo o cavallo o perfino cane si aggirava per il suo piccolo spoglio cortile. Ed era in rovina; non una possente fortezza di legno ma una carcassa di legno marcio. Gli edifici erano fatiscenti e lo stesso torrione sembrava una vecchia baracca. Nel grande salone, il muschio si attaccava alle travi cadenti, l'unica decorazione era una serie di teste di animali imbalsamate, corrose dal tempo e dall'incuria. Un paio di torce illuminavano un tavolo di quercia intagliata. Il tavolo era stato sfregato fino a diventare bianco.
Gyldan mi pregò di sedermi su di uno sgabello da campo in pelle, poi scomparve. Tornò poco dopo portando un paio di calici e si sedette all'estremità del tavolo. Poi arrivò un servitore, un minuscolo gnomo, che depose piatti pieni di rape davanti a noi per poi scomparire. Le rape erano secche e la birra leggera.
Mangiammo in silenzio finché Gyldan non disse, "Che cosa cerchi nella casa di mio padre?"
Ora, sono stata una mercante per tutta la vita e so che ci sono delle persone a cui piace un pò di adulazione prima di fare un affare. Capii, comunque, che Gyldan non era certo una di queste. Andai dritta al nocciolo, dicendole che Avalon desiderava fare uno scambio con Hagen. In cambio di un pò d'oro subito la Dama avrebbe mandato, la prossima estate, quanti stalloni e giumente della Stirpe della Dama Hagen avesse voluto. L'offerta andava largamente oltre i miei ordini, ma non era tempo di essere fiscali.
"Mio padre non è qui. L'oro è suo," rispose Gyldan, senza alzare gli occhi dal piatto. La sua voce era tesa e sommessa; chissà da quanto non la usava.
"Allora aspetterò il suo ritorno."
"Hagen non onora nessuna donna," aggiunse, alzando lo sguardo verso di me. Nei suoi occhi c'era un palese avvertimento. E, pensai, qualcos'altro.
Ma prima che potessi rispondere, si alzò e uscì dal salone. Fui lasciata a passare la notte nel mio sacco a pelo sul freddo pavimento di pietra.
La mattina dopo, quando mi svegliai, su Rheinfestung c'era una tempesta che scuoteva i suoi alberi spogli tanto energicamente da farmi temere che Gotterdammerung fosse davvero arrivato. E dopo fu come se la stessa terra cospirasse per farmi rimanere lì. O così dissi a Gyldan. E, naturalmente, poteva vedere lei stessa che la pioggia autunnale aveva trasformato il fiume in un torrente pieno di legname e la strada in una risucchiante palude nera. Poi venne l'inverno. Il sentiero, il fiume ghiacciarono, poi si sciolsero, si congelarono e si sciolsero di nuovo. Arguii che non c'era modo di andarsene da Rheinfestung, né con una barca, né con un carro né a piedi.
Perciò Gyldan mi permise di restare, anche se cominciavo a chiedermi se l'oro di suo padre valesse il disagio. Perché la cosa peggiore non era il clima. Neanche il cibo, anche se era abbastanza spiacevole - maiale salato, birra leggera, rape secche. Temevo solo di dover morire di noia. Gyldan compariva soltanto per il pasto serale, durante il quale non parlava quasi e dopo il quale se ne andava a passare la lunga notte nordica dormendo. Per settimane ebbi solo la compagnia di teste appese di bestie morte. Iniziai a rimpiangere perfino le piccole gioie di Tref Eithne.
Alla fine, giunsi al termine delle mie pene. Avrei fatto parlare questa donna silenziosa. Certo, ormai neanch'io avevo molte parole - tutta la mia parlantina sembrava avermi abbandonata - ma potevo ancora cantare. E non solo "Ho conosciuto una donna un tempo.." Ho circa cinquanta canzoni dell'isola e il doppio di canti marittimi, storie di zingari, e ballate della terraferma. E posso eseguirle in qualsiasi tonalità e in quasi tutte le lingue. È un utile talento da possedere, il cantare storie, ci si può sciogliere qualsiasi lingua. E qualsiasi borsa.
