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Livorno 27 maggio 1999

Conversazioni intorno al nuovo centro interculturale

Flor Maria Trinidad - Presidente del Cesdi

Vorrei iniziare presentando le relatrici che nell'associazione svolgono la funzione di coordinatrici delle attività e che curano insieme ai gruppi tutto quello che viene svolto in ciascun settore.

Le prime, Elena Cecchi e Fharia Aidid parleranno delle attività con le scuole; la seconda sarà Shaharazade Al Basha che è invece la coordinatrice del Centro Servizi. Infine, Mirabel Santil responsabile e coordinatrice del settore ristorazione. Recentemente, in una delle ultime riunioni, abbiamo deciso che non chiameremo più quest'ultimo settore "ristorazione", perché quando si parla di ristorazione si pensa all'impresa da proporre sul mercato per guadagnare, mentre il nostro obiettivo è quello di avviare, attraverso il cibo, un dialogo sulle varie culture. Infatti dialogare con le persone attraverso il cibo, spiegando i vari piatti, non è la stessa cosa che andare a mangiare in un qualunque ristorante cosiddetto "etnico". Per questo stiamo cercando in qualche modo, come poi le relatrici spiegheranno, di collegare la ristorazione con la più generale attività di scambi reciproci.

Solange Dijenga avrebbe dovuto concludere con la relazione dal titolo "Viaggiando senza viaggiare". Purtroppo Solange non è potuta venire ma vorrei ricordare che è soprattutto lei che ha studiato come promuovere questa iniziativa. Tuttavia la illustrerò io anche perché abbiamo collaborato insieme alla creazione di questa attività .

Rossella Trinca mi domandava poco fa che tipo di rapporto ha il CeSDI con il progetto "Porto Franco", promosso e coordinato dal Dipartimento regionale delle politiche formative e dei beni culturali. Le ho risposto che la nostra associazione, e non lo dico come vanto, è il primo gruppo attivo di donne di tutti il mondo che opera nella Regione Toscana. Per questo siamo state contattate da Lanfranco Binni che ci ha conosciute anche attraverso il Cospe che opera a Firenze , Onlus con la quale stiamo collaborando da anni . Binni è voluto venire a parlare personalmente con noi, donne del Cesdi, per sapere quali sono le nostre prospettive, quali progetti abbiamo per il futuro e che cosa vogliamo attivare in questo centro interculturale.

Il progetto "Porto Franco", finalizzato a valorizzare tutte le attività che possono favorire l'incontro tra popoli e culture diverse, è già entrato in fase sperimentale, ci ha riferito Binni, in due comuni dell'area pratese dove, in due vecchie Case del Popolo, si sta cercando di costruire due Centri Interculturali, partendo quindi da strutture già esistenti, al fine di confrontarsi subito con situazioni concrete.

Per quanto riguarda Livorno, Binni, essendo a conoscenza che il CeSDI aveva già una sede (di proprietà della Provincia) e che svolgeva già da oltre due anni attività interculturale, ha chiesto alla nostra Associazione di entrare a far parte di questo progetto. La prima cosa che ha fatto è stata quella di assegnarci, con una delibera regionale, 10 milioni di lire, per confezionare più di centomila cartoncini (come quelli che vengono attaccati alle valigie) per pubblicizzare le varie iniziative che Porto Franco organizzerà in Toscana durante l'estate.

Il CeSDI, a sua volta, invece di svolgere questo lavoro da solo, ha chiamato alcune persone disoccupate (sia donne che uomini) per dare una prima concreta impronta di collaborazione e di coinvolgimento rivolgendosi verso coloro che hanno bisogno come noi, ma che non hanno avuto la fortuna di fare parte di un gruppo amalgamato come lo è la nostra associazione. Abbiamo ritenuto che questo fosse un modo non soltanto per dare lavoro ma anche per farci conoscere a livello cittadino, incontrarsi e stare insieme; infatti quando queste persone vengono qui a confezionare i cartoncini c'è sempre una di noi che coordina il lavoro. Queste persone sono state contattate attraverso il nostro Centro Servizi, dove, fra l'altro, vengono registrate domande e offerte di lavoro. Le nostre operatrici hanno preso contatti con coloro che si trovavano più in difficoltà. Fra questi, anche alcune ragazze nigeriane che, a differenza di prima, stanno cercando di aggregarsi a noi e sono state quindi le prime ad essere chiamate. Inoltre hanno accettato questo lavoro anche persone del Marocco e del Senegal. Come esempio vorrei riferire di un ragazzo senegalese che si è presentato al Centro Servizi per chiederci aiuto, perché aveva saputo che il nostro non è un servizio rivolto soltanto alle donne e che qualunque persona venga da noi sia italiano o straniero, sia uomo o donna e ci chiede un servizio, noi lo aiutiamo. Quindi a questo ragazzo è stato offerto il lavoro dei cartoncini, che ha accettato. Inoltre lo abbiamo aiutato anche ad iscriversi ai corsi di educazione permanente che si svolgono presso una scuola di Livorno, per imparare meglio l'italiano. Per noi è stata una grossa soddisfazione, dato che oltretutto si tratta di un ragazzo molto intelligente e molto in gamba. Adesso frequenta questo corso di italiano e ci riconosce come sue amiche.

