Non onda nera, su mare calmo
scivolavo per uno smorire lento --
resa, oppure estremo resistere.
Ma conosco la sorgente
inabissata del mio corpo deserto
da te indovinata al primo incontro
Intermezzo romano
*
Breve tempo ci è dato
clemente, preparato nell'attesa
come l'opera dalla cura della mente
tempo benigno che stende
un tapis roulant ai nostri passi
sostando a poste di bellezza
dove incontriamo la felicità di chi
compose nel mosaico la città di Gerusalemme
o l'ardita commistione di Raffaello
nell'affrescare le sibille come madonne
Ma il rito al quale mi introduci
varcando l'invisibile confine
appresso a una traccia d'organo
ha per me segno indecifrabile
una cappella di Santa Maria della Pace
appartata nella nicchia dell'ottagono
remota per i canti e gli incensi
scopro che della morte hai un sentimento sereno
tu che della vita sai cogliere la gioia
e si piega la mia resistenza allo sparire
Una siepe d'aria a separarmi dal mondo
a tenermi sola e distante
come qualcosa avessi intravisto
in un baluginare di grazia subito svanito
non per altro simigliante potevo
lasciare il luogo circoscritto
ma sapevo il varco per l'aperto
se un richiamo forte fosse arrivato
Lettera del Ventidue Aprile '93
(per il regalo delle rose rosse)
La grazia tua segna d'un contrappunto
di gioia e di malinconia
i luoghi dell'antica solitudine
a primavera guardavo l'erba
tra le fessure del lastricato
una sigaretta per il sapore della vita
e il tempo scivolava tra le dita --
il cielo bello, una palma un poco
inclinata, quasi una cometa
io la chiamavo verde stella
le chiedevo aiuto
e seguivo la scia del primo
sole per la balza del Gianicolo
senza pietà di un desiderio
così assurdo per essere inguaribile
Un ventidue aprile per regalarmi un'emozione
rubai una rosa sul muro di un giardino
un gatto mi seguì mi fece compagnia
mi dissi cerca una parola a ogni
brezza della sera, una storia intatta
e fa' che ti basti
Il mio scoglio incollato a un pezzo di carta
ma dal mondo lontana settantamila passi
la mia solitudine quasi una letizia
per farmi festa
a notte accendevo tutte le luci
addio dicevo
mi sarebbe piaciuto fare conoscenza
In confusi sogni un luogo
e tra rovine un ippocastano
un falco volava secondo il capriccio
la meta ignota
ma una notte girovagando
l'ho scorto sull'orizzonte
numinosa fonte, segno d'una forma
Non mi sorprende ora
vivere sul filo del crinale
vedere insieme l'ombra e la luce
non poterle separare tranne
quando il sole passa al centro
del cielo, e tu sai quando
La rana di Segovia
La piccola rana fermacarte
tiene i fogli di Autunno a Madrid
e par che mi fissi, gli occhietti
puntuti un poco strabici levati
a capriccio per un'allegria difficile
ma la rana spicca il salto, va...
ecco i vicoli tra i giardini
pensili della città collinare
di Segovia mi torna la leggenda
mentre rivedo il volo delle cicogne
ai campanili delle chiese romaniche
sorgenti nel silenzio dei sagrati
dove sosto accanto a te, accogliendo
la forza umile di questa chiara
invulnerata pietra tenera
Veniva qui Machado quando
il vuoto si annidava nel suo cuore --
l'uva lasciata sulla vite
per Guiomar lontana dono agli uccelli
ma l'ultimo grappolo
intatto fino alla nuova fioritura
i chicchi a passire in dolce pasta
Il frutto intoccato di quest'anno
riluce tra le foglie della pergola
davanti alla casa dei loro incontri
il cancello è chiuso, non entra più nessuno
O rana che tieni
le carte della mia resistenza
fammi saltare sull'Alcazar in cima
alla rupe, a rivedere le nubi
in deriva sulla valle dell'Eresma
portami dove i fiumi mutano
lo scontro in confluenza
o, se vuoi, vai tu da lei
stenditi sullo schermo del suo computer
così come sei, le zampe sulla pancia
in aria, il sorriso saputo