A cena una sera - ed era una brutta sera, con una fiera tormenta di neve che si abbatteva sul fiume - insomma quella sera, ripresi la storia dell'oro del Reno. Proprio mentre iniziavo, si sentì un rumore venire dal cortile - scalpiccio di zoccoli, abbaiare di cani, voci maschili. Nella tormenta, Hagen era tornato a casa. Piombò nel salone con un vento gelido alle spalle e i suoi guerrieri al suo fianco.
Era scuro quanto sua figlia, ma con un naso aquilino e occhi penetranti più chiari del suo viso. Con voce battagliera ordinò ai suoi uomini di unirsi alla sua tavola. Il resto della truppa, uomini con la corazza e gli occhi grigi e duri quanto le loro spade, si dispose intorno ai muri di pietra.
Hagen bevve due calici di birra, guardandomi nel contempo. Poi si rivolse a Gyldan. "Chi c'è alla mia tavola?"
Prima che potesse rispondere, gli dissi che ero Ceara di Avalon, "venuta a offrire cavalli al grande re Hagen. Cavalli forti per portare i tuoi guerrieri conquistatori sia contro i Franchi che contro gli Slavi. Molti cavalli, mio signore, e tanto splendidi da poter cavalcare nel Valhalla."
"E il prezzo di questi stupendi destrieri?" La sua voce era un sibilo sommesso, e potevo vedere i suoi umidi denti giallastri.
Parlai dell'oro del Reno.
Ci fu silenzio nel salone quando ebbi finito. Hagen mi fissò per un momento, poi l'angolo di un labbro si sollevò verso i suoi baffi. "Così questa Avalon vuole l'oro di Rheinfestung? E manda una donna a prenderlo? C'è un solo modo per una donna di ottenere dell'oro," ha detto. "Essere venduta per questo."
L'onore dell'Isola richiede molto a una Figlia, ma non che si comporti da sciocca. Diedi un'occhiata alle spade sguainate della compagnia e mi arresi. Mentre un guerriero mi portava fuori dal salone, guardai Gyldan. Per un momento, i nostri sguardi si incontrarono e ci fissammo. Poi lei distolse il suo.
Mi rinchiusero in una piccola costruzione. Era tutta roccia tranne che per un'alta finestra senza vetri che lasciava entrare più freddo che luce; sotto di essa passai tremante la mia prima notte da schiava. La mattina, un servitore portò una vecchia coperta lacera e un pitale incrinato. Lasciò anche un pò di pane e un pezzetto di carne congelata.
Soddisfatti i miei bisogni fisici, cominciai a cercare una via di fuga. Per giorni, grattai il pavimento di pietra, cercai di arrampicarmi lungo i gelidi muri fino alla finestra, e una volta cercai perfino di sopraffare il servitore quando venne a vuotare il pitale. Ma alla fine la prigionia cominciò ad avere i suoi effetti funesti; scivolai nel lassismo che forma uno schiavo molto più di una catena di ferro. Cominciai a sorridere ai miei carcerieri, e a cantare loro le ballate di casa.
Presto Hagen mi permise di cantare nel suo salone. Durante le esibizioni sedeva in silenzio, così come sua figlia e le sue truppe, e quando avevo finito mi mandava via senza ringraziamenti né cibo. Una sera, però, Gyldan mi mise in mano una coppa di vino caldo. "Bevi," disse senza guardarmi. "La notte sarà fredda." Nella mia cella, non trovai la mia vecchia coperta ma una spessa pelle di orso bruno.
Da allora, spesso era Gyldan che mi portava avanti e indietro. Non parlavamo mai, ma quando a volte scivolavo sul ghiaccio del cortile - le mie caviglie erano instabili - lei mi prendeva e mi posava la mano sul braccio.