Ho voluto portare questo esempio per spiegare meglio quali sono i nostri obiettivi che vanno ben al di là di cercare finanziamenti per l'associazione e per le donne che ci operano. In questo caso, infatti, abbiamo ritenuto più giusto, attraverso una offerta di lavoro, avvicinare al CeSDI altre persone, cercare di amalgamarle e di farci riconoscere come punto di riferimento. Infatti, se parliamo di centro interculturale, la prima cosa che deve essere chiara è che qui non dobbiamo operare solamente noi ma dobbiamo cercare di coinvolgere tutta la città e questo si ottiene attraverso le attività svolte all'interno del centro.

E con questo ho finito, ma prima voglio precisare che nel corso del tempo la nostra attività interna si è andata organizzando sempre di più: all'inizio praticamente lavoravamo tutte insieme e ciascuna si occupava un po' di tutto; adesso invece ognuna di noi ha i suoi compiti all'interno dell'associazione. (UP)

Elena Cecchi

Io dovrei parlare dell'attività che abbiamo svolto quest'anno nella scuola con i bambini e con gli insegnanti. Prima di entrare nel merito vorrei però riportare alcune riflessioni che sono nate parallelamente a questo lavoro che abbiamo fatto con bambini ed insegnanti e che valgono come premessa.

L'attività interculturale è nata nel il Cesdi come necessaria pratica del confronto. Il Cesdi è un organismo multiculturale e come tale è una riproduzione in piccolo ed uno specchio delle dinamiche che si presentano oggi nella società italiana.

La nascita di questa associazione ha richiesto necessariamente fin dall'inizio alle singole donne di dotarsi di strumenti per comunicasi le loro differenze, accettando il conflitto interno come unico modo per superarlo. Da qui il bisogno di portare all'esterno quella che è stata e che è tuttora la nostra esperienze quotidiana per proporre il nostro modo di vivere e di operare in una comunità composta da donne di tutti i paesi ed allargare così il confronto.

Che lo si voglia o no anche l'Italia si sta trasformando in una società multiculturale e questo è un dato di fatto; di conseguenza questo paese deve dotarsi di strumenti adeguati per affrontare l'incontro-scontro con nuove etnie in quanto "paese ospitante", senza dimenticare che esso stesso è stato ed in parte continua ad essere terra di emigranti. Il fatto che l'Italia stia diventando un paese pluriculturale e plurilinguistico in cui si intrecciano dinamiche di relazioni interculturali tra persone e gruppi di culture diverse porta per prima cosa a constatare che le problematiche interculturali sono difficili da gestire e che la società multiculturale pone degli interrogativi complessi a cui si tenta di dare delle risposte. Da parte del "paese ospitante" e quindi della cultura dominante si possono schematizzare due reazioni di fronte all'incontro con "l'altro", di fronte a questo "shock culturale" come è stato definito da alcuni studiosi statunitensi. La prima reazione è quella di opposizione e di rifiuto netto nei confronti degli immigrati.Si tratta di una chiusura incondizionata, di razzismo "puro". L'altra è una forma subdola di razzismo anche se alimentata magari da buone intenzioni e da sentimenti di apertura ed è quella del paternalismo assistenzialista che al massimo può arrivare a parlare di integrazione degli immigrati. Di fronte a queste ultime due parole si sente il bisogno di definire un nuovo glossario che rispecchi le trasformazioni che stiamo vivendo. Che cosa vuol dire integrazione? Sono andata a cercare sul dizionario e ho trovato tre definizioni:

  1. rendere qualcosa completo o più valido, efficace ecc., aggiungendovi ulteriori elementi (vedi, ad esempio, gli integratori alimentari);
  2. inserire una persona od un gruppo in un contesto sociale politico e culturale dominante di cui precedentemente non faceva parte o da cui era escluso;
  3. completare, fondersi, diventare un tutto completo.

Alla base del termine integrazione mi sembra quindi ci sia il concetto di "incompletezza" e quindi l'idea di un rapporto interpersonale squilibrato. Basterebbe levare una "g" al termine integrazione per avere un vocabolo più adeguato alla situazione: "interazione", cioè azione, influenza reciproca delle persone. Tutti diventano così soggetti attivi che interagiscono secondo la logica della reciprocità.

