Corpo, facchino dell'anima, in cui sperare forse
Mari dove si può vogare, sorgenti dove si può bere;
Aria che mi colmi di spazio e di equilibrio;
Corpo, vecchio mio compagno, noi moriremo insieme.
Hospes comesque
sarebbe vano, amato corpo, più che non amarti;
cuore in un vivente ciborio trasmutato;
bocca senza fine tesa alle più nuove esche.
frumento e vino misti al banchetto rituale;
alibi del sonno, dolce cavità nera;
inseparabile terra offerta a tutti i nostri passi.
brividi lungo i nervi; spasmi di fibra in fibra;
occhi sull'immenso vuoto per poco tempo aperti.
Come non amarti, forma a cui io somiglio,
se è nelle tue braccia che stringo l'universo?
Ragazza
Le tue mani calde, morbide scintille,
vanamente sfiorano la mia solitudine;
il tuo piacere non è per me che un compito;
il disdegno presiede ai miei favori
Il frutto banale dove diamo morsi
pende al recinto dell'abitudine;
trucco male la mia ebetudine
del fresco carminio di abbandoni.
Senza che io avverta la tua forza,
non stringe che un'assente la tua smania;
il cuore sogna distratto o s'addormenta.
Come una fanciulla i suoi denari,
sul confine del cielo, alcova d'oro,
i miei occhi pensosi contano gli astri.
Ermafrodito
Compimento unico e doppia voluttà,
la sua delizia immobile è al centro delle cose;
sessi, spirito e carne, effetti brevi, lunghe cause,
il multiplo instabile si fissa nell'unità
In questo frantumarsi che è la realtà,
gli esseri divisi in lui si ricompongono;
il dolce mostro perfetto s'è steso sulle rose;
il desiderio è scultore, e il piacere scolpito.
La felicità si riassume nella sua carne liscia e dura;
il bel marmo allungato non è che un bacio che dura;
sette note congiunte hanno fuso due accordi.
E chiudendo i suoi occhi di penombra e di fiamma,
nel tenero abbraccio di un dio che sarebbe donna,
propone al desiderio l'enigma del suo corpo.