Uno straordinario
film-documento
"PARAGRAFO 175"
(ora disponibile in DVD versione italiana)
Parlano 6 sopravissuti all'esperienza della persecuzione nazista
contro gli omosessuali.
Uno straordinario documento tragico e commovente: parlano 6
sopravissuti all'esperienza della persecuzione nazista contro
gli omosessuali.
PARAGRAPH 175
USA, 1999
regia: Rob Epstein, Jeffrey Friedman
testo: Sharon Wood
fotografia: Bernd Meiners
suono: Pascal Capitolin musica: Tibor Szemso
narratore: Rupert Everett
produttori: Rob Epstein, Jeffrey Friedman, Michael Ehrenzweig,
Janet Cole
produzione: Telling Pictures 35mm, 75', col.
Paragrafo 175: “Un atto sessuale non naturale che avvenga
tra persone di sesso maschile o tra esseri umani ed animali,
è punibile con l’imprigionamento; può inoltre
essere prevista la perdita dei diritti civili” (Codice
Penale Tedesco, 1871). Tra il 1933 ed il 1945, secondo i documenti
Nazisti, circa 100.000 uomini vennero arrestati per omosessualità.
Di questi, circa la metà venne imprigionata, ed un numero
compreso tra 10.000 e 15.000 venne inviato ai campi di concentramento.
La percentuale di morti fra i prigionieri omosessuali nei campi
è stimata attorno al sessanta per cento (tra le più
alte fra i prigionieri non Ebrei), per cui nel 1945 ne sopravvissero
solo 4.000 all’incirca.
Il fatto che gli omosessuali maschi fossero perseguitati dai
nazisti e che fosse stato loro assegnato il simbolo distintivo
del triangolo rosa comincia ad essere noto a molti. Quello che
resta poco conosciuto è il fatto che molti sopravvissuti
gay siano stati oggetto di persecuzioni continue anche nella
Germania post nazista, dove vennero visti non come prigionieri
politici, ma come criminali, secondo la legislazione nazista
sulla sodomia, legislazione che rimase in vigore ben oltre la
fine della guerra. Alcuni vennero arrestati nuovamente dopo
la fine della guerra e rispediti in carcere, tutti vennero comunque
esclusi dai risarcimenti previsti dal governo tedesco, ed il
tempo trascorso nei campi di concentramento venne loro dedotto
dalle pensioni.
Negli anni ’50 e ’60, il numero degli arrestati
per omosessualità nella Germania Ovest era identico a
quello registrato durante il periodo nazista. La versione nazista
della legge sulla sodomia rimase in vigore fino al 1969. I registi
Friedman ed Epstein, in collaborazione con lo storico tedesco
Klaus Müller, hanno realizzato con “Paragraph 175”
uno straordinario documentario, nel quale, per la prima volta,
sei degli ultimi otto sopravvissuti all’olocausto omosessuale
accettano di parlare di questa terribile (e finora sconosciuta)
pagina di persecuzione nazista. Il semplice ricordo di alcuni
degli avvenimenti sopportati è più forte di qualsiasi
rievocazione storica, ed i volti e le storie di Gad Beck, Heinz
Dormer, Pierre Seel, Albrecht Becker ed Heinz F. sono quanto
di più commovente si possa immaginare. Un documentario
assolutamente da non perdere, destinato a divenire un classico.
Biofilmografia:
Rob Epstein, nato a New Brunswick, New Jersey nel 1955, ha
iniziato la sua carriera cinematografica come uno dei sei registi
del famoso documentario “World is Out”. I suoi precedenti
lavori comprendono “The Times of Harvey Milk” e
“Common Threads: Stories from the Quilt”, entrambi
vincitori dell'Oscar.
Jeffrey Friedman, nato a Los Angeles nel 1951, lavora regolarmente
nel cinema dal 1972. Ha lavorato come aiuto montatore in “Toro
Scatenato” di Martin Scorsese, come autore delle animazioni
in “The Times of Harvey Milk” e come co-regista
in “Common Threads: Stories from the Quilt”. Il
suo ultimo lavoro è “The Celluloid Closet”
del 1995, presentato a questo festival e condiretto con Rob
Epstein.