Per quanto riguarda la parola immigrati (participio passato) , occorrerebbe sostituirla con la parola migranti (participio presente), persone cioè che si muovono portandosi dietro il proprio bagaglio culturale, le loro ricchezze, persone quindi che non devono essere etichettate né ghettizzate né, tantomeno quindi, persone che si debbano integrare. Allora educare alla interculturalità è un obiettivo primario da raggiungere per andare verso una società interculturale dove hanno piena cittadinanza e pieno significato i termini interazione, scambio e reciprocità.

Da dove iniziare questo processo di educazione interculturale? Dalla scuola, perché è dalla scuola che si impara fin da bambini a conoscere il mondo che ci circonda, il nostro ambiente culturale e quindi la nostra cultura di appartenenza e le nostre origini; è quindi qui che i bambini si costruiscono una identità culturale ed imparano a riconoscerla. Solo nel riconoscere se stessi ed il valore anche emozionale della propria identità possiamo confrontarci con altri ambienti culturali e possiamo riconoscere il valore che per gli altri significa l'appartenenza alla propria cultura.

Ecco che allora nella scuola educare all'interculturalità significa far conoscere altre tradizioni, altri usi, altre religioni, altri modi di vivere, altri punti di vista e far capire come questi siano importanti per chi li vive, per chi ci si riconosce, così come sono importanti i nostri modi di vivere e le nostre tradizioni. Un grave errore sarebbe quello di spingere l'educazione interculturale verso un'accoglienza incondizionata e senza limiti "dell'altro". Questo porterebbe soltanto ad una sterile e artefatta omologazione che farebbe del male a tutti. Riconoscere invece che ciascuno di noi ha una propria identità culturale a cui tiene e a cui non vuole rinunciare porta verso il rispetto reciproco, verso l'accettazione di altri punti di vista, apre le menti ed i cuori, la ragione e il sentimento, pone il senso del limite, inteso non come privazione ma come affermazione di sé all'interno di una comunità, rende le persone disponibili all'ascolto e alla conoscenza dell'altro senza chiedere a nessuno la rinuncia alle proprie radici.

Accettare "l'altro da sé", accettare e riconoscere che "l'altro sono anche io", porta inevitabilmente a mettere in forse le proprie opinioni, i propri pregiudizi, le proprie abitudini, può fare quindi paura e può scatenare situazioni in cui l'incontro si fa scontro. Ma l'unico modo per superare il conflitto che ne può nascere è quello di conoscere e di sapere chi siamo "noi stessi" e chi "gli altri" e riconoscere a ciascun individuo la stessa legittimità. Il compito degli educatori e degli operatori interculturali oggi è quindi quello di insegnare a conoscere il mondo culturale cui ciascuno appartiene e contemporaneamente aprirsi ad altri mondi.

Veniamo adesso alle nostre attività interculturali. Esse si sono rivolte in questo ultimo anno a tre delle componenti della scuola: i bambini, gli insegnanti ed i genitori. Per quanto riguarda le attività con questi ultimi riferirà Fharia, mentre per quanto riguarda il personale non docente aspettiamo la risposta che si spera favorevole del Provveditorato agli Studi di Livorno in merito al nostro progetto di incontri con questi operatori, programmato per l'anno prossimo. Con i bambini del primo ciclo delle scuole elementari di Livorno abbiamo attivato laboratori scolastici ed extra scolastici su un progetto presentato al Comune di Livorno che da anni offre alle scuole che ne fanno richiesta spunti di innovazione educativa con il programma "Scuola- Città". Il nostro progetto che sarà presentato anche per l'anno prossimo ha come titolo "Per un migliore futuro. Conosciamo le culture, le tradizioni orali, i racconti, la vita quotidiana, le migrazioni, nella storia dei diversi popoli della terra" ed è articolato su tre proposte: una rivolta ai bambini del primo ciclo della scuola elementare "Giochi e fiabe dei popoli del mondo"; una per i bambini del secondo ciclo e della scuola media dell'obbligo "Impariamo a vivere insieme"; ed una sempre per gli alunni del secondo ciclo della scuola elementare e della scuola media "Popoli che migrano ieri ed oggi".

