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RICORDI
Annetta
Tirai un forte sospiro e i polmoni mi si riempirono
di aria leggera, semplice, incontaminata. Allungai uno sguardo oltre
le colline rossastre che costeggiavano l’Esterel e qualcosa dentro
di me mi suggerì che ogni cosa si sarebbe mossa soltanto quando
io, fermamente, ne avrei dato ordine.
Pensai che sarebbe stato bello fermare
il tempo nell’istante in cui avessi preferito farlo, e che nella
vita, se avessi posseduto quella facoltà, forse, ogni cosa mi
sarebbe sembrata più piccola e insignificante, paragonandola
al mio essere.
E allora smontavo i ricordi fino ai
più piccoli fotogrammi e operavo una scelta accurata degni istanti
che avrei voluto durassero in eterno.
Quando mi parve di aver concluso quella rassegna, mi domandai per quale
bizzarro motivo, nella maggior parte delle schegge raffiguranti i momenti
salienti della mia vita, ci fossi tu.
E così, all’improvviso,
mi ritornasti in mente.
Fu come riviverti con una malinconia così insistente da ferire.
Ed ebbi paura, mi investì lentamente un timore, forse spiegabile,
del tuo ricordo, del modo in cui avresti potuto inghiottirmi con un
solo sguardo, immortalato tra i pensieri di te. La capacità di
controllare gli spostamenti del mio essere tra i fotogrammi più
cupi mi sfuggì di mano, e quel timore divenne realtà.
La tua voragine si aprì come un mulinello in mare aperto: da
piccola che era investì tutto, e fu come morire, ancora una volta.
La gioia di averti avuta accanto ed il dolore dell’averti perduta
in pochi minuti, divennero un tutt’uno indivisibile e la soglia
tra sofferenza e piacere si polverizzò in un mare di granelli
fini di sabbia.
Fu allora che ti rividi, bella come il sole quando il cielo è
limpido, in una mattinata non afosa, ma ventilata, in cui la brezza
è così sottile da solleticare il viso e la fronte.
Sentii le tue mani accarezzarmi la nuca, alla finestra di una stanza
che non riuscii ad identificare bene. Dopotutto era passato tanto tempo
da quando ti ebbi tra le braccia.
Un colpo di vento mi scosse.
Della polvere mi accecò gli occhi e tutto divenne sfocato, e
pensai che nulla aveva avuto più molto senso da quando tu te
ne eri andata. Dopo un secondo sospiro fui inghiottita di nuovo, e stavolta
un bricolage di emozioni mi pulsò nell’anima, intensamente,
come vivessi ancora tutto d’accapo. Se fosse stato così
non avrei perso tempo ad afferrarti saldamente, a trattenerti. Ma, forse,
nella mia natura timida ed ingenua, avendoti di fronte non ti avrei
sfiorata neanche col dorso della mano, ma guardandoti con tenerezza,
ti avrei chiesto stupidamente di non lasciarmi.
Pensai ai tuoi movimenti, al tuo andare lento e disinvolto, ai tuoi
sguardi, al modo in cui riuscivano a penetrarmi l’anima e rendermi
impotente.
Ti sentii forte ed intensa sulla pelle, quando ti ebbi con le parole,
quando fosti mia, solo mia, con gli sguardi. Ebbi l’impressione
di essere ancora su di te, dolcemente, e per qualche istante rividi
i tuoi occhi semichiusi e le tue forme delicate abbandonarsi al tocco
delle mie mani. I muscoli mi si contrassero tutti e fu come se venissi
meno, non so se più per la rabbia di averti persa o per il rammarico
di non averti trattenuta.
Barcollai; il dolore si fece intenso e stavolta cedetti.
Strinsi i pugni attorno alla ringhiera in ferro battuto e non vidi più
nulla.
Pensai ai frammenti della mia anima rimasti su quel muretto, in quella
mattinata di giugno di un venerdì che non dimenticherò,
come non potrò rimuovere il modo in cui mi facesti sentire, e
capii che quello fu il giorno in cui cominciai a spegnermi.
Caddi a gran velocità in quello che mi sembrò essere un
baratro. Mi sentii perdente, come se nella vita, nonostante tutti i
miei sforzi, non sarei mai riuscita a concludere nulla.
Le persone intorno a me mi avrebbero scavalcata, braccata, e al primo
ostacolo mi sarei voltata e sarei corsa via. Avrei raggiunto solo l’ombra
di ciò che desideravo e tutto si sarebbe spento nella speranza,
come una candela smorzata dalla sua stessa cera. Provai pietà
e compassione verso me stessa e sentii mille voci diverse dentro di
me dire cose alla rinfusa. Un senso di confusione e smarrimento mi prese
da dentro e stavolta, nel sangue, mi scorse la disperazione, per non
riuscire ad essere più forte, più risoluta, più
tenace o semplicemente più testarda.