Heinz Dörmer è uno dei cinque omosessuali sopravvissuti
ai lager nazisti che accettano di raccontarsi; nei titoli di
coda veniamo informati che due altri hanno declinato l'invito
di rievocare quelle sofferenze, troppo dolorose, al punto che
a Pierre Seel aprono ferite anche fisiche (urla la sua disperazione
e la vergogna dell'intero popolo tedesco: "Il mio culo
sanguina ancora, perché i tedeschi mi ci hanno infilato
un palo di 25 centimetri") e accetta il confronto con la
macchina da presa soltanto per mezza giornata. Heinz Dörmer
era un capo scout - luogo topico delle prime consapevolezze
gay a giudicare dalla ricorsività dei campeggi scout
nell'edizione di quest'anno - e nello schema del film, girato
in digitale riversato su pellicola e montato con una perizia
intelligente, completa il discorso iniziale sull'improvviso
cambiamento prodotto dall'avvento del nazismo sulla dorata epoca
davvero liberata della Berlino di Weimar. Heinz Dörmer
ora sembra un oracolo, Omero che canta la battaglia persa con
le squadracce della Hitlerjügend, con gli occhi persi in
immagini che solo lui riesce a vedere dietro agli occhi acquosi
e blu dei vecchi.
Pierre Seel parla in francese per tutta l'intervista; affrontato
per strada, appare subito il più recalcitrante, astioso
nei confronti di chi lo importunava - e subito con maestria
gli autori premettono che la loro intrusione nelle vite di anziani
che per mezzo secolo hanno subito una rimozione, diventa una
nuova violenza nel momento in cui si chiede invece di ricordare
-, capace di esprimere (e chi potrebbe biasimarlo!) lo stesso
odio che i nostri genitori, testimoni di rastrellamenti e uccisioni,
hanno rinfocolato per decenni nei confronti dell'intero popolo
germanico ("Avevo giurato che non avrei mai più
stretto la mano a un tedesco"). Proprio nel montaggio,
che distoglie sapientemente per un attimo la camera dal volto
indignato di Pierre Seel, gli autori infilano il primo dei cinque
commenti che si riservano: schede e indirizzamenti all'attenzione
del pubblico, che in questo caso riassumono il motivo di partenza
del film: "Per tutta la vita si sono sentiti dire che non
si voleva sapere, che erano fatti del passato, finiti. Ed ora
noi gli chiedevano invece di ricordare i lager"; ed infatti
uno di loro ha strappato alcune foto dell'album, accettando
di relegare tutto nel passato. Ma poi riemerge l'indicibile.
Pierre Seel, alsaziano, si riserva alla fine di scagliarsi in
tedesco, la lingua aborrita ed evitata fino a quel punto; poi
finalmente sbotta: "Eppure è un'onta, vergognatevi!"
e il suo sfogo s'inserisce dopo la frase di Albrecht Becker,
sollecitato a valutare se si sapesse o meno dell'esistenza dei
lager e della presenza di omosessuali in essi: "La gente
diventa indifferente a lungo andare" è la sua triste
risposta. E lui, Albrecht Becker (classe 1906), che a diciotto
anni aveva incontrato un uomo di quarantacinque con cui visse,
è il personaggio con più luci e ombre, connotato
come esponente di quella Germania profonda, figlio di un panettiere
e incastonato tra immagini in bianco e nero di un villaggio
- riproposte due volte all'inizio della sua intervista e nell'epilogo
straziante e sorprendente - per sottolineare una continuità
che non poteva più esserci tra la sua esperienza di internato
e la sua scelta ambigua di arruolarsi volontario perché
nel paese c'erano soltanto più donne e lui "voleva
stare con gli uomini". La scelta di proporre uno sproposito
di immagini di repertorio, recuperare fotografie - alcune famose,
altre meno, sporadiche preziose testimonianze che commentano
direttamente il racconto che si va dipanando - consente di unire
il materiale: le schede che rinfrescano la memoria sui fatti
storici, visti attraverso il filtro omosessuale sempre censurato
(la storia di Röhm, il fondatore gay delle SA e la conseguente
Notte dei lunghi coltelli), le cifre spaventose, la storia orale
splendidamente registrata, cogliendo le espressioni più
significative: "una cultura si costruisce di ricordi"
cita una frase degli autori posta all'inizio, quasi a voler
convincere non solo i vecchi a parlare, ma anche gli spettatori
ad ascoltare. Ascoltare anche Albrecht Becker che piange a dirotto,
perché non aveva mai avuto nessuno fino ad allora per
condividere il suo segreto, per scaricare la mente degli orrori
patiti come un novello Kien di Canetti. E allora gli si perdona
anche la scelta di arruolarsi e lo si vorrebbe confortare, ma
il fermo di fotogramma congela il suo volto solcato da rughe.