Il nostro intervento con i bambini del primo ciclo della scuola elementare è stato organizzato da sei donne del Cesdi, cinque provenienti da America Latina, Africa e Paesi arabi e una italiana coordinatrice del gruppo ed ha perseguito l'obiettivo di far conoscere le fiabe dei popoli del mondo attraverso quattro incontri con ciascuna classe o gruppo di bambini. Gli incontri sono durati 2 ore ciascuno, preceduti e seguiti da un incontro delle operatrici con gli insegnanti per illustrare il nostro percorso e per la verifica finale.
Negli incontri ogni operatrice del Cesdi ha raccontato una fiaba del proprio paese e attraverso il racconto ha fatto conoscere insieme ai personaggi anche gli ambienti, gli animali, i valori di quel determinato paese. I bambini sono così venuti a contatto con nuovi paesi, raccontati direttamente da chi vi proviene e poi si sono sbizzarriti nella riproduzione grafica di ciò che era stato loro raccontato. (Fra l'altro qui nel corridoio abbiamo sistemato tutto il materiale che abbiamo prodotto insieme).

I bambini hanno costruito cartelloni, hanno riscritto la fiaba con parole loro, illustrandola con i loro disegni ; in alcuni casi la fiaba è anche stata reinterpretata dai bambini attraverso l'attività di drammatizzazione e giochi di ruolo. In altri casi i bambini hanno potuto conoscere i segni di una scrittura diversa da quella che stanno imparando, hanno sentito i suoni di lingue sconosciute o poco note. Tutti sono stati catturati dalla curiosità di incontrare persone di diversa provenienza, ma allo stesso tempo hanno saputo che anche bambini di altre culture crescono con le fiabe proprio come fanno loro, magari raccontate dai nonni.
Gli incontri si sono svolti con estrema naturalezza ,fin dall'inizio e l'elemento che ha colpito tutti è stato quello del coinvolgimento emotivo e del clima sereno che si è stabilito da subito. Questo elemento ha rafforzato la nostra convinzione che l'educazione interculturale deve cominciare presto con i bambini, che possono così crescere considerando le differenze come valori, ricchezza, qualcosa di molto naturale.

Il corso di aggiornamento rivolto agli insegnanti delle scuole elementari e medie inferiori, inserito anch'esso nel programma del Comune di Livorno "Scuola città", ha visto una grande partecipazione, segno di una crescente sensibilità e curiosità rispetto ai temi interculturali da parte della scuola.

Il corso dal titolo "Conosciamoci meglio, incontri fra le culture per una educazione alla convivenza" si è articolato in otto incontri settimanali di due ore ciascuno. Nel primo incontro di presentazione sono stati dati alcuni cenni storici sulla migrazione italiana; i successivi sono stati dedicati alla presentazione e all'approfondimento di alcuni aspetti significativi delle culture di vari paesi: Repubblica Dominicana, Egitto, Somalia, Perù, Camerun e Marocco. Nell'ultimo incontro, dopo le conclusioni e il dibattito che ne è seguito, è stato offerto a cura delle donne del Cesdi un cocktail con i sapori del mondo, occasione per far conoscere la cultura gastronomica di ciascun paese. Come strumenti metodologici del corso sono stati usati video, diapositive, materiale cartaceo e oggetti di uso comune come vestiti, stoffe e lavori artigianali.

Durante gli incontri, attraverso i dibattiti, sono emerse alcune importanti tematiche, qui di seguito ne ho elencate alcune:

  1. La riflessione sul rapporto tra povertà economica e povertà culturale. Le società producono cultura ovunque e nessuno si può arrogare il diritto di ritenere la propria cultura superiore a quella di altri. Il confronto con altre culture, anche e soprattutto attraverso testimonianze dirette, stimola la curiosità e può favorire il confronto di idee e di sentimenti.
  2. Un altro tema che ha attraversato un po' tutti gli incontri è stato quello della situazione delle donne nelle diverse culture e società: quali diritti, quali doveri, quali dignità? Anche in questo caso molte delle presenti hanno avuto l'occasione di guardare le cose con altri occhi, da altri punti di vista.
  3. La conoscenza del contesto politico in ogni paese diventa necessaria per determinare lo stato dei diritti di tutti e delle donne in particolare.
  4. Da qui è stato poi affrontato il tema del rapporto uomo-donna nei vari paesi e nelle varie culture che ci ha permesso di constatare, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto le donne si sentano unite nel mancato riconoscimento dei propri diritti, sia nella cultura occidentale sia nelle altre culture.
  5. Un altro tema molto importante che è stato affrontato è quello dei problemi che si trovano a vivere i figli dei migranti, la cosiddetta seconda generazione. Si è toccato così un tasto molto delicato che riguarda il significato di identità e quello di appartenenza. Ad esempio, una bambina o in bambino nato a Livorno, di pelle nera, che parla livornese, come si percepisce e come viene percepito oggi dagli altri bambini? Egli è potenzialmente depositario di una ricchezza culturale enorme dato che appartiene a due culture, conosce e parla due lingue, ecc.. Questa ricchezza quanto è riconosciuta oggi dagli altri? Che cosa penserà, come se lo spiegherà questo bambino quando troverà qualcuno che non lo accetta perché la sua pelle è nera ed è quindi considerata "diversa"?