E così aspettai, cantando la mia vita da schiava - finché il forte scricchiolio del fiume ghiacciato mi disse che si avvicinava la primavera. Fu una notte intiepidita da una brezza che arrivava dal sud che entrai nel salone deserto. Deserto eccetto Gyldan.
La sua tunica di lana lacera era sparita. Indossava una gonna di lino cosparsa di ricami brillanti, dorati. I suoi capelli bruni erano lucenti e folti alla luce delle torce.
"Dov'è Hagen?" le chiesi. "E i suoi uomini?"
"Andati in guerra," rispose. "È primavera."
"Non porta la sua nuova schiava al mercato?"
"Lo schiavismo è un lavoro per donne."
Le parole mi gelarono sul posto.
Gyldan mi pregò di sedermi al tavolo di quercia e servì lei stessa la zuppa, dato che i servitori sembravano scomparsi con il loro padrone. Dopo aver mangiato - in silenzio, naturalmente - mi ordinò di cantare.
Ripresi da dove avevo lasciato molti mesi prima per l'arrivo di Hagen - dalla storia dell'oro del Reno. Al principio, mi impappinai col tedesco ma in breve cantavo a voce piena, deplorando ampiamente il crepuscolo degli dei. Gyldan iniziò a ridacchiare.
Smisi, certa che avrebbe ricordato le buone maniere. Potevo essere una schiava adesso, ma ero anche un'ospite alla sua tavola. E di tutte le scortesie possibili, la più odiata dalle Figlie di Avalon è essere prese in giro.
Gyldan non smise neanche quando ricominciai a cantare. Piuttosto, ridacchiò più forte. Avrei potuto tollerare una sonora risata o due, ma una risatina? Mai! E poi, chi avrebbe preso questa donna fredda, silenziosa per... una che ridacchia.
"Perché -" non riuscivo neanche a dire la parola - "ridacchi?"
"Per quella stupida storia e la tua terribile grammatica," rispose ridacchiando ancora.
Le misi una mano sulla bocca per smorzare lo stupido suono. I nostri sguardi si incontrarono e sentii le sue labbra tremare sotto le mie dita, solo che non più per le risa. L'attirai a me e bevemmo l'una dall'altra come da zampilli invernali di acqua di sorgente. Lei allora mi fece cadere i vestiti e, più tardi, nel suo letto, ci unimmo in intense cascate di desiderio finché, verso l'alba, ci ritirammo, finalmente sazie.
E così passammo la primavera nel flusso della marea del nostro amore. Poi un giorno in cortile apparve un cavaliere in corazza. "Stasera il nostro signore tornerà," disse. "Passerà qui solo questa notte. C'è da ingaggiare battaglia a est. Ma porta con se il re dei Sassoni e ti prega di preparare la schiava per consegnargliela."
Il messaggero corse via. Gyldan rimase a fissarlo. Io la presi tra le braccia e, con mia sorpresa, lei cominciò a piangere. Poi piangemmo entrambe per un pò e, alla fine, parlammo. Parlammo più quel giorno che in tutti i mesi che ero stata a Rheinfestung e quando finimmo, lei mi portò all'oro del Reno. Io ne riempii la mia borsa marina fino all'orlo.
Hagen tornò al tramonto. Mentre mi nascondevo vicino alla vecchia strada e Gyldan li serviva, lui, i suoi uomini e i suoi alleati bevvero e festeggiarono fino a tardi nel salone cadente. Quando si furono diretti a letto barcollando, Gyldan prese una torcia e diede fuoco a Rheinfestung. Per molto tempo, guardammo le fiamme che illuminavano il cielo nordico, finché alla fine la struttura crollò su se stessa.
"Gotterdammerung," disse Gyldan, poi mi
prese la mano per cominciare il viaggio verso ovest, verso Avalon,
molte maree fa.