Il film era iniziato 75 minuti prima sulla Porta di Brandeburgo
come si vede oggi nella stessa ripresa che la sostituisce in
bianco e nero tornando agli anni del nazismo, una trasfigurazione
che gioca su allusioni e iconografie che sono patrimonio comune
della memoria collettiva, fatta di treni - che si trasformano
in quelli verso Auschwitz per tornare a viaggiare sulle rotaie
odierne, arrivando nella moderna stazione di Berlino - e bombe
("quando venivano giù era ovvio che si facesse all'amore"),
le cui rovine si confondono con i cantieri del Ku'damm attuale,
svuotato del suo monito: il popolo tedesco ha svoltato pagina.
Anche se le innumerevoli didascalie finali dopo averci aggiornato
sulle vite dei protagonisti, più credibili di The Last
Days, avvertono che il paragraph 175 del codice penale tedesco,
datato 1870 e peggiorato dai nazisti, relativo ai "reati"
di omosessualità e zoofilia, fu abrogato soltanto nel
1968 dalla DDR e un anno più tardi nella civilissima
Bundes Republik. "Sono ricordi scomodi" e questo è
uno dei compiti del documentarismo: parlandone all'uscita con
Daniele Gaglianone si rilevava apprezzando la fattura, l'aspetto
innovativo del film e lo specifico sviscerato che è parte
di un rimosso generale. A partire dalla fortunata epoca di Hirschfeld,
omaggiato anche da Rosa von Prunheim, rendendo la pellicola
una summa di percorsi che uniscono i film sulla Shoah a quelli
più legati a tematiche omosessuali: infatti Heinz F.,
uno dei cinque testimoni (classe 1905), inizia il suo contributo
dai club che animavano Berlino su una carrellata di foto del
citato Tanzen-Club Schwannenbourg, spezzoni d'epoca significativi,
colmi di echi espressionisti, preziosi ma insufficienti: "Oggi
è difficile immaginare quanto fosse bizzarro quel periodo.
Tutto era sottosopra nell'epoca successiva alla prima guerra
mondiale".
"Si era liberi", ribadisce Annette Eick, lesbica
fuggita in modo rocambolesco in Inghilterra, mentre il volto
di Marlene e le note di "Ich bin Lebenvoll" accreditano
le sue parole di ragazzina sognante dei primi anni trenta, ammaliata
dai locali saffici. La sua storia è utile all'economia
del racconto perché fornisce un apporto epico, narrando
l'incredibile fuga fatta di coincidenze, incontri provvidenziali.
Quando il racconto rischia di non trovare legami tra le sequenze
sapientemente il testo di Sharon Wood viene in soccorso, facendo
il punto con rapide schede su singoli aspetti essenziali per
annodare i ricordi. Grazie a questo si può facilmente
passare dalla Storia dei cinegiornali e delle avventurose fughe
alla storia quotidiana. Heinz F. è un relitto, ma si
illumina quando accompagna la cinecamera nel suo stanzino del
1922, ormai uno sgabuzzino di oggetti ammassati, ma per lui
un luogo di ineffabili estasi, "dove succedeva di tutto"
e aggiunge un significativo sorrisetto libidinoso.
É con un repentino cambio di argomento che il racconto
si trova catapultato nei lager, esperiti da tutti i testimoni
e corredati da profusioni di foto, triangolini rosa e numeri
di matricola. Pianti irrefrenabili eppure sommessi esplodono
al ricordo dei compagni di prigionia uccisi o al ricordo di
stupri e violenze subite, toccante la rievocazione del compagno
di Pierre fatto sbranare dai cani tedeschi al cospetto dei trecento
detenuti. La scelta di convogliare al termine del film i momenti
di maggiore commozione risulta vincente perché delinea
un climax, fatto di dati puntuali, graduali conoscenze dei protagonisti,
vicende storiche menzionate con documenti, terminando con la
congiunzione degli episodi personali con l'ecatombe europea.
Gad Beck sintetizza l'entità distruttiva del risultato
della ascesa di un essere improponibile come Hitler e della
sua ideologia intollerante e razzista: mostra una fotografia
che ritrae i ventiquattro componenti della sua famiglia e punta
l'indice su due. Solo quelli sono sopravvissuti. Poi rilascia
un avvincente racconto, simbolico dell'atmosfera del film, perché
ritrae un duplice gesto di eroismo che non solo per Gas Beck
fa da confine tra epoche diverse: dopo che il suo amico arrestato
viene liberato da lui, travestito da SS, e sceglie di tornare
a farsi deportare perché "non avrebbe potuto più
essere libero se avesse abbandonato la sua famiglia in mano
ai nazisti".
Poi il ritornello finale ci riporta all'inizio: "Mi sarebbe
piaciuto parlarne con qualcuno, ma nessuno mai vuole sentire:
tutti dicono che sono cose passate e finite. Anche per me è
tutto passato".