Le risposte che le corsiste hanno dato ai questionari distribuiti nell'ultimo incontro, per la valutazione sui contenuti ed i metodi del corso hanno confermato anzitutto la corrispondenza emotiva che si è creata durante gli incontri, la facilità del dibattito e l'importanza degli argomenti affrontati, tanto che, da parte della maggioranza delle corsiste, è stato chiesto il proseguimento di questa esperienza e la necessità di affiancare corsi di aggiornamento di questo tipo ai laboratori interculturali con i bambini. Il Cesdi ha accolto favorevolmente la proposta ed ha già presentato al Comune di Livorno, per il prossimo anno scolastico, in collaborazione con il Centro di Ricerche e Pratica Musicale di Livorno, un progetto legato agli aspetti musicali delle varie culture del mondo. A giorni verrà anche presentato un progetto, sempre in collaborazione con questo Centro Musicale, per costruire laboratori musicali interculturali con i bambini delle scuole dell'obbligo.

Da tutto quello che ho detto emerge che le idee quindi non ci mancano, né ci manca la voglia di fare e di mettere a disposizione la nostra ricchezza culturale. Quello che ci manca sono i soldi per farlo bene e per farlo bene. Ci occorrono fondi non solo per l'attuazione dei progetti, ma anche per tutto il lavoro di studio, di ricerca e di formazione che vi sta dietro. Si chiede pertanto a tutti i presenti una particolare sensibilità ed una maggiore attenzione per quanto riguarda i finanziamenti delle attività interculturali rivolte in particolare ai bambini, agli insegnanti ed ai genitori ma che si possono estendere a tutta la comunità.

Mi dispiace a questo punto che non sia qui Lanfranco Binni, perché queste richieste sono rivolte anche alla Regione che ci ha proposto di creare un centro interculturale, ma per crearlo occorrono fondi. Soltanto così comunque potremo uscire dalla fase di sperimentazione in cui ci troviamo e avere riconosciuta a pieno titolo la validità del nostro lavoro. (UP)

Fahria Aidid Aden

Io parlerò della parte che riguarda gli incontri, i lavori ed i laboratori che abbiamo fatto con i bambini dai due ai sei anni, cioè delle attività svolte nelle scuole materne comunali di Livorno. Quest'anno abbiamo continuato il lavoro fatto l'anno scorso, su richiesta della responsabile del settore Infanzia del Comune di Livorno che ci ha invitate a partecipare al progetto del Comune che si chiama "Party, colori e sapori di tutto il mondo" rivolto ai genitori dei bambini della scuola materna comunale.

Il progetto è nato dall'esigenza di fornire ai genitori strumenti per rispondere alle domande che i bambini, incuriositi dal lavoro che avevano svolto con noi l'anno scorso, durante lo svolgimento del progetto comunale "Pecore di tutti i colori", avevano posto ai loro genitori e che spesso non avevano avuto risposte. Infatti i genitori si erano già rivolti alle due operatrici del Cesdi, per chiedere un aiuto.

La responsabile dei Servizi per l'Infanzia, Lilia Bottigli, ha perciò organizzato quest'anno una serie di incontri a cui hanno partecipato cinque operatrici del Cesdi, provenienti dal Camerun, dall'Egitto, dal Marocco, dalla Repubblica Dominicana e dalla Somalia che hanno presentato alcuni aspetti dei loro paesi attraverso il cibo. I genitori presenti a questi incontri sono stati venticinque, ciascun incontro si è concluso con assaggini che ogni donna del Cesdi ha preparato per far assaporare la cultura gastronomica del proprio paese. Prima di questo momento conviviale, ogni operatrice ha parlato del proprio percorso come migrante ha raccontando la propria storia: da dove viene, perché ha lasciato il proprio paese, i progetti per il futuro. Questa è stata l'occasione per far conoscere aspetti politici, economici e geografici di ciascun paese, il clima, la cultura, le usanze, il significato delle feste laiche e religiose, quello delle danze, le lingue, gli abiti, le varie forme di artigianato. Sono anche stati organizzati giochi che hanno coinvolto tutti i genitori.

A giugno verrà organizzata una cena conclusiva come è stato già fatto l'anno scorso, rivolta non solo ai genitori partecipanti al corso, ma anche a tutta la cittadinanza, per far conoscere i risultati di questa esperienza positiva. Per poter sviluppare queste attività abbiamo bisogno di continuare questi incontri con i genitori e i laboratori con i bambini, organizzandoli anche dentro la nostra sede, visto che potremmo utilizzare altri locali di questa struttura, rendendoli più adatti allo scopo. Per fare ciò occorrono sostegno e finanziamenti da parte degli enti pubblici.