Capii che il problema di tutto non eri tu ed il tuo essertene andata
così, senza una ragione, ma ero io e la mia debolezza. Mi rividi
a 24 anni con una rivoltella puntata alla tempia sinistra pronta a sferrare
quel colpo mortale che avrebbe posto fine ad ogni cosa. E per un momento
fui indecisa se esaltare o maledire la mia vigliaccheria, se pregare
che si smorzasse come i miei desideri e mi conducesse verso la soluzione
più banale, o se invece sperare che col tempo si solidificasse
fino a non abbandonarmi, lasciando trascinare avanti la mia esistenza
per il quieto vivere di chi mi stava intorno.
Mi balenò in mente che se avessi mollato sarebbe stato come perdere
ancora, ma poi mi rassicurai, riflettendo sul fatto che un’altra
sconfitta non avrebbe certo fatto la differenza. E già piangevo
la mia morte, silenziosamente, in un Sabato mattina di fine Giugno,
soleggiato e tiepido, bello quanto il ricordo di te. Ad un tratto divenne
tutto relativo e di poco conto, persi la voglia di vedere la fine di
tante cose, facendomene bastare la metà. Fu poco importante vedere
crescere mia sorella, starle accanto mentre diventava la donna che aspettava
con tanta smania di essere.
In quel momento non riuscii a sopportare l’idea di vederti madre
di un figlio che non fosse mio, accanto ad un uomo che non ti meritasse
quanto io pensavo di meritare te. Dentro di me si faceva spazio la netta
consapevolezza che non sarei stata comunque il meglio che tu potessi
avere dalla vita, ma poi ,presuntuosamente, credetti che solo io avrei
potuto donarti quella felicità che aspettavi da tanto tempo e
che senza di me non avresti mai avuto.
Col tempo mi ero illusa di essere riuscita a curare le mie ferite, lasciando
che si cicatrizzassero; ma mi accorsi che i rimpianti, in realtà,
per quanto avrei potuto accantonarli o tentare di lasciarli alle spalle,
mi avrebbero sempre perseguitata. Sarebbero stati i miei incubi la notte,
e le mie paure di giorno. Si sarebbero celati nelle incertezze e nelle
incomprensioni lasciate sospese per aria, come fossero nuvole in apparenza
innocue, ma in realtà cariche di una pioggia torrenziale.
Parte di quei rimpianti vedevano me e te protagoniste di una storia
lasciata in sospeso, non vissuta fino in fondo.
Pensai alla notte in cui mi dicesti che mi amavi e lì crollai.
Giacqui così, senza propositi. In un istante qualcosa dentro
di me mi disse che avrei sempre potuto fare di più, combattendo
o arrendendomi quando sarebbe stato giusto farlo. Scavai nel profondo
dell’anima cercando altre ipotesi, altri finali, fino ad impazzire,
avendone trovate a bizzeffe. Ma tutto mi sembrò così lontano
ed inutile, che stavolta lasciai perdere. Mi mancò l’ossigeno,
e capii che risultavi ancora essere l’aria per me, e che fardelli
di ricordi ripescati nel mare di incertezza in cui continuavo ad annaspare,
non ti avrebbero riportata da me. Eppure mi parve che pensarti e soffrire,
fosse un modo come un altro per continuare a viverti, in me e fuori
di me.
Uscii dal mio corpo quando la voglia di respirare mi mancò del
tutto. E allora rividi me stessa su quel balcone, una figura strana
con un’espressione bizzarra. Pensai a quanto fosse ironica e meschina
allo stesso tempo la vita, se in un momento di debolezza mi permettesse
di ridere di me.
Con lo spirito volai lontano, verso le persone che, come te, negli anni,
mi avevano ferita, e pensai che sarebbe stato bello essere meschina
quanto quel destino che ti aveva portata via, e vendicarmi di ogni male;
ma non ne sarei stata mai capace.
Mi scoppiarono dentro come mine le parole che non ti avevo mai detto
e volli urlarle tutte lì, come se tu, da qualche parte nel mondo,
avessi davvero potuto sentirle.
Ma quando fui sul punto di aprire bocca, come tutte le altre volte,
tacqui, e in quel silenzio pieno di parole m’abbandonai, stavolta
in eterno.
13.08.2002
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