Avremmo anche intenzione di organizzare uno spazio per bambini migranti nati a Livorno per insegnare loro la propria lingua madre e la cultura di origine. Vorremmo inoltre estendere questo spazio-bambini ai bambini migranti nati nel loro paese che adesso vivono a Livorno, perché non dimentichino le loro origini e la loro lingua madre e nello stesso tempo per potere aiutarli ad imparare meglio la lingua italiana anche per inserirsi meglio nella scuola. Vorremmo infine che questo centro diventasse un luogo aperto a tutti coloro che lo desiderino, bambini e genitori, per favorire la conoscenza, il confronto e lo scambio attraverso lo svolgimento di varie attività. Con questo ho concluso e passo la parola a Shahrazad per quanto riguarda il "Centro Servizi" che illustrerà il percorso che abbiamo fatto fino ad ora. (UP)

Sharazad Al Basha

Cercherò di essere breve, anche se, per spiegare tutto il lavoro che facciamo ci vorrebbe molto più tempo di quello che ho a disposizione. A distanza di due anni dall'attivazione del Centro Servizi presso il Centro Donna del Comune di Livorno abbiamo notato che si sono rivolti al nostro servizio non soltanto le donne migranti ma tutti i migranti uomini e donne e i cittadini italiani. Questo sicuramente è un grande risultato se si pensa che fino ad ora non è stata data una grande pubblicità a questo servizio e quindi chi si è rivolto a noi ha poi passato parola agli altri.

Abbiamo offerto un valido aiuto alla Questura di Livorno, quando è entrata in vigore la nuova normativa sull'immigrazione; ci siamo offerte come mediatrici e interpreti, senza essere retribuite e abbiamo tradotto in varie lingue il modulo contenente la richiesta dei documenti necessari per la regolarizzazione che l'Ufficio Stranieri della Questura ha poi distribuito ai migranti. Questo per facilitare il lavoro sia alla Questura sia agli immigrati. Siamo state chiamate, come interpreti, per un interrogatorio presso il Commissariato di Pubblica Sicurezza del Comune di Rosignano Solvay, abbiamo lavorato presso il campo profughi di Marina di Cecina come mediatrici, interpreti e come facilitatici per gli insegnanti di italiano nei corsi di alfabetizzazione. Recentemente siamo state impegnate con i profughi del Kosovo ospitati a Villa Serena. Come vedete, non solo lavoriamo a Livorno ma anche nella sua provincia, secondo le richieste che ci vengono fatte. Nel corso di questi due anni di lavoro siamo diventate un punto di riferimento cittadino per gli stranieri, per gli uffici pubblici (il Comune, la Provincia, la Questura, la Asl, il Provveditorato agli Studi, le varie scuola, il Centro Affidi, la Caritas) e per i cittadini italiani . Con le altre associazioni siamo riuscite a creare una fitta rete di collaborazione.

Ho parlato nei seminari precedenti di casi di accompagnamento e stiamo lavorando ancora in maniera consistente su questo servizio. Il lavoro più impegnativo per noi è infatti quello dell'accompagnamento e il finanziamento ottenuto dal Comune di Livorno di sedici milioni lordi l'anno per sette operatrici non è sufficiente. Noi lavoriamo due ore e mezzo per tre volte la settimana al Centro Servizi presso il Centro Donna. Quando, date le nostre difficoltà circa l'accompagnamento, avevo chiesto, durante il mio intervento al precedente seminario, una auto a disposizione del Centro Servizi ci sono stati malintesi, perché la mia proposta è stata male interpretata. Ma continuo a sottolineare il fatto che lavoriamo in condizioni difficili e che potremmo almeno avere una tessera per l'autobus per ciascuna operatrice.
Per concludere, vorrei soltanto chiedere che venga valorizzato il nostro lavoro e per questo chiediamo finanziamenti adeguati: soltanto a titolo di esempio voglio mostrarvi la retribuzione che ciascuna operatrice percepisce ogni due mesi lavorando qualche volta fino a 18 ore la settimana. Sono circa 140.000 lire! (
UP)

Maribel Santil

Quando fu fondato il nostro Centro nacque l'esigenza di informare la cittadinanza sull'aspetto delle varie culture attraverso i piatti tipici del nostro paese. Nel 1997 abbiamo così pubblicato un libro intitolato "Il cibo oltre le frontiere", una raccolta di ricette che, oltre ad illustrare le specialità gastronomiche, avvicinava la cultura di paesi lontani agli abitanti della città.

Il libro ebbe un notevole successo, cosa questa che ci incoraggiò ad andare avanti e quindi decidemmo di frequentare un corso di formazione progettato e organizzato dal COSPE di Firenze con i fondi dalla Comunità Europea, per avviare le donne all'impresa.

Visto che il nostro progetto prevede varie attività con i bambini anche riguardo alla preparazione di cibi semplici, abbiamo pensato di coinvolgere anche i genitori in questa attività, con scadenze periodiche, al fine di promuovere uno scambio interculturale anche attraverso l'esecuzione delle varie pietanze, i nomi dei vari piatti nella lingua d'origine, le usanze spesso legate ai piatti tipici di un determinato paese.

Per poter mettere in atto questo progetto abbiamo però bisogno di diverse cose e speriamo che le nostre richieste abbiano una risposta positiva . Per prima cosa ci occorrono attrezzature adeguate per trasformare una stanza del centro in una cucina che rispetti la normativa vigente in merito alla agibilità alla sicurezza e all'igiene. Occorre poi adibire un'altra stanza a aula di insegnamento.

Per questo abbiamo bisogno deun iniziale contributo per avviare la realizzazione di tutto ciò. Da parte nostra possiamo garantire il massimo impegno per la riuscita del progetto. (UP)

Flor Maria Trinidad

Il progetto "Viaggiando senza viaggiare" riguarda più la cooperazione e lo sviluppo che non altri settori di attività interculturali. A tale proposito vorrei far notare che fino ad oggi sono state le ONG che hanno viaggiato andando a stimolare la cooperazione nei nostri paesi; adesso vogliamo farlo noi direttamente, riportando le nostre esperienze di vita qui in Italia. E' una cosa che ho in mente da quando sono arrivata in Italia :cioè far capire che si può aiutare un paese nel suo sviluppo, attraverso due azioni precise: aiutare le persone che vivono in un determinato paese a sviluppare le attività lavorative attraverso finanziamenti e nel contempo ( e qui sta la novità del nostro progetto),far conoscere a coloro che hanno intenzione di lasciare il loro paese come viviamo oggi in Italia, le nostre difficoltà, le nostre aspettative spesso deluse , documentando le nostre esperienze di migranti e fornendo utili elementi di riflessione.

La mia ad esempio potrebbe essere riportata come una storia esemplare: sono 17 anni che vivo in Italia e in 17 anni non sono mai stata assunta per un lavoro. Perché? Prima di tutto il mio titolo di studio non è riconosciuto qui in Italia e poi perché manca la volontà di permetterci di mostrare le nostre capacità di lavoro. Del resto, anche nei nostri paesi d'origine vengono commessi degli errori; infatti se ci fosse la volontà di stipulare degli accordi reciproci , allora anche noi potremmo vedere riconosciuto il nostro titolo di studio in Italia. Quindi voglio dire che questo problema riguarda non solo il governo italiano ma anche i nostri governi.

Proprio per questo, vorremmo far capire a quelle persone che si muovono dal loro paese pensando di cambiare vita, che la vita si cambia, però in peggio. Prima di tutto perché si lascia il nostro paese, la nostra cultura, le nostre origini, il nostro modo di vivere.E poi perché allo stesso tempo si poteva avere la possibilità di partecipare anche ad un bando di concorso. Perché dico tutto questo? Perché se io oggi dovessi lasciare il mio paese non lo farei più. Prima di tutto perché la situazione politica e il governo sono cambiati: quando ci abitato io c'era una dittatura non esplicita ma praticata e quindi ancora peggio. Se io adesso fossi ancora laggiù e dovessi decidere di emigrare, non lascerei il mio paese perché di sicuro avrei più possibilità di avere un lavoro migliore e di non soffrire come mi è accaduto durante la dittatura. Io infatti sono stata, nel mio paese, una di quelle che ha occupato le scuole e per questo ho avuto problemi a livello politico. Io sono nata lottatrice e sarò sempre così e anche a Livorno mi dovranno accettare per quella che sono.

Tornando al progetto "Viaggiando senza viaggiare", come possiamo far conoscere al nostro paese la realtà che viviamo qui in Italia? Attraverso interviste agli immigrati che abitano qui, attraverso raccolta di materiale, attraverso i centri che funzionano come il Cesdi dove le donne di tutto il mondo hanno dovuto riunirsi e fare associazione per far sentire la loro voce. Tutto questo permetterà a coloro che stanno laggiù di essere consapevoli dell'accoglienza ma anche delle difficoltà che troveranno.
Devo essere sincera, l'Italia è uno di quei paesi che ha ancora tanto da capire come ci si deve comportare nei confronti dei migranti e questo purtroppo si vede tutti i giorni, quando qualcuno di noi va in un ufficio dove viene trattato in un certo modo. Il Cesdi ha fatto e sta facendo un percorso per ottenere qualcosa, per dimostrare le nostre capacità, visto che non era stato possibile attraverso nessun altro metodo.
L'Italia ha cominciato ora a capire che cos'è il fenomeno migratorio. Io sono sempre stata contraria a quanto affermano alcuni immigrati sul fatto che la Germania sia migliore dell'Italia perché io preferisco l'Italia in quanto cura la parte sociale e l'inserimento nella società. Io infatti voglio essere riconosciuta nella società, far parte dei cittadini di una città. Ma in Italia si possono riproporre anche esperienze che già esistono il altri paesi, soprattutto relative a gruppi di donne che si organizzano e fanno impresa .
Ho conosciuto ad esempio, in un paese caldo come il mio, un gruppo di donne che sono riuscite a creare una fabbrica di vino. Queste esperienze di donne possono essere portate in Italia, non soltanto per dare lavoro agli immigrati che si trovano qua e che si potrebbero però organizzare nel loro paese, ma anche per far conoscere all'Italia che anche negli altri paesi esistono persone con capacità imprenditoriali.

Tutto questo è quello che significa "Viaggiando senza viaggiare".

Ho preparato, per concludere, due righe rivolte alle nostre autorità che oggi sono presenti. Non faccio volutamente nomi perché siamo in campagna elettorale Il mio nome invece lo conoscete bene perché io dentro il mio partito, i DS, ci sto come donna che appartiene a una associazione e questo mi permette sicuramente di dire tutto quello che penso. Quindi questo è quello che ho scritto: le relazioni delle coordinatrici dei settori hanno presentato le attività che le donne del Cesdi svolgono nella città di Livorno e in altri centri della Toscana. In alcune città, dove sono presenti gruppi come il nostro, abbiamo cercato di aiutare le donne in difficoltà, facendo capire loro che spesso i problemi legati alla convivenza nel gruppo sono legati alla diversità di carattere, alla provenienza da paesi diversi, ai diversi modi di vivere che ognuna di noi ha e che importante è avere come obiettivo quello di superare gli eventuali conflitti che possono sorgere, attraverso il confronto e il rispetto dei vari punti di vista. Vorrei sottolineare tutto il nostro impegno per aiutare la città a dare un servizio migliore ai migranti e che è necessario imparare a conoscere meglio noi stessi per conoscere meglio anche gli altri.

Il significato di questa tavola rotonda è far capire alle nostre autorità locali (e non solo a loro) che bisogna prima di tutto cercare in qualche modo di darci delle opportunità e metterci a disposizione risorse economiche affinché possiamo continuare a dare un servizio sempre più qualificato e migliore. Se non si trova una soluzione. è difficile continuare perché fino ad oggi abbiamo dedicato tutte le nostre energie ma bisogna che si capiscano anche le nostre difficoltà a livello economico. E' importante che la Provincia di Livorno, e qui sono presenti persone che ci hanno aiutato moltissimo come la Pappalardo, dia la possibilità di allargare gli spazi del Centro per farlo conoscere alla città come centro capace di promuovere attività per continuare lo scambio reciproco con tutti i cittadini e poter così continuare ad offrire un'accoglienza per un futuro migliore.

Quindi noi oggi chiediamo, in piena campagna elettorale, non solo finanziamenti ma anche l'ampliamento di questo centro per potervi svolgere tutte le attività che attualmente svolgiamo fuori ,per ottenere dei risultati migliori. Qui presenti ci sono tante persone che ci hanno seguito e ancora ci seguono nel nostro percorso :oltre alle persone del Cesdi e al Cospe alle quali chiedo di poter accogliere i progetti che le donne del Cesdi presenteranno. Vorrei infine aggiungere che dato che dobbiamo ancora dimostrare le nostre capacità alla città e spiegare che ognuna di noi sa camminare con le proprie gambe, ogni intervento è stato preparato da ciascuna relatrice con parole sue. Anche perché, se qualcuna di noi non c'è, le altre devono andare avanti lo stesso. (UP)

Maria Teresa Battaglino

L'incontro di oggi non era un incontro da campagna elettorale. Nel frattempo il Cesdi e il Cospe sono stati interpellati per partecipare a questo progetto regionale chiamato Porto Franco. Il progetto è stato presentato in Regione alla presenza della Ministra Balbo; in questa occasione è stato detto che questa iniziativa avrebbe lavorato il prossimo anno per creare dieci centri interculturali in Toscana e uno di questi dieci sarebbe stato quello di Livorno. (UP)